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Da immigrazione a schiavitù legalizzata. “Ero straniero” di Salvatore Maira

Da immigrazione a schiavitù legalizzata. “Ero straniero” di Salvatore MairaLe logiche dell’identità creano mostri. Da qualsiasi parte queste vengano partorite. Nascono un noi contrapposto a loro, un noi colmo di attributi positivi, dell’esistenza, e un loro che non hanno nemmeno il diritto di essere.

Si intitola Ero straniero e lo firma Salvatore Maira per Bompiani. Ed è un pungo nello stomaco. Una sfida a non sentire qualcosa smuoversi dentro di sé, una raffica di domande che si impossessano della propria mente, una sensazione che cozza con la quieta sopravvivenza.

La storia accade per lo più a Milano, nella parte meno nota della capitale economica dell’Italia.

Ci sono vigili comunali che si aggirano per il centro come gli accalappiacani dei cartoni animati con Tom e Jerry. I puma non cercano quadrupedi randagi, ma immigrati. Che poi, a ben guardare, c’è ben poca roba a differenziare gli uni dagli altri.

 

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A dirla tutta, una differenza c’è, tra cani e immigrati clandestini che piastrellano i bagni dei ricchi per un euro e mezzo l’ora, dodici ore su ventiquattro, sette giorni su sette, a meno che non li stronchi un malanno o la morte. I secondi, gli immigrati, dicono i giornali, vivono in alberghi a cinque stelle.

Poi c’è la realtà. Il deserto del reale, dove alla bassezza umana, allo schiavismo non c’è mai fine. È la realtà di Saro, un ragazzo siciliano, e di Karim, un immigrato che non vuol più rubare, di Bashir, un uomo che parla poco ma bene, di una famiglia egiziana a cui è stato sottratto tutto e fa invidia persino tra i bambini a scuola, perché una delle figlie è la prima della classe. Tutti loro vogliono rigar dritto. Lavorare.

Da immigrazione a schiavitù legalizzata. “Ero straniero” di Salvatore Maira

Ma per lavorare devi pagare. Sudore, una branda in un vecchio garage morso dal gelo, la fame che ti massacra lo stomaco. Devi pagare anche la paga, perché non è detto che il capocantiere saldi il conto a fine settimana o mese.

Schiavitù. Nuove forme di schiavitù fomentate da sindaci, da giovani patrioti, dalla cittadinanza incentivata a denunciare i clandestini in cambio di trecento euro. Anzi. Cinquecento, è meglio.

Schiavitù. I capicantiere si sono accorti, o forse lo hanno soltanto ricordato, che gli uomini costano meno delle macchine, anche se ci si muove un po’ più lenti.

Schiavitù. Dice chi parla poco, ma quando parla fa casini. Risponde alla domanda del capocantiere, gli spiega chi sia il capo che si vanta sui giornali di tenere gli immigrati in alberghi a cinque stelle. Dice: «Vi ha fatto una legge che ci rende tutti [gli immigrati] clandestini prima di nascere, però non serve a cacciarci via come dite, ma a sfruttarci come schiavi e tenerci sotto con la paura dell’arresto e dell’espulsione. È la legge della schiavitù».

E non si fiata. Appena si lascia intravedere che si conoscono le dinamiche e le bugie della stampa, c’è sempre un gruppo di giovani aitanti patrioti pronto a ricordare ai topi di essere topi.

Qualcuno, però, si ricorda che nel gioco, nel puzzle ci sono anche gli inquirenti, la polizia, i carabinieri. Non lo dice apertamente, Maira, ma non per questo la domanda non prende forma. A servizio di chi sono le forze dell’ordine?

Da immigrazione a schiavitù legalizzata. “Ero straniero” di Salvatore Maira

Saro, per esempio, ha la sensazione che non freghi nulla a nessuno di scoprire i volti dei giovani assalitori che hanno mandato in ospedale il suo compagno. Semmai, sono interessati a capire se l’uomo abbia documenti o meno. No, non Saro, schiavo anche lui, ma meno intimorito, perché almeno una carta di identità ce l’ha. L’altro. Il topo. Il nero. Il diverso. Quell’uno che fa parte di loro, di quelli a cui non serve fare nessuno sforzo per riconoscere l’esistenza, ma bisogna impegnarsi per negargli l’identità allo scopo di salvaguardare la nostra.

Non frega niente nemmeno di capire cosa si celi dietro a un padre di famiglia che non riesce a pagare l’affitto da tre mesi dopo anni di puntualità. Anzi, interessa cogliere l’attimo. Raggrupparsi intorno alla palazzina, sbraitare slogan contro la donna musulmana che si affaccia sul portone e implora «Cosa volete!». Frega rifare la scena, perché le camere della televisione locale non hanno fatto in tempo a filmare la discesa nelle cantine, adibite ad abitazioni grazie a un occhio chiuso da parte del sindaco, il medesimo che ora intima al padrone di casa di spaccare la porta. Un vampiro assetato. Vuole che il mondo, i suoi cittadini vedano che lui non dorme di notte per tenere pulita la sua città.

A far così, si gioca al massacro.

 

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Ci sono i noi, da una parte, protetti dal cerchio dell’esistenza, dell’essere, e gli altri, fuori dal cerchio, in mezzo all’universo del non-essere.

Dal punto di vista stilistico, Ero straniero di Salvatore Maira è un affresco scorrevole, intenso, coinvolgente, da capogiro. Leggerlo è un atto necessario per prendere coscienza del mondo invisibile, che non conosciamo, ma non per questo non esiste.


Per la prima foto, copyright: pixpoetry su Unsplash.

Per la terza foto, la fonte è qui.

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