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Dacia Maraini – Anteprima di Nuovi Argomenti

Dacia Maraini – Anteprima di Nuovi ArgomentiÈ disponibile da oggi il nuovo numero di «Nuovi Argomenti» con il titolo L’Europa quando piove, dedicato al senso di appartenenza all’Europa.

 

In un momento storico in cui è difficile incontrare giornate di sole, con la perenne impressione di vivere un tempo grigio che lascia supporre l’arrivo di future burrasche, scrittrici e scrittori di diverse generazioni, con diverse idee di letteratura e di mondo, uniti nel clima di dialogo e ricerca conviviale che da sempre contraddistingue «Nuovi Argomenti», si confrontano in queste pagine con quello che è un senso d’appartenenza forse necessario, ma senza dubbio molto difficile, verso una terra di cui perfino definire i confini è difficile e che, proprio oggi che il bisogno di chiarezza sembra maggiore, continua – ostinata – a parlare «difficile».

È con queste parole che Marco Cubeddu, caporedattore della rivista, presenta questo numero monografico «che raccoglie le nostre idee di Europa, fatte di libri, immagini, momenti epocali, memorie pubbliche e private».

Qui di seguito proponiamo in anteprima l’articolo di Dacia Maraini:

 

EUROPA: UN VIAGGIO VERSO IL FUTURO

 

Un treno carico di ragazzi si dirige lentamente verso il nord. Erano i lontani anni Sessanta. Il vagone si muove arrancando fra discussioni, canti, scherzi. Ci eravamo imbarcati a Roma, in una confusione di corpi spigolosi, zaini, sacche, borsoni. Ragazzi dai quindici ai diciotto anni che arrivavano da tutta Europa e venivano portati in treno fino a Helsinki. Per un gioioso e spartano festival della gioventù.

Ricordo le fatiche di quel treno, le tratte lunghissime, le molte soste, il cibo cattivo, le grandi bevute di un tè rosso che sapeva di fragole schiacciate. E soprattutto le interminabili discussioni: allora eravamo gonfi di sogni e di utopie. Forse azzardate, forse inutili. Ma che vitalità danno le utopie! Che voglia di correre e saltare verso il futuro! Un futuro amico e comune, un futuro in cui ci saremmo riconosciuti come fratelli europei e questo ci metteva addosso una grande allegria.

 

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Ci incamminiamo per la Esplanadi respirando un’aria leggera e cruda. Il cielo è diverso dai nostri cieli: alto, slavato lontano e nello stesso tempo stranamente incombente. L’aria ha una consistenza rarefatta e scintillante. Ogni particella di luce ne riflette un’altra, suscitando la sensazione di stare dentro una esplosione luminosa, quasi una «catastrofe atmosferica», scrivevo in un libro che ho pubblicato poco dopo essere tornata in Italia da quel rumoroso e festoso viaggio a Helsinki.

Ci muovevamo in mezzo alla luce come in mezzo all’acqua, sospesi e pronti a prenderci sul serio: tutto sembrava sorriderci: il futuro, l’amore, la libertà, i grandi progetti per un mondo migliore. Ci ingozzavamo di arringhe affumicate condite con tanto burro in mezzo a fette di pane scuro e dolce. Bevevamo una birra frizzante e densa che ci faceva girare la testa.

A Helsinki avrebbero parlato i ragazzi, raccontando di sé e dei propri sogni, dicendo quello che gli passava per la testa, senza censura, senza limiti. Io ero stata messa fra i relatori. Ma ero così impacciata e timida che la sola idea di salire sul palco mi angosciava. Per questo cercavo riparo in amori impossibili con ragazzi bellissimi dal ciuffo biondo e le gambe lunghe e agili. Non so neanche cosa volessi. Forse solo crescere. Ero abitata dalla gioia di vivere. E quella città lontana, conosciuta fino ad allora solo attraverso le foto, mi appariva nella sua cruda e potente realtà, luminosa, indifferente, silenziosa e serissima. Era la punta estrema di una Europa che ci pareva per la prima volta a portata di mano. Una Europa vicina e affettuosa, pronta a proteggerci contro le grandi ombre minacciose di stati intolleranti e autoritari.

 

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«Raggiungiamo la Merikatu e ci avviamo verso il mare. La strada è larga, distesa spazzata dal vento. Una doppia fila di pioppi fruscia lieve con un rumore di sete smosse. I negozi hanno un’aria sobria, distante, chiusi come sono dietro doppie vetrine e doppie porte. Alcuni hanno inalberato una tenda color ruggine o color verde bottiglia. Davanti, sul marciapiede, delle piante piegate dal vento. Un largo ponte dalle spallette di granito. Sotto, le acque impetuose del mare diviso incanalato che diventa lago, fiume, porto. Un odore forte di pesce, erba tagliata, grasso di motori e vernice fresca». Questa era la Helsinki che appariva ai miei occhi di diciottenne nella euforia di un rumoroso viaggio collettivo.

