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Cronaca di un abbandono: “Sangue di cane” di Veronica Tomassini

Sangue di caneI lettori più assidui avranno sicuramente notato che chi scrive ha propensione ad occuparsi, di mese in mese, di recensioni. Questo articolo non sarebbe stato un'eccezione. Ed invece lo è. Per questo l'ho definito “cronaca di un abbandono”. Ma facciamo un passo indietro.

È stato con le migliori intenzioni che mi sono avvicinato a Sangue di cane, primo romanzo di Veronica Tomassini. Incoraggiato da numerosi articoli e interviste (una delle quali su queste stesse pagine), ho iniziato il mio viaggio all'interno del volume, uscito per Laurana Editore nel 2010. Non prima di aver letto la seconda di copertina, però, della quale mi sembra utile riportare alcuni stralci:

 

«Ogni città d'Italia contiene al proprio interno un'altra città, nascosta e quasi invisibile.»

 

Oh mio Dio, non saremo finiti in un film?

 

Leggiamo ancora dal risvolto: «Sangue di cane è la storia dell'amore impossibile – e tuttavia inevitabile, essenziale – tra una ragazza della città visibile e un uomo della città invisibile.»

 

Allora, se ho capito bene c'è questa città, una città come un'altra, che al suo interno ne contiene un'altra; e ci sono questi due, una bella ragazza e un povero disgraziato. Che si conoscono. Si innamorano. Si amano. Ci sarebbe da piangere per almeno tre giorni di seguito. Dicevo: le intenzioni erano delle migliori; una quasi-esordiente, una storia coraggiosa, che parla degli esclusi, degli ultimi. Bene. Comincio. Ce la posso fare.

 

«Marcin era morto. Io avevo i pidocchi. Cioè successe nello stesso momento. Marcin cagava sangue, stava morendo, beveva e cagava sangue.»

 

Questo è l'incipit. Bel quadretto. Procedo nella lettura, tra ardite subordinazioni e “plurilinguismo”; giungo alla seconda pagina, dove trovo una descrizione del paesaggio siracusano, «grigio nella sostanza»; la scambio per un sunto del romanzo. Mi dico che devo dare una possibilità, alla Tomassini e alla sua opera. Vado avanti. Capisco che c'è tutta una variegata umanità attorno ai personaggi principali, un consesso di barboni, alcolisti, donne poco timorate di Dio. Tutti assieme appassionatamente. Le pagine passano, anche se lentamente. Cinque, dieci, quindici. La solfa è sempre la stessa, questi “invisibili” si crogiolano nell'abiezione. Ci può stare. Ma la storia? Venti, venticinque, trenta.

 

«Poi mi prese il prurito.»

 

Stavo citando, non era un'esternazione personale. In fin dei conti, in poco più di trenta pagine, Sangue di cane ha dimostrato di essere un romanzo coraggioso, con uno stile riconoscibile, una storia avvincente, ben strutturata, personaggi credibili e opportunamente caratterizzati. D'accordo, disattivo la “modalità ironia”.

 

Così, nella mestizia generale, il segnalibro giace ancora tra pagina 36 e pagina 37. Le ultime frasi della cui lettura ho goduto:

 

«Immagino che l'amore debba portare pazienza. Immagino che l'amore debba santificare. L'amore guarisce e salva, pure nel fango. Noi eravamo forse fiori nel fango. Magari, lo fossimo ancora. Avrebbe un senso il niente del dopo, magari.»

 

Sarà così, ma la mia pazienza è finita. Basta. Torno a DeLillo e ai torture movies.

