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Cronaca di un grande viaggio. “Rapsodia mediterranea” di Simone Perotti

Cronaca di un grande viaggio. “Rapsodia mediterranea” di Simone PerottiRapsodia mediterranea (Mondadori, 2019) è il personalissimo diario di viaggio con cui Simone Perotti, scrittore, giornalista e velista, ci racconta una straordinaria esperienza velistica durata complessivamente sei anni, dal 2013 al 2019, alla scoperta del mare Mediterraneo.

Perotti, che una decina d’anni fa era stato protagonista di un fortunato “caso” editoriale con Adesso basta – Lasciare il lavoro e cambiare vita (Chiarelettere), un saggio sociologico – e insieme narrazione autobiografica – in cui ha raccontato la propria scelta di abbandonare una carriera di successo, da manager in una grande società di comunicazioni, per dedicarsi in modo professionale alle sue due grandi passioni, la vela e la scrittura, ha pubblicato in seguito numerosi libri, alternando saggi, raccolte di racconti e romanzi.

È anche autore di un blog molto seguito e di trasmissioni televisive sul mare.

 

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Nel 2016 era uscito Rais (Frassinelli), un bel romanzo storico dedicato alla figura di un pirata saraceno vissuto all’inizio del Cinquecento e scontratosi più volte con il grande ammiraglio genovese Andrea Doria nelle acque del Mediterraneo.

Per Perotti il Mediterraneo è il centro attorno a cui si è sviluppata per secoli una civiltà che unisce, per tanti motivi, tutti i Paesi che vi si affacciano, anche se i loro abitanti non sempre sono consapevoli dell’importanza di questo mare e dell’influenza che ha sulle loro culture.

Con “Progetto Mediterranea” Perotti, skipper della spedizione, ha portato qualche centinaio di persone, che si sono alternate a bordo di una barca a vela per periodi variabili da una a diverse settimane, in un lungo viaggio che ha toccato quasi tutti i Paesi che si affacciano sul Mediterraneo, eseguendo ricerche di vario tipo e incontrando scienziati, scrittori, attivisti di organizzazioni ambientaliste, politici, per raccontarci le diversità e le affinità di questi luoghi. In Rapsodia mediterranea, uscito nei giorni in cui la spedizione si concludeva con l’arrivo nel porto di Genova, c’è veramente di tutto e di più: un po’ saggio, un po’ grande reportage, un po’ diario personale di un’esperienza senza dubbio unica, come ci racconta l’autore in questa intervista.

Cronaca di un grande viaggio. “Rapsodia mediterranea” di Simone Perotti

Come si torna alla vita quotidiana sulla terraferma dopo un’esperienza come quella di “Progetto Mediterranea”?

Si torna con fatica, per un verso, perché ovviamente stando su una barca si sta come in una realtà parallela, che vive di ritmi, esperienze, luoghi e spazi diversi, quindi non si può vivere in mare per molto tempo come se si fosse in terraferma: il mare, il viaggio, la navigazione danno un ritmo diverso, si pensa anche in modo diverso. Quando torni a terra c’è un bello stacco anche per chi, come me, vive da anni in una specie di casa-barca e con uno stile di vita molto semplice. Dopo l’approdo a Genova il 12 ottobre scorso sono tornato a casa molto arricchito di spunti, storie, incontri, esperienze, risonanze tra me e i luoghi dove stavo, il che era poi l’obiettivo primario del viaggio: vedere luoghi e incontrare persone, ma soprattutto scoprire quello che per me era il vero elemento della ricerca, cioè in che modo mi accordassi io con il Mediterraneo, come un nativo avrebbe trovato casa sulle sue sponde.

 

Sono molti gli spunti interessanti ricavati dalla lettura del suo libro, ma quello che mi ha colpito di più è quando navigando nel Mediterraneo ha la sensazione di navigare sopra a un museo, però l’impressione è che questo museo sia sottovalutato e trascurato sia dai governi dei Paesi rivieraschi, sia dai loro abitanti. Cosa le piacerebbe veder realizzato in proposito?