Eravamo tutti diversi, ma c’era un filo che ci univa. Ci riconoscevamo nelle utopie che ci appassionavano: un mondo senza padroni, un mondo senza sfruttamento e senza schiavitù, un mondo senza classi e senza guerre. Bastava fare un giro per i vagoni e vedere che libri tenevano in mano i ragazzi, per capire che il racconto del mondo aveva una sola voce e i progetti per il futuro si abbeveravano a una stessa fonte letteraria. C’era chi teneva sotto gli occhi Il manifesto: l’ideologia come falsa coscienza e le idee dominanti di Karl Marx. C’era chi si immergeva in L’amore di Swan di Marcel Proust. C’era chi declamava a voce alta le poesie di Rimbaud; chi invece leggeva La storia come pensiero e come azione di Benedetto Croce, chi invece aveva ripescato Delitto e castigo di Dostoevskij, e chi ancora leggeva Senilità di Italo Svevo, e chi invece preferiva Che fare? di Nicolay Cernisevsky.  Convinzione comune era che sono i libri a formare le coscienze. Sono le idee che circolano attraverso i libri a rappresentare un tempo, una stagione, una generazione, una epoca. Ci sentivamo parte di quell’epoca, di quella passione, di quel grande calderone di idee che era appunto l’Europa.

Dacia Maraini – Anteprima di Nuovi Argomenti

Dopotutto la stessa parola Europa, nasceva da un mito greco: una ragazza intrepida e innamorata della bellezza, che monta in groppa a un toro splendido, bianco come il latte, che la trascina verso il mare. La ragazza non ha paura, non grida aiuto. Si diverte a cavalcare un toro, dopotutto è una vera avventura, non è come andare a cavallo, cosa che tutti sanno fare. Un toro potente e gentile, che nuota verso il largo come fosse una barca. Che festa! Non riuscivamo a vedere la giovane e coraggiosa Europa come una irresponsabile, come una incosciente. Ci piaceva pensarla avventurosa, padrona di sé e del mondo. Anche se su quel toro la ragazza chiamata Europa si ingannava. Ma era tanto giovane e non sapeva che gli dei possono trasformarsi in animali per ottenere quello che vogliono.  Il bianchissimo toro, infatti, una volta sull’altra sponda, si è trasformato in aquila, così raccontano le leggende – ma come fa un’aquila ad accoppiarsi con una donna? Eravamo certi che sotto le sembianze dell’aquila si nascondeva un uomo dal corpo morbido e con quel corpo la giovane Europa si era unita in un abbraccio amoroso. Da quell’abbraccio amoroso erano nati dei figli. Possiamo dire che Europa si fosse alla fine innamorata del suo toro-aquila? Di quel corpo sfuggente e avido?

 

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Difficile dirlo. Ma i figli stanno lì a dimostrare che un rapporto prolungato, quasi matrimoniale, si era instaurato fra i due e che, pur ingannata nella sua ingenuità adolescenziale, Europa aveva inserito la sua piccola umana volontà in quella, sovrana e onnipotente del dio. Forse aveva intuito che quel corpo prepotente, capace di trasformarsi in un animale mite e gentile, anche se predone, conteneva in sé uno spirito celeste e a quello spirito si è unita, per fare dei figli che avrebbero mantenuto un piede in terra e uno in cielo.  La sera, quando il treno si riempiva di luci e fuori dai finestrini si accaniva il buio fitto di una campagna finlandese, i ragazzi accorrevano ai vagoni ristoranti. Vecchi tavolini dal lumetto coperto di cartone rosso, una tovaglia scolorita dal tempo, dei sedili dall’imbottitura scortecciata. Il cibo veniva servito in vassoietti di cartone: un gulash dall’odore forte di spezie, un pasticcio di patate, delle pere cotte nel vino. E lì a quei tavoli addossati ai finestrini, dietro cui correvano i boschi di betulle dal tronco bianco, si discuteva tanto. A volte si litigava pure. C’era chi voleva una Europa anche militare, con un suo esercito, pronto a intervenire nelle guerre. C’era chi invece propendeva per una Europa che si esprimesse solo con un suo Parlamento, con una sua Giustizia, libera di condannare e mettere in galera chi si comportava male. C’era chi invece rifiutava sia il Parlamento comune, che una giustizia al di sopra dei paesi. Ma soprattutto rifiutava un esercito europeo, diretto da chi, oltretutto? Governato da chi? E chi avrebbe deciso quando e come utilizzare quell’esercito? Abolire le guerre per sempre? Gettare via tutte le armi? Ma se capita un nuovo Hitler? E lì le discussioni si facevano accanite. Non era facile trovare una soluzione, anche per i pacifisti. Si può mettere su un esercito e tutto un sistema militare solo con l’intento della difesa? E quando una difesa si trasforma in offesa? E quali armi sarebbero state permesse e quali no? Avresti lasciato che Hitler si annettesse piano piano tutti i paesi Europei, compresa la Russia e l’Inghilterra? Dicevano quelli più legati all’ordine stabilito. Certo, insistevano i pacifisti a oltranza. Tanto il tiranno sarebbe caduto lo stesso, lui e il suo esercito, come era successo a Napoleone, nelle nebbie e nei pantani della Russia del nord. Ma la gente ha combattuto. C’è stata la battaglia di Stalingrado, ribattevano gli altri, senza quella terribile battaglia non so quanto sarebbe durato ancora il tuo Hitler.