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Commenti

A volte, però, le differenze di stile rispecchiano differenze di potere. Non dico che sia il caso in questione: ma invito a pensarci.
Io posso intervenire in questa discussione con molta flemma, perché sono solido. Ho diciassette anni di carriera letteraria alle spalle. Ho un sacco di lavoro editoriale alle spalle. Sono undici anni che uso intensivamente la rete. Mi mancano otto anni per fare quarant'anni di contributi. Ho sperimentato la vanità e la vacuità di tante cose. Sono qualcosa a metà strada tra un precario e un libero professionista: fattostà che non sono mai stato un giorno senza lavorare. Nei giornali si scrive, di tanto in tanto, che io sarei qualcosa come il più serio consulente editoriale d'Italia.
Posso permettermi, insomma, un certo stile.
Ho osservata più volte la trasformazione che accade spesso (non sempre) in chi pubblica con un grande editore, o con un editore molto rinomato. Un amico mi disse una volta, scherzando, che gli "autori Einaudi" non "camminano": "incedono". Prendono un'aria vescovile, aggiungeva. In questo non c'è niente di male (qualcosa di ridicolo, a volte). E' bene che uno prenda coscienza della propria forza. E' bene che uno venga addestrato a non curarsi di "loro", ma guardare e passare. Ma è una questione, appunto, in gran parte di potere. Potere che uno si sente di avere. Potere che uno vede nelle mani dell'editore. Eccetera.
Ci sono editori, editor, compagni di viaggio, chiamiamoli così, che non sono in grado di indurre questa trasformazione negli autori o nelle autrici con i/le quali lavorano.
E ci sono persone strutturalmente negate per il potere. Persone che possono essere continuamente ferite.
In diversi interventi di questa discussione è in atto un paradosso.

Cioè in sostanza stai dicendo "Facile fare i fighi quando si ha potere" ?

È talmente banale che sono sicura di non aver capito, e se ripassi di qui ti sarò grata se mi spieghi dove esattamente.

Sì, ho proprio detto una cosa banale. E' facile reagire alle critiche con un sorriso quando hai alle spalle un editore rinomato, ad esempio, che riesce a farti vendere decine di migliaia di copie, a farti guadagnare decentemente, a portarti ai premi, a portarti in televisione, a farti fare le tournée, eccetera. E, dirò, se si ha alle spalle un editore così, è proprio giusto reagire con un sorriso; è la cosa migliore che si possa fare.
Se invece si ha alle spalle un editore che è tutto il contraio, hai bisogno del triplo di forza (o forse del settuplo) per reagire alle critiche con un sorriso.
(Poi bisognerebbe vedere anche quale vita uno ci ha alle spalle: ma di questo non mi pare proprio sia il caso di parlare qui).

Va bene. Grazie per la risposta.
Concisa causa salute, spero comprensibile.
Non ho problemi con la banalità in sé, mica dobbiamo sempre fare gli oracoli. Ho problemi con le banalità difficili da condividere. In sintesi. Non sappiamo se la persona X è stata equanime per propria disposizione o perché ha le spalle coperte dal potere dell'editore Y, sappiamo però che la persona Z è stata piccina diciamo "di suo" (non diciamo "per natura" che è concetto assai nebuloso).
Se questo è vero, non capisco come si possa scusare la persona Z dicendo "Eh, ma è pubblicata da un editore senza potere"; oppure "Eh, ma da piccola è stata malata". Io sono considerata responsabile delle mie azioni sia quando insegno all'università sia quando chiacchiero con gli amici e magari siamo tutti un po' sbronzi. Sia quando sto bene sia quando da piccola ho rischiato di morire.
Sarà che metto l'eleganza sopra parecchie cose, ma la bassezza mi sembra tale, e per questo condannabile, al di là delle ragioni che l'hanno provocata. Specifico che parlo in generale, m'interessa con Mozzi il discorso in generale, e ho preso ad esempio il caso Z solo perché rispondo ad un commento specifico di Giulio. Non emetto giudizio sulla persona Z che non conosco e che m'interessa poco.

Aggiungo che ho lunga esperienza di critiche ed attacchi personali, sia su carta sia sul web. Ma se qualcuno (chiunque) avanza critiche su quello che metto online gli chiedo di spiegarsi e di essere anche più cattivo di prima. Quanto alle cose accademiche, rispondo spiegando e se necessario chiedendo scusa. Maternage a parte, non credo si possa fare utilmente qualcosa di diverso. Aggiungo queste righe perché predicare bene e razzolare male è cosa agevole.

"Non sappiamo se la persona X è stata equanime...", eccetera.
Dunque, se non sappiamo, teniamo conto che non sappiamo.
Già questo potrebbe essere un modo interessante di procedere.

Teniamo conto, ma si stava facendo un discorso generale sui comportamenti e le loro scusanti. Insomma, questa non mi sembra una risposta pertinente.
Non importa.