Ho scritto quella frase in relazione al fatto che in fondo al Mediterraneo sono colate a picco per millenni imbarcazioni di ogni tipo, cariche di uomini e di tutti gli oggetti e le merci che, vedendole, ci farebbero conoscere tutto quello che c’è ancora da sapere sul passato. Il fondo del mare è come un grande museo, che però non vedremo mai neanche con strumenti avanzatissimi, perché troppo profondo. Sarebbe bello sapere com’era fatta la prima nave costruita, e da chi, magari dove andava.

Tutto il passato e la ricchezza noi li abbiamo rimossi e dimenticati. Oggi il mondo da cui veniamo è come se non avesse più un grande valore, perché siamo troppo presi da quello attuale, che però è fatto di cose, valori, abitudini e comportamenti non nostri, ma imposti da un nordovest culturale che ci ha colonizzato: il nostro in partenza è un mondo meridionale e sarebbe fatto di tutt’altro.

Sarebbe necessario un grande lavoro di comunicazione in cui non si va verso il passato, ma si riparte da dove noi abbiamo sbagliato strada, prendendo una via non nostra, per riuscire a imboccare una strada che ci rimetta in contatto con quello che saremmo diventati. Andare nel Mediterraneo è fare un tuffo in ciò che siamo davvero, nella nostra autenticità, facendo un passo oltre la linea dell’alienazione: noi, in realtà, siamo alienati perché cerchiamo di andare in una direzione che si allontana dalla nostra identità. Ogni volta che simuli di essere quello che non sei ricevi uno stress.

 

Altrettanto affascinante è la visione di una sorta di Stati Uniti del Mediterraneo, con una capitale ideale in Sicilia, come piacerebbe allo scrittore israeliano Abraham Yehoshua, ma troppi Paesi rivieraschi sono in preda a turbolenze politiche per poter anche solo immaginare una cosa del genere, che tra l’altro comporterebbe la fine, o almeno il disgregamento, dell’attuale Unione europea. Ma perché i Paesi mediterranei non sono mai stati in grado di costruire un fronte comune europeo che bilanciasse lo strapotere dei Paesi nordici?

Non sarebbe necessario disgregare l’Europa, perché ipotetici stati Uniti del Mediterraneo potrebbero essere non antagonisti, ma complementari all’Unione europea: un Paese come l’Italia potrebbe appartenere a entrambi. La crisi europea attuale, del resto, non è niente se pensiamo alla situazione del continente quando Altiero Spinelli e i suoi compagni stilarono il Manifesto di Ventotene sull’Europa, nel 1943. In quel momento i Paesi europei si stavano massacrando e bombardando uno con l’altro, ma le grandi idee nascono sempre a opera di pochi.

Oggi per fortuna tutto è meno difficile del 1943, e il Mediterraneo è un pensiero senza limite, che come dice Tahar Ben Jelloun, nonostante tutto, ogni giorno si alza e vive intorno a noi, e questo dev’essere un motivo di conforto.

Cronaca di un grande viaggio. “Rapsodia mediterranea” di Simone Perotti

La Francia è, secondo lei, il Paese meno mediterraneo, però nemmeno noi italiani siamo messi tanto bene, in fatto di cultura del mare, pur vivendo circondati dalle acque: non abbiamo, ad esempio, come lei fa giustamente notare, una tradizione letteraria marinaresca e ignoriamo le biografie dei grandi personaggi italiani che hanno un posto nella storia della navigazione. Avrebbe qualche suggerimento da dare in proposito, ad esempio riguardo ai programmi scolastici?