Nonostante questo gran discutere di politica, su quel treno nascevano storie di amori improvvisi, di tradimenti, di gelosie, di corteggiamenti e di rifiuti. Alcune amicizie sono continuate anche dopo il ritorno in Italia e sono durate una vita. Alcuni amori pure. Alain e Arianna per esempio, si sono conosciuti su quel treno. Lei era piccola, bruna, atletica, bellissima, calabrese. Lui era alto, biondo, languido, e serafico, francese, anzi alsaziano. Aveva un corpo massiccio, portato alla pinguedine. Due occhi celesti luminosi e idealisti. Lei si arrabbiava, batteva i pugni sul tavolo. Ma poi facevano pace, ridevano gettando la testa all’indietro. Arianna era animata da una furia sociale: avrebbe voluto che il mondo cambiasse, ma subito, senza tante lungaggini. Lui non si arrabbiava mai. Sorrideva, faceva qualche battuta, ma era pronto a capire e perdonare. Per questo lo chiamavano il Budda. Il Budda e il piccolo angelo vendicatore si sono amati subito, appena si sono trovati nello stesso scompartimento. Si sono prima scontrati su alcune questioni essenziali, come i tempi della rivoluzione imminente, come l’esigenza o meno di condannare e mettere in prigione tutti gli sfruttatori del popolo. Ma poi, piano piano, quegli scontri si sono trasformati in appassionati dialoghi a voce bassa, e poi in silenziosi abbracci pudichi.  Non si lasciavano mai Arianna e Alain. Avrebbero voluto fare l’amore, erano maggiorenni. Ma sul treno non si poteva. C’era sempre qualcuno di mezzo. Non ci si poteva isolare, nemmeno in gabinetto. E loro, si isolavano cantando. In un angolo del vagone ristorante, nelle ore lontane dai pasti, si appoggiavano al finestrino spalancato e cantavano insieme dei frammenti del Don Giovanni di Mozart, arie della Marsigliese, frasi di Verdi. Erano intonati, giovani e appassionati. Solo anni dopo ho saputo che si sono sposati, hanno avuto tre figli. Poi lei è morta di leucemia e lui è rimasto solo. Non si è più risposato. E ha scelto di abitare in Italia, per non allontanarsi dalla casa dove avevano vissuto insieme per anni e dove avevano fatto crescere i figli.

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Anni dopo ci sono tornata a Helsinki. In occasione della traduzione di un mio libro. La città mi è apparsa luminosa come allora, ma priva di quelle emozioni che mi aveva comunicato negli anni Sessanta. I primi incontri sono sempre esaltanti. I secondi forse toccavano più in profondità. A Helsinki ormai avevo degli amici. A Helsinki mi sentivo parte di una Europa conosciuta e familiare. Ma esiste davvero l’Europa? mi chiedevano gli amici. O si tratta di una forzatura politico culturale che è diventata realtà solo grazie a un progetto monetario, infischiandosi delle idee e delle comuni radici, quelle che veramente tengono insieme un gruppo di paesi così diversi e lontani? Il mondo si fa piccolo ogni giorno di più e se i paesi vicini non si uniscono attorno a una idea anche vaga di identità, spariscono, rispondeva una voce saggia.  Un’altra volta sono approdata a Helsinki in occasione di un convegno letterario. Le domande che si ponevano i relatori erano tante: A cosa serve la letteratura? Può avere una funzione sociale o si tratta solo di una illusione, poiché tutto si svolge all’interno di una struttura estetica che non ha niente a che vedere con l’etica? Ma può l’estetica essere separata dall’etica, aggiungevo io, non sono due cose molto vicine, irreparabilmente intrecciate? E gli scrittori fanno bene ad apprendere il linguaggio della tecnologia e farla propria, o dovrebbero invece rifiutarla per non farsi incantare dalle sirene dei nuovi strumenti e del mercato? Al convegno partecipavano scrittori di vari paesi, più due scrittori italiani molto noti in patria: Erri De Luca e Gianni Celati. Due uomini spartani, timidi, gentili e scontrosi, con cui ho imparato a fare amicizia nel breve spazio di una mensa, una passeggiata sul lungolago, un dormitorio a tre piani e un giardino profumato di magnolie. Quello che ci accomunava era un amore rispettoso per la natura, un’idea sobria e religiosa della letteratura, una curiosità umile per tutto quello che ci circondava.