A me sembra che l'obiettivo sia insinuare o almeno instillare il dubbio che Viola Di Grado non sia più educata, consapevole e rispettosa di chi la critica, ma più 'potente'. E' così, Mozzi? Può chiarirci inequivocabilmente la sua posizione? Sta dicendo o suggerendo questo?
Lo chiedo perché queste insinuazioni per me sono molto più deboli dei miei discorsi che lei reputa deboli perché ipotetici. L'unica cosa certa qui è che Viola di Grado ha anagraficamente 15 anni meno della Tomassini. e nonostante questo...

Patrizia, basta leggere quello che ho già scritto: "A volte, però, le differenze di stile rispecchiano differenze di potere. Non dico che sia il caso in questione: ma invito a pensarci". Eccetera.

E' una delle tante applicazioni del principio di precauzione.

Inoltre: se la cosa A "rispecchia" la cosa B, non è detto che ci sia una relazione di causa ed effetto.

(E anche qui entra in gioco il principio di precauzione).

No. Sta dicendo (anzi, sta ipotizzando - che è diverso) che magari Viola Di Grado ha replicato con un sorriso perché Il Campiello le ha "allargato le spalle" e le ha dato la forza di dire "estiqatsi".
Nb. la Di Grado è a titolo esemplificativo. Il discorso di Giulio era molto più generico.

Allora, sono d'accordo con Mozzi ma con riserva. Facciamo qualche esempio. Se oggetto di critiche come queste fosse Davide Rondoni (che in realtà è oggetto di critiche ben più pesanti), certamente, CERTAMENTE una discussione del genere non ci sarebbe mai stata. E per i seguenti motivi:
1. Davide Rondoni pubblica dal 1985, con Marietti, Mondadori, Guanda etc etc, ha vinto non so quanti premi, ha 'potere contrattuale' e non gliene frega un cazzo di quello che dice di lui il ragazzetto Catanese che pubblica su un blog come questo. Al massimo degna di attenzione Pacchiano, non certo Puglisi (non ci rimanete male, ma è così).
2. Davide Rondoni manco si sarebbe accorto di sto blog, figuriamoci se si accorgeva di alessandro. Quando ogni tanto gli mando considerazioni poco lusinghiere su certi suoi articoli troppo 'cattolici', mi risponde lapidario: "fattene una ragione" uahhahah (adoro...)

La differenza sta tutta nella posizione di potere di cui parlava Mozzi. sì.

Ma se parliamo di esordienti, tendenzialmente alla pari, che non pubblicano con mondadori o con einaudi, il discorso è un po' diverso. E credo che l'esempio di Viola Di Grado sia poco calzante, perché ritengo più probabile che la differenza di stile sia dovuta più alla differenza di carattere e di consapevolezza che non ad una differenza di potere.

L'esempio con Davide Rondoni è ipotetico, e quindi ha forza argomentativa piuttosto debole.

Patrizia, scrivi: "Ritengo più probabile che la differenza di stile sia dovuta più alla differenza di carattere e di consapevolezza che non ad una differenza di potere". Sulla base di quali informazioni ritieni "più probabile" una cosa che un'altra?

...perché non ritengo che tra le due ci sia una così grande differenza di potere.

o, meglio, ritengo che una così elevata differenza di stile sarebbe discutibile in termini di differenza di potere solo in presenza di una differenza di potere talmente elevata da essere inequivocabile. Facevo l'esempio di Rondoni per dire che se la medesima differenza fosse intercorsa tra la tomassini e rondoni la riflessione sulla differenza di potere sarebbe stata accettabile. Per tal ragione dicevo ad alessandro che non trovavo calzante l'esempio della di grado. Per quanto concordo con la Prof.ssa qui su nel sostenere che certe cadute non sono in alcun modo scusabili per queste vie.

Ciao Alessandro. Non ho mai visto Mozzi essere generico. Generale, magari.

Ma potere di cosa? Per cosa? La notorietà dà potere? Di non fare la fila al ristorante? Io credo nell'umiltà, anzi, tanto più si è noti tanto più si dovrebbe essere umili.