La Francia è un Paese fintamente mediterraneo: la società francese è nordica. Basti pensare che quando Marsiglia è stata capitale europea della cultura non ha dedicato neanche un pensiero a Jean Claude Izzo, uno dei più grandi scrittori della sua epoca. La Conferenza di Barcellona del 1995, voluta dai francesi, ha dato un’idea del tutto strumentale del Mediterraneo: la Francia è in realtà un elemento disgregatore.

Noi italiani, da parte nostra, siamo immemori del possibile ruolo guida che abbiamo già avuto nei secoli passati, e tra l’altro non siamo stati capaci di generare una letteratura nautica. È assurdo che un bambino, tra i cui antenati ci saranno state persone che hanno fatto di tutto sul mare, in un Paese che ne è circondato, cresca senza conoscere la storia della marineria, della navigazione e dei suoi personaggi. Chi ricorda che Garibaldi era un grande uomo di mare, che Bixio è stato un grandissimo esploratore e che il Museo delle Culture del mondo di Genova è stato costruito con gran parte dei reperti dei viaggi del comandante De Albertis, un uomo che ha fatto più volte il giro del mondo navigando e che in qualsiasi altro Paese sarebbe venerato come personaggio di spicco, mentre da noi non lo conosce nesssuno?

 

Della Grecia ha scritto che la sua crisi è stata morale prima ancora che economica, nel senso che il suo tracollo economico è avvenuto a causa di una gestione negativa del Paese, tra corruzione e incapacità di affrontare la realtà. Possiamo dire lo stesso anche dell’Italia, che al momento non se la passa affatto bene?

Certamente sì. Noi abbiamo finto per decenni di essere un Paese ricco, che poteva fare una certa vita, grazie anche ai soldi che ci arrivavano per essere una barriera contro il comunismo durante la Guerra Fredda. Il debito pubblico è cresciuto a dismisura e oggi ne paghiamo le conseguenze, perché fingersi ricchi e nordeuropei ha generato problemi seri, ma tornare a com’eravamo prima degli anni Cinquanta è difficile. I greci hanno avuto un periodo minore di prosperità, perciò ora recuperano un modo di vivere ancora presente nella memoria, perché sono ancora in tanti a ricordare come vivevano da poveri, almeno fino alla fine degli anni Settanta. Per noi questo è impensabile, ma ci mette anche in un disagio profondo. Alla Grecia si è perdonato molto, salvo chiederle oggi il conto, ma anche su di noi si è comunque chiuso un occhio a lungo, per cui oggi è insostenibile che si proclami tanto rigore.

 

Le turbolenze che si registrano in Libano in questo periodo sembrano confermare il giudizio che lei esprime su quel Paese nel libro. Si troverà mai una soluzione stabile?

Il Libano è da sempre un esperimento di convivenza tra diversità, e avrebbe potuto essere considerato un modello utile per gli altri Paesi, visto che tutto il Mediterraneo è diversità, ma purtroppo è basato solo sul potere di clan religiosi, così che è finito per diventare uno dei grandi drammi di quest’area. Andrebbero azzerate tutte le diversità religiose che tendono a disgregare. Il Libano sembra una specie di Singapore, dove tutto deve funzionare per soldi, finanza e consumismo, che non era endemico nel mondo mediterraneo e oggi è la sua peggior malattia, con le persone in coda per comprare l’ultimo iPhone.

 

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Ho letto che Mediterranea è pronta a ripartire. Con quali obiettivi? Spera di poter completare un giorno il viaggio andando in quei paesi che ha dovuto per forza escludere, come la Siria?

Nei posti dove non siamo riusciti ad andare speriamo davvero di poter arrivare in futuro, in situazioni più tranquille. In questi anni abbiamo fatto un’analisi quantitativa di quasi tutto il Mediterraneo percorribile, ma ora potremo tornare ad analizzare in modo più approfondito quei posti dove c’è ancora tanto da scoprire: qualitativamente il programma sarà ancora molto ricco.


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Per la prima foto, copyright: Matthew Wheeler su Unsplash.

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