Dacia Maraini – Anteprima di Nuovi Argomenti

Eravamo incantati da quelle bellissime notti assolate che ci accompagnavano fino al momento di andare a dormire. Ma è difficile andare a dormire quando c’è tanta luce. Il sole finlandese gira alto sino alle ore piccole, nella breve stagione estiva. Ricordo una gita su un battello che filava morbido su acque quiete, in un tramonto che non terminava mai, fra scrittori di paesi lontani, ciascuno col bicchiere in mano. Ci univa la sorpresa per quel tramonto interminabile e spettacolare, per quelle luci rosate, violacee e gialle che si riflettevano sulle acque plumbee, creando aureole dorate. Nessuno di noi aveva mai assistito a un crepuscolo così sfarzoso e prolungato nelle ore serali, fino a sconfinare piano piano nella notte che, con lenta dolcezza, invadeva l’orizzonte. Cosa può fare uno scrittore di fronte alle leggi prevedibili ma sempre impreviste di un universo arcano e insensibile all’uomo? E quale linguaggio adoperare per raccontare la bellezza e la metamorfosi? Ma altre domande, più sociali e contingenti si accalcavano nelle nostre scorribande mentali: Quali sono le leggi naturali che vanno rispettate e quelle che vanno trasgredite? La famiglia risponde a delle leggi naturali o solo sociali e culturali? L’amore è frutto della natura o della cultura? E la maternità e il sesso e l’odio e la guerra e il potere e la gelosia e la vergogna e il tradimento? Sono figli di un destino corporeo prevedibile e immodificabile, o sono prodotti di un modo di stare al mondo, risultati di una stratificazione di esperienze, abitudini e conquiste ogni volta diverse? E fino a che punto le conquiste della tecnologia sono un bene da proteggere e coltivare, senza diventare fonte di inquinamento, di perversione, di lotta fra ricchi e poveri, di discriminazioni sociali e di genere? Nessuno sapeva dare risposte certe a queste difficili domande. Eppure insistevamo nel porcele, senza retorica, cercando di mantenere viva la conversazione, il senso di comunità letteraria che si era creata fra di noi, la voglia di capire, di approfondire.

Ci piaceva la sobrietà finlandese: i politici che andavano in bicicletta, le riunioni informali, i preti sposati che portavano a scuola i loro bambini. A noi, abituati al moralismo cattolico della castità, che però contraddittoriamente si accompagnava nella cultura popolare alle visioni di corpi femminili sempre più allusivi e seduttivi, in pose umilianti, piaceva una certa ironia scandinava, forse a momenti sardonica, ovvero spinosa, dura, con cui venivamo trattati. Ma poi abbiamo scoperto che quella ironia da cardo selvatico la usavano anche su se stessi. Ed era questo il fascino della Finlandia. Sono anni che non vado più a Helsinki. E mi dispiace di averla persa un poco di vista. Un paese che appare così razionale e sistematico nella sua organizzazione sociale. Eppure capisci che ha i suoi punti deboli quando incontri il sabato sera gli ubriachi per strada. Gruppi di giovanissimi che si scambiano le bottiglie di birra e barcollano ridendo, cantando a voce alta. Cosa che deve apparire come una grave trasgressione dato il silenzio educato di una comunità che rispetta con rigore la quiete altrui. Certamente, venendo da una Italia rumorosa e disordinata, dove le leggi ci sono e anche molteplici, ma vengono sistematicamente ignorate, si rimane impressionati dal forte senso civico che anima i finlandesi. Se noi imparassimo da loro un poco più di rispetto per l’altro e un poco più di senso della legalità, dice un amico italiano che vive ai confini con la Svezia; e se loro imparassero da noi un poco di tolleranza, di improvvisazione e di allegria, forse arriveremmo a fare una Europa più equilibrata e amabile.

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