Caro Giulio Mozzi, inizio questo commento con un'esternazione di stima: mi consideri pure tra le persone che la reputano autorevole, signorile, intellettualmente onesto e di grande professionalità. Glielo dico di cuore, perché dinanzi a commenti di così grande onestà intellettuale io non posso che imparare.
Le dico subito che non sono un "recensore professionista" (ammesso che questa sia realmente una categoria professionale) e non sono una grande lettrice di prosa. Prediligo la poesia, perché è essenzialmente l'ambito di studi che attiene alla mia (ancora giovane) formazione. Sono una laureata in lettere che ha sempre scisso i propri studi dalla lettura ingenua della quale rivendico il diritto d'esistenza, e in nome della quale spesso colpevolizzo i miei studi che fanno di tutto per togliermi la genuinità di apprezzare un testo emotivamente prima che razionalmente.
Detto questo (e solo per chiarire a lei e a chi legge che chi scrive non è certamente un professionista ma nemmeno uno che libri non ne ha visti mai e autori non ne ha mai conosciuti), torno all'argomento in questione.

Ammetto di non aver mai visto scrittori, esordienti o affermati, inaugurare crociate gravemente e giuridicamente lesive nei confronti di lettori che si limitano a dare pareri personali, anche se politicamente scorretti (ché poi i pareri personali sono sempre politicamente scorretti!). Da ieri leggo sui profili facebook (dell'autrice come delle sue amiche), e su vari siti, insulti dell'autrice stessa e di chi la appoggia, insulti rivolti al recensore in oggetto e a chi ne difende il diritto e la dignità d'espressione. Tutto questo non c'entra nulla con la posizione di potere della scrittrice in questione. Tutto questo attiene alla dimensione umana e caratteriale della persona Tomassini. Certamente riconosco che se l'autrice si fosse sentita sicura e importante, o addirittura intoccabile, non avrebbe neanche letto questo post, lo avrebbe snobato. E questo io all'autrice l'ho fatto presente, in altre discussioni avviate su fb. Come ho fatto presente di comprendere ampiamente la delusione di una scrittrice che si sente ferita dal commento di Alessandro Puglisi, e sbarella teneramente e umanamente come una bambina spaurita. L'ho anche immaginata a piangerne in solitaria, e mi sono commossa, lo ammetto.
Ma, come ho detto in altre occasioni, purtroppo l'umanità dell'autore e la sua simpatia sono elementi interni ai testi. Un lettore è una persona umana, specie quando non esperta, che si avvicina ad un libro con il bagaglio di pregiudizi, impressioni, emozioni, proprie di un individuo che si avvicina ad un altro individuo. Se un autore mi diventa insopportabile, il pregiudizio intorno alla sua persona mi impedisce di vivere serenamente ciò che quella persona scrive o produce e mi porta a nutrire antipatia preconcetta verso le sue creature. Anche questo è politicamente scorretto, lo ammetto. Mi sono trovata per ragioni di studio a vivisezionare testi di autori che mi erano e mi sono umanamente detestabili. E in qualche caso ho dovuto forzatamente ammettere che sono odiosi ma straordinariamente bravi. E' pur vero però che in questo caso non ho a che fare con un autore consolidato che può permettersi di farsi detestare perché supportato da capolavori e da 40 anni di carriera. Stavolta ho davanti un'esordiente di 40anni che si rende detestabile a chi ancora il suo romanzo non solo non l'ha letto, ma non l'ha nemmeno comprato. Con la conseguenza che chi la troverà detestabile davvero quel romanzo non lo comprerà (annoveratemi pure tra questi).
Se questa osservazione, che regalo da ieri all'autrice sperando comprenda che non è un attacco ma un'offerta di aiuto, le provenisse anche da chi la segue e la supporta, forse l'autrice imparerebbe a risparmiare a se stessa cadute di stile e figure discutibili che danneggiano il suo romanzo e la sua immagine più di quanto sembri (Genna è uno di quelli che le ha recato il danno maggiore, consentitemelo).
Detto ciò, ribadisco che a me di questo romanzo interessa ben poco (e rivendico il diritto di disinteressarmene senza essere diffamata sui profili fb), e ribadisco che non comprerò il romanzo in questione. e mi auguro non lo comprino tutti coloro che hanno a cuore la propria dignità di lettori inesperti e il proprio diritto di sbandierare al mondo che il libro che hanno comprato è noioso.
Auguro alla Tomassini tanto successo, e tanti consensi (più per la salute dei suoi lettori che per la sua :-D). A lei invece rivolgo una stretta di mano ed ancora un altro pieno attestato di stima.

Patrizia, mi rendo conto che può capitare di avere dei pregiudizi (cioè: delle opinioni e delle valutazioni che precedono l'esame dell'oggetto) su un testo a causa dei comportamenti di chi l'ha scritto.

