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Cronaca di un abbandono: “Sangue di cane” di Veronica Tomassini

Sangue di caneI lettori più assidui avranno sicuramente notato che chi scrive ha propensione ad occuparsi, di mese in mese, di recensioni. Questo articolo non sarebbe stato un'eccezione. Ed invece lo è. Per questo l'ho definito “cronaca di un abbandono”. Ma facciamo un passo indietro.

È stato con le migliori intenzioni che mi sono avvicinato a Sangue di cane, primo romanzo di Veronica Tomassini. Incoraggiato da numerosi articoli e interviste (una delle quali su queste stesse pagine), ho iniziato il mio viaggio all'interno del volume, uscito per Laurana Editore nel 2010. Non prima di aver letto la seconda di copertina, però, della quale mi sembra utile riportare alcuni stralci:

 

«Ogni città d'Italia contiene al proprio interno un'altra città, nascosta e quasi invisibile.»

 

Oh mio Dio, non saremo finiti in un film?

 

Leggiamo ancora dal risvolto: «Sangue di cane è la storia dell'amore impossibile – e tuttavia inevitabile, essenziale – tra una ragazza della città visibile e un uomo della città invisibile.»

 

Allora, se ho capito bene c'è questa città, una città come un'altra, che al suo interno ne contiene un'altra; e ci sono questi due, una bella ragazza e un povero disgraziato. Che si conoscono. Si innamorano. Si amano. Ci sarebbe da piangere per almeno tre giorni di seguito. Dicevo: le intenzioni erano delle migliori; una quasi-esordiente, una storia coraggiosa, che parla degli esclusi, degli ultimi. Bene. Comincio. Ce la posso fare.

 

«Marcin era morto. Io avevo i pidocchi. Cioè successe nello stesso momento. Marcin cagava sangue, stava morendo, beveva e cagava sangue.»

 

Questo è l'incipit. Bel quadretto. Procedo nella lettura, tra ardite subordinazioni e “plurilinguismo”; giungo alla seconda pagina, dove trovo una descrizione del paesaggio siracusano, «grigio nella sostanza»; la scambio per un sunto del romanzo. Mi dico che devo dare una possibilità, alla Tomassini e alla sua opera. Vado avanti. Capisco che c'è tutta una variegata umanità attorno ai personaggi principali, un consesso di barboni, alcolisti, donne poco timorate di Dio. Tutti assieme appassionatamente. Le pagine passano, anche se lentamente. Cinque, dieci, quindici. La solfa è sempre la stessa, questi “invisibili” si crogiolano nell'abiezione. Ci può stare. Ma la storia? Venti, venticinque, trenta.

 

«Poi mi prese il prurito.»

 

Stavo citando, non era un'esternazione personale. In fin dei conti, in poco più di trenta pagine, Sangue di cane ha dimostrato di essere un romanzo coraggioso, con uno stile riconoscibile, una storia avvincente, ben strutturata, personaggi credibili e opportunamente caratterizzati. D'accordo, disattivo la “modalità ironia”.

 

Così, nella mestizia generale, il segnalibro giace ancora tra pagina 36 e pagina 37. Le ultime frasi della cui lettura ho goduto:

 

«Immagino che l'amore debba portare pazienza. Immagino che l'amore debba santificare. L'amore guarisce e salva, pure nel fango. Noi eravamo forse fiori nel fango. Magari, lo fossimo ancora. Avrebbe un senso il niente del dopo, magari.»

 

Sarà così, ma la mia pazienza è finita. Basta. Torno a DeLillo e ai torture movies.

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Commenti

io sono la mucca, ma comprendo e mi esprimo in italiano, quindi scelgo di essere, qui e per voi, la mucca.
prendete buone le parole della mucca, o la mucca deve portare un qualche certificato che attesti la sua credibilità, la sua autorevolezza, il suo livello sociale, il censo, la razza, venendo solo in quel momento accreditato al dibattito?
(tra l'altro: "anonimo" = "la mucca" = "luigi ventilati" = "luca grandi" ="morgan palmas" = "veronica tomassini": qui mica viene chiesta la carta di identità a nessuno, tanto meno a matteoplatone che a quanto ne so può essere nome matteo e cognome platone oppure nome matteo cognome filiberti, chi lo sa. che mi frega, poi)
il punto è: questi dibattiti sarebbero anche interessanti se gli autori non vi partecipassero. autori o simpatizzanti o amici o quelli che io-dico-bravo-a-te-tu-poi-lo-dici-a-me.
l'autore è, da sempre, offendino. e ci sta, diamine: sì che ci sta.
la prova del livello di noia mortale che questi dibattiti raggiungono è la domanda che gli autori, gli amici o i simpatizzanti per prima si fanno: CHI E' QUESTO CHE HA PARLATO?
e vai di google.
io ho tutt'altra impostazione: prendo cosa mi viene detto, indipendentemente da chi lo dice. non mi interessa chi parla: guarda cosa dice. non siamo in famiglia, non sono consigli ai nipoti (sebbene anche in quel caso io abbia la tendenza a mai dire: così parli tu, proprio tu che), se ritengo una stronzata quella che ascolto, pazienza. al massimo taccio. di sicuro non chiedo una rm cerebrale a chi mi parla.
certificati, lauree, strumentazioni, kit del piccolo recensore.
io sto commentando un post dal titolo: cronaca di un abbandono.
il dibattito stimola e mi piace quando si parla del cosa e non del chi.
l'ho già detto.
mu!
(buonanotte!)

