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Cucina, romanzi e psicoanalisi: che cosa si nasconde dietro la presenza del cibo nella letteratura?

Cibo, letteraturaArticolo pubblicato sulla Webzine Sul Romanzo n. 1/2014.

«Quando scrivo mi immedesimo nei personaggi dei miei romanzi. Se un poliziotto ha a che fare con la morte, se quella mattina ha incrociato un cadavere morto per morte violenta, non penso che riesca facilmente a mettersi a parlare di cibo o a conversare allegramente di prelibatezze gastronomiche. Rispetto chi ci riesce. Io non ci riesco, infatti sto parlando per me». Questa chiosa appartiene a Maurizio De Giovanni, a conclusione della sua presentazione di BuioFalsi eroi per i bastardi di Pizzofalcone (Einaudi), al pubblico del Pisa Book Festival dello scorso novembre. Il riferimento, nemmeno tanto velato, è agli autori di gialli e polizieschi, a Camilleri e Vázquez Montalbán, per intenderci, i cui commissari, Montalbano e Pepe Carvalho, sono diventati famosi presso il grande pubblico anche per i loro vezzi culinari e gastronomici. Insomma, cibo e libri vanno a braccetto, e negli ultimi anni dominano in tv, e spopolano anche fra gli scaffali delle librerie. Alcuni sono dei veri e propri bestseller, in cima alle classifiche di vendita. Lo chiamano food writing. In questa sede cerchiamo di capirne di più e ne abbiamo parlato con un giovane psichiatra, Leonardo Mendolicchio, che si occupa di anoressia e bulimia ed è direttore della più grande struttura d’Europa per la cura dei DCA, a Varese.

 

Partiamo dal celebre aforisma di Virginia Woolf «Ho una sola passione nella vita: cucinare», riportato in una lettera a Vita Sackville-West, nel 1929. Che cosa c'è dietro questa frase di grande forza e impatto? Quello della cucina è solo un potere che le donne sono in grado di esercitare, un'arma di seduzione o qualcosa di più che deriva da un retaggio secolare?

La cucina e la culinaria oggi sono dei "must". Se pensiamo all'investimento in termini mediatici (Tv e letteratura) che oggi si pratica sul tema, diventa ben comprensibile come la passione denunciata da Virginia Woolf sia una cosa molto comune all'essere umano. Perché il gesto del cucinare può essere considerato una "passione"? Il cibo, la fame, la cucina e il cucinare hanno un comune denominatore: la bocca. O meglio, per dirla in termini psicoanalitici, la pulsione orale. La pulsione è qualcosa di molto legato all'essenza dell'umanità. Freud descriveva la pulsione come un bisogno di natura psicologica (non fisica), che nasce dal didentro dell'uomo e che necessita di una risposta, movimento, appagamento. Tra le pulsioni, quella più ancestrale è quella orale, che nasce, si alimenta e si esprime con la bocca. È la pulsione primitiva, quella del lattante che attraverso il suo soddisfacimento tiene legata la madre, quella che attraverso il cibo regala una sensazione di benessere e appagamento, o quella che attraverso i baci comunica passione e amore. Ebbene, il cibo, la cucina, la preparazione dei pasti, i riti ad essi collegati, sono tutti rituali preparatori al soddisfacimento dell'elemento pulsionale orale. Per comprendere la portata psicologica di tale meccanismo, basti pensare a cosa fanno le mamme ogni volta che il proprio figliolo piange per un malessere: gli aprono la bocca e porgono il ciuccio, oppure un cibo, un bacio e così via. Oppure, basti pensare a come noi adulti ricorriamo al cibo ogni volta che ci sentiamo depressi, stanchi, afflitti. Se mi è consentito fare una digressione ritornando a Virginia Woolf, bisogna dire che le pulsioni hanno un vantaggio psicologico importante. Come ebbe a dire Lacan, la pulsione permette al soggetto di entrare in relazione con l’Altro, non direttamente, ma attraverso la "mediazione" dell'oggetto pulsionale. La relazione madre-bambino diventa la relazione madre-seno-bambino. Per cui nell'incontro-scontro con l'altro, la pulsione offre uno schermo che mitiga la potenza di tale incontro. Nel caso della Woolf, conoscendo la sua natura schiva e solitaria, tale passione culinaria sarebbe ben coerente con il bisogno di mitigare la presenza dell'altro.

 

Il rapporto con il cibo è sempre stato controverso. Nel Medioevo, ad esempio, era sinonimo di passioni e di bassi istinti, tanto che alcune sante e mistiche digiunarono a lungo: possiamo dire che fosse simile alla moderna anoressia?

La tipica frase esclamata da un genitore dopo la marachella del figlio è «Ora andrai a dormire senza cena». Il digiuno, dal punto di vista culturale, è strettamente legato alla possibilità di espiare una colpa. La vita di Santa Caterina da Siena lo insegna. Come ci racconta lo storico americano Bell, nel suo libro La Santa Anoressia, Caterina digiunava per espiare le colpe che ella stessa attribuiva alla sua famiglia e a sé stessa. Caterina si crucciava del fatto di non riuscire, attraverso le sole preghiere, ad attrarre la clemenza di Dio. Morì di consunzione nonostante le preoccupazioni dei più alti prelati che la scongiuravano di mangiare. Il digiuno, perciò, come forma di espiazione (dolorosa e appariscente) di una colpa. Questo è il tratto che accomuna le anoressie in profumo di santità a quelle di fattezza postmoderna. Ragazzi e ragazze che si sentono colpevoli per il non essere amati, da un Dio oppure da un altro essere umano.