Credo che sarebbe ragionevole, però, separare le opinioni sui comportamenti di una persona dalle opinioni sulle eventuali opere prodotte da questa persona.

A me è successo di riuscire a portare alla pubblicazione delle opere letterarie secondo me molto pregevoli, benché i comportamenti degli autori mi sembrassero intollerabili. E sono contento di aver agito così.

Un momento di fragilità, di incazzatura, di imbrogliamento, di furore, di timidezza eccetera può capitare a chiunque. Invece un'opera è lì, e resta.

Certo: l'industria culturale cerca l'autore carino, caratterialmente solido, capace di stare disinvoltamente in società, capace di piacevole conversazione sulle ultime cose alla moda, capace di glissare e di reagire alle provocazioni con un sorriso o con un'agile battuta, eccetera.

Ma se dovessimo farci guidare da queste cose nelle nostre scelte di lettura, staremmo freschi: direi.

Ecco, questo argomento mi interessa moltissimo.
Io ho notato che quando mi trovo, per ragioni di studio, a dovermi avvicinare ad un autore che umanamente non mi è simpatico, finisco poi per la maggior parte dei casi a sorprendermi in positivo, ovvero rintraccio nel testo la grandezza che non gli riconosco nella vita. Quando invece restiamo nell'ambito della lettura personale volontaria, e non in qualche modo indotta dal dovere professionale, il fastidio umano diventa discriminante. Sarebbe interessante qui sentire il parere e i metodi di approccio dei lettori non-professionisti, forse perché quando si resta nel 'dilettantismo' la componente umana soverchia la qualità letteraria. O forse perché lo studio abitua a vivere i prodotti letterari come materiale da laboratorio, mentre la lettura ingenua e volontaria fa dei testi veri e propri individui...
Mi ha sempre affascinata questo argomento, perché è da anni che sento che i miei studi mi hanno tolto di diritto ad esempio di leggere una poesia emozionandomici dentro, senza vivisezionarla come un cadavere durante un'autopsia...

Mi pare evidente che la recensione di Puglisi sia fuori dalla norma, assai provocatoria, il libro gli ha fatto così orrore che ha smesso di leggerlo dopo solo 36 pagine.
E' lecito?
Lo dobbiamo aspettare sotto casa per questo?
La sua mamma non lo vorrà più a casa il giorno di Natale
Non credo, direi piuttosto che la discriminante sia la libertà di espressione.
Noto con curiosità che qualcuno l'ha tacciato di essere un architetto OMG, è un insulto ora?
Guardate che non leggiamo solo il manuale del cementificatore o le norme UNI per la corretta installazione delle finestre.
Aggiungo che non ho dato semiotica, semiologia (?) e sono spesso semiseria.
Davvero una brutta persona, guardo il mondo da un oblò (cit.) talvolta con l'occhio della mucca.
MUUUUUH

Buon pomeriggio,
ho letto la recensione e solidarizzo con Alessandro, anche se non lo conosco.
Mi è capitato di recensire libri di esordienti per un gruppo di lettura di cui facevo parte; in qualche caso, nonostante il garbo usato nei confronti degli autori per comunicare loro (in privato) che la loro opera non era stata giudicata idonea ad essere recensita sul sito, le reazioni sono state alquanto scomposte, a volte anche a livelli alquanto maleducati.
Mi è capitato anche di stare dall'altra parte della barricata: ho pubblicato un romanzo e alcune recensioni sono state negative; me ne è rimasta impressa una, in particolare, che, tra le altre cose, accusava me e il mio libro di antifemminismo. Evidentemente l'autrice della recensione (mai vista in vita mia) mi conosce meglio di quanto io conosca me stessa (beata lei!). Per quanto alcuni giudizi mi abbiano ferita, e anche offesa, dato che comunque ogni romanzo è un pezzo di cuore, stomaco, cervello di chi lo ha scritto, reagire male alle recensioni negative lo trovo inelegante e un po' puerile, oltre che, ovviamente, inutile.
Alcune persone che qua si sono accalorate a difendere il libro e la sua autrice (che comunque sono due entità distinte), dando addosso a Puglisi, sono sue amiche su Facebook e, forse, anche nella vita: sicuro che vi sareste accalorati tanto anche se non l'aveste conosciuta?
Comunque auguro buon lavoro a Morgan, ad Alessandro e, naturalmente, anche a Veronica, di cui spero di avere presto occasione di leggere qualcosa.