 

Che cosa puoi dirci, invece, su Madame Bovary?

Emma è l'eroina per eccellenza dell'amore infelice e del desiderio inappagato. Flaubert nel suo romanzo, in più di un passaggio, descrive il digiunare della povera Signora Bovary, associando il rifiuto del cibo alla melanconia. Emma patisce di una vita quotidiana, monotona, dove il suo desiderio sembra morire sotto i colpi del vivere comune. Emma si inaridisce dopo il suo diventare mamma, il suo malessere si esprime con una tristezza esistenziale associata a un rifiuto del cibo e delle passioni di vita. Il rattristarsi si avviluppa, in un vortice mortifero, con il digiuno sino a portare la nostra eroina romantica verso la morte. La svolta si avrà quando Emma imparerà a oltrepassare la vita comune attraverso i suoi amori clandestini. Flaubert mostra in modo molto didattico come spesso l'atto del nutrimento è ben associato alla questione del desiderio. Anche su questo tema la psicoanalisi, in particolar modo Jacques Lacan, ha detto molto. Egli sosteneva che nel momento in cui qualcosa minaccia di saturare il proprio desiderio, oppure i bisogni prendono il sopravvento rispetto a quest'ultimo, il soggetto deve necessariamente forzare le proprie rinunce per tenere vivo il proprio desiderio. Per tale motivo Emma, in preda al suo malessere, rifiutava di nutrirsi. Era un grido di dolore espresso per non uccidere il proprio desiderio.

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Bridget JonesPassando, invece, ai giorni nostri, molte di noi si sono identificate per alcuni aspetti con la pasticciona Bridget Jones – che non è certamente un'eroina della letteratura, ma in qualche modo rappresenta la quotidianità a cavallo tra il secondo e il terzo millennio – con la sua lotta con la bilancia e con la biancheria contenitiva. Che cosa rappresenta questo personaggio a cavallo tra due decenni e due secoli?

B.J. è un personaggio straordinario. È l'antieroina (donna) del femminismo. Incarna – non a caso si utilizza questo termine – la donna che, a partire dalla sua natura, inevitabilmente imperfetta, si sottrae alla battaglia quotidiana per la sconfitta dell'imperfezione. Al contrario del modello femminile imperante che è tutto proteso alle performance, in cucina, a lavoro, tra le lenzuola, in società. La donna di oggi, figlia del femminismo degli anni Sessanta-Settanta, è scivolata nel meccanismo molto maschile di provare la sua potenza in tutti i settori della propria vita. La donna di oggi è una donna fallicizzata, che utilizza la sua immagine (che sia essa sociale oppure meramente estetica) come toppa per le sue mancanze ontologiche dalle quelli rifugge perché per lei scandalose. B.J, invece, un po’ come le nostre nonne, gioca con le sue imperfezioni, non è vittima della sua immagine, non è fallica, non usa la sua potenza. Ecco il motivo per cui questo modello piace molto agli uomini, perché riecheggia un femminile al quale la natura umana è legato, una donna che non ha bisogno, al contrario dell'uomo, di misurarsi attraverso i suoi "attributi". La donna perfezionista (figlia della madre femminista), invece, è quella che oscilla tra la magrezza estrema (segno di potenza) all'obesità/bulimia (segno di impotenza).

 

E che cosa si può dire a proposito dell'ossessione moderna dell’editoria sui libri e programmi di cucina?

Propongo un esperimento. Contiamo quanta pubblicità relativa ai prodotti alimentari viene trasmessa durante il periodo natalizio e pasquale, e quanti prodotti dietetici vengono proposti in Tv nei periodi di intervallo tra queste due feste. È il cortocircuito tipico della nostra società: mangiare a sbafo perché il consumismo capitalista, come una grande voce imperante, ci spinge a ingozzarci per poi ordinarci, in modo altrettanto imperativo, di curare la nostra immagine. In fondo, l'uomo di oggi è vittima della sua deresponsabilizzazione rispetto alla sue pulsioni. Mangia perché devi consumare (e non perché hai fame), oppure dimagrisci perché devi ben apparire. Tutto ciò favorisce una bislacca mediazione tra le due tensioni di cui sopra, cioè: guardare ma non toccare. Oggi, a mio modesto avviso, c'è una importante tensione voyeuristica sul cibo che esalta la grande passione consumistica sul cibo associata al bisogno di preservare la propria immagine di magrezza. In altri termini, ci si appaga vedendo le splendide pietanze preparate a Masterchef o piuttosto leggendo le ricette di Benedetta Parodi. Siamo passati dallo scrivere le ricette per poi tramandarle, al vederle. Mi verrebbe da dire che oggi, nel tentare una mediazione tra la pulsione orale e l'enfasi sulla propria immagine, è possibile solo il "mangiare con gli occhi".


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