Quante parole. Poche risultano realmente interessanti. Per altre sembra di capire che più che dialogo sia monologo, gesti davanti ad uno specchio. Peccato, si perde tempo su modi di essere (più che su questioni) che in realtà sono di scarso interesse, tranne che nei battibecchi. Mah.

Non dirò una sola parola sul romanzo di Veronica Tomassini che sto leggendo, mentre invece mi esprimo su questo dibattito nel quale ho apprezzato molto la saggezza pacata di Giulio Mozzi e anche la critica alla critica che ha proposto Matteo Platone.
Ezio Raimondi scrive: “ il lettore non dispone dell’arbitrio di manovra di una soggettività assoluta (…) Leggendo nella mia soggettività rappresento anche un altro soggetto, quasi sperimento la mia stessa identità come movimento e tensione verso l’alterità e la differenza. Ed ecco allora la comprensione nella separazione, con la responsabilità di una risposta tale da mettere in gioco anche colui che risponde.”
Forse si può ripartire da qui. E in questo grembo d’orizzonte mi sembra sia racchiusa la possibilità della critica, del fare recensioni, del mettere se stessi nel dialogo con un’opera letteraria, senz’alcuna codificazione di chi possa o non possa fare parola sulla parola altrui. E chi s’appresta a dire di un percorso narrativo deve sapersi esporre a sua volta alla critica. Trovo le argomentazioni di Matteo Platone, sulla cronaca di Alessandro Puglisi, precise. Io non tenterei il commento di un’opera non terminata, ma riconosco interessante l’intenzione di raccontare e analizzare l’abbandono della lettura, perché anche la rinuncia è una forma di incontro con il testo, una forma di interpretazione, certo con il limite del frammento d’esperienza che se ne è fatta. Un viaggio interrotto, se raccontato riflessivamente, dice comunque qualcosa della fisica di quel viaggio. Ma si tratterebbe di raccontare e analizzare. Alessandro Puglisi mi pare disattendere la sua stessa intenzione, poiché non riflette su ciò che lo ha spinto a lasciare il libro. Vero anche che il suo titolo parla chiaro: si tratta di una cronaca. E in effetti leggiamo una successione di poche impressioni e reazioni alle prime pagine del libro fino alla resa. Così mi sembra però un approccio superficiale e, per me, poco interessante.
Penso che cercare di innescare un dialogo profondo con la parola altrui chieda tempo, impegno, fatica, anche una sorta di timore nei confronti del testo che esplori, sia quando pensi d’averne intercettato la forza, sia quando devi mostrare la fragilità e tutti i limiti ai quali credi di aver dato nome. "Decostruire" una scrittura è comunque un atto di fedeltà a ciò che hai saputo incontrare di quell’opera; comprendere è una sorta di co-creazione, ma anche di lotta.
Temo invece che qualsiasi espressione sbrigativa sulla parola dell’altro degradi a giudizio e sfugga alla sfida della valutazione che invece deve rendere conto all’altro e vuole forse restituirlo a se stesso dopo averlo attraversato. I giudizi trancianti (non mi riferisco ad Alessandro Puglisi, rifletto in generale, ma a volte anche l'ironia può avere la stessa funzione) non avvertono il bisogno di articolarsi in motivazioni, ciò che fonda la possibilità dell’autorevolezza (che appartiene alla famiglia delle relazioni di potere), ma sfruttano rendite di posizione di chi li esprime o svicolano, per incapacità o pigrizia, la complessità dell’analisi.
Insomma forse è stata un’occasione persa quella di Puglisi. Può essere utile sapere perché una lettura si interrompe. Appunto, perché.

"Può essere utile sapere perché una lettura si interrompe. Appunto, perché".
Condivido.

beh, francamente, una recensione che recensione non è (anche le stroncature per essere utili al lettore, e non dico autorevoli, devono avere una forma, un senso strutturato, una capacità di focalizzazione e un' obliquità dello sguardo che qui non vedo). qui, al limite, leggo un'opinione personale autocompiaciuta e supponente, e per questo stucchevole. Ci siete caduti dentro come pere cotte... forza veronica!

Ho letto il libro della Tommasini, ma non sto a dire cosa ne penso, qui dentro ci sono professionisti della maldicenza. Leggo cosa ha scritto questo Puglisi, non c'è un argomento a sostegno del suo disgusto per il testo. Non è capace di argomentare? Ma andiamo avanti, questa roba non andrà certo a svantaggio dell'autrice, anzi credo che le abbiate fatto un sacco di pubblicità, so di blogger che andranno a comprare il romanzo e che hanno intenzioni di parlarne, uno in particolare se n'è innamorato, visto le foto su internet (non conosceva la Tommasini fino ad allora, qta attenzione per Pugliesi, quando gli capiterà ancora? Solo una cosa mi fa ridere da morire, il fatto che l'autrice (non è male) è stata presa al bersaglio, leggo l'invidia vidente, ma magari mi sbaglio, e poi leggo i commenti di Guarino, spaventosi. Sono privi di fondamento, puerili, commenti che sono di stizza, è evidente. Insomma leggo attacchi personali, una spaventosa aggressività, e dall'altra parte leggo i commenti dell'autrice, pochi e ragionati, affatto lesivi "giuridicamente". Supponenza e mancanza di conoscenza (ignoranza) infestano il blog e il post di uno che ha scritto una robetta inutile, io spero che l'esperienza gli sia servita almeno a lui.

I commenti dell'autrice pacati e ragionati mentre quelli della Guarino sono pieni di livore ed invidia? :D
Immagino sia sua parente, la Tomassini, altrimenti lei ha qualche problema. Serio.

ahaha. secondo me tu sei Guarina, dai, ahahha. Sei in ogni luogo. Seguo Giulio Mozzi e ti trovo nel suo blog e leggo le tue circostanziate e durissime polemiche, entro in questo e trovo te. Ma l'autrice dove sta così incazzata? Quando si arrabbia? Ho letto i suoi commenti, non trovo niente. Sono curioso. Guarina dimmelo, tu sai sempre più degli altri secondo me. Avanti, un bel respiro, fattela passare.

A questo punto, io, con nome e cognome, pregherei il gestore del blog, che stimo in tutta onestà, a chiudere i commenti, considerato che sono stata continuamente molestata, perseguitata, dalla signorina di cui sopra (tale Patrizia Guarino), nel blog e su altre piattaforme. Dunque sono arrivata ad un punto di esasperazione (sono reati da perseguire). Mi riferisco soprattutto a questa Guarino appunto che ha tentato (inutilmente) questa campagna persecutiva dicevo (continua, pedissequa), tipica dei trolls, di qualcosa che peraltro è molto vicino allo stalking. Sopra nei suoi commenti e ripeto in altre piattaforme, leggo falsità e calunnie sul mio conto e sul conto di miei presunti amici, sempre a suo nome (e forse anche a nome di chi per lei). La signorina Guarino ha tirato in ballo nomi come Giuseppe Genna (o fantomatici amici complici su facebook soprattutto), insinuando assurde complicità. Non mi interessa sapere la ragione della sua azione persecutoria, saranno problemi suoi, perciò chiedo al gestore del blog di chiudere i commenti. Ho letto altre cattiverie, questo mi dà la misura della povertà di un campione umano terrificante. Io mi firmo, e invito questo soggetto, e invito tutti coloro che hanno volutamente offeso la persona, fottendosene del resto, ingoiare lo sterco invece che sputarmelo addosso.Sono ad un punto che mi fa pena pure Puglisi, la sua totale assenza in tutto ciò, la sua non professionalità che ha aperto certi recinti (dentro cui pascolano intelligenze amene).
Confido nel gestore del blog,
Veronica Tomassini

Vi chiedo gentilmente di ritornare a conversazioni più consone allo scambio costruttivo, che alla diretta offesa altrui.
Continuare, in alcuni casi, a turlupinare Tomassini diventa volgare, cioè senza qualità alcuna.
Come curatore del blog non ho motivi urgenti di difendere Puglisi (autore del post), Tomassini (autrice del libro) o qualsiasi altra persona, perché rispetto la loro libertà - se vogliono - di difendersi, ma il quadro, dal mio punto di vista, sta degenerando.
Quindi, tanto per essere chiari, e poi non si dica che non lo avevo detto (cercavo di trasmettere lo stesso concetto in un precedente commento), o la si pianta di insultare le persone (anche con irritanti domande tendenziose) o mi vedrò costretto a chiudere i commenti.
Mi spiace avere questi toni poco nobili, ecco.
Grazie.

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