Devo qualche precisazione riguardo ciò che scrive la persona che si firma semplicemente "S.".

Scrive S.: "Il punto è che questa gente (Genna, Mozzi, Bertante, etc etc) si sentono una casta di intoccabili".
Per amor di precisione: sono un precario dell'editoria, dotato di un contratto di consulenza annuale con un grande editore (1.034 euro netti al mese; il contratto scade il 29 febbraio prossimo), e di un amichevole accordo di consulenza gratuita con l'editore Laurana.

Scrive S. "ed esercitano il loro (peraltro inutile, inutile per i più intendo) piccolo potere".

Dopo diciassette anni di lavoro mi ritrovo ad avere un potere di proposta. Le mie proposte vengono talvolta accolte, talvolta no.

Scrive S. "...osannando fino al ridicolo autori che secondo loro sono il futuro della narrativa italiana".

Ecco: vorrei che S. fornisse un esempio, uno solo, di articolo o intervento o post nel quale io, a suo giudizio, "osanno fino al ridicolo" un qualsiasi autore.

Scrive S.: "E tutti vanno loro dietro, un bel branco di pecore belanti. Succede con la Tommasini...".

Se questo fosse vero il romanzo di Veronica Tomassini - ad esempio - sarebbe stato acquistato da tutti. Invece è stato acquistato da un migliaio di persone, o poco più.

Scrive S.: "...succede con Sortino".

Qui io non c'entro. Non so nulla di Sortino. Non ho mai letto una pagina sua.

Scrive S.: "Quindi, visto che qui una persona ha osato finalmente usare la sua testa per recensire un libro, senza guardare chi lo sponsorizzava e senza paura di farsi inimicizie nelle suddette cricche: allora lui non è autorevole!".

S. hai forse notizia di qualche malefatta da me compiuta contro qualcuno che aveva recensito negativamente un libro seguito da me? O, in generale, di qualche danneggiamento ad altri da me compiuto per risentimento? Se sì, allora effettivamente puoi sostenere che possa essere rischioso recensire negativamente un libro seguito da me. Se no, allora non hai alcuna ragione pers ostenere che possa essere rischioso recensire negativamente un libro seguito da me.

Scrive S.: "Sì, su Fb è stata tirata in ballo "l'autorevolezza", che fa tanto fascismo triste, anche perché chi è che decide se qualcuno è abbastanza autorevole da fare una recensione?".

Mi sfugge la relazione tra "autorevolezza" e "fascismo".
La domanda è comunque mal posta: perché l'autorevolezza non viene decisa da uno, ma è il risultato di un grande numero di reazioni positive. Nel momento in cui Tizio dice che lo stracchino è buono, e in molti lo stanno a sentire e assaggiano lo stracchino, ed effettivamente trovano che lo stracchino sia buono, e si parlano tra loro condividendo il giudizio - allora Tizio diventa, senza che nessuno l'abbia deciso, autorevole. Se poi c'è - e c'è sicuramente - qualcuno a cui lo stracchino non piace, questo qualcuno potrà (a) pensare che Tizio è un cretino, un mafioso che sostiene lo stracchino solo perché ci ha degli interessi particolari, ecc., (b) considerare Tizio come una persona ritenuta autorevole e che tuttavia di tanto in tanto si sbaglia, (c) fregarsene di Tizio e mangiare caciotta a volontà, ecctera.

Scrive S.: "Personalmente, d'ora in poi l'unico criterio che userò per decidere se qualcuno è autorevole è che questo qualcuno sia un emerito Nessuno".
Se ti troverai bene a considerare autorevoli gli emeriti Nessuni, e se altri condivideranno questa esperienza positiva, e se vi parlerete tra voi, allora gli emeriti Nessuni potranno essere detti effettivamente "autorevoli".

Alessandro Puglisi, che ha pubblicato con il gruppo editoriale Albatros-Il filo la "raccolta giovanile di poesie" (così la definisce lui) intitolata "Cinquantaquattro specchi", è un emerito Nessuno, S., o secondo te fa già parte della mafia editoriale? (Sempre che io non mi confonda con un omonimo.

Per parte mia, trovo sensato quanto Puglisi scrive a proposito del romanzo di Veronica Tomassini. Mi rendo perfettamente conto che "Sangue di cane" può risultare fastidioso, petulante, patetico, scombinato. Non per nulla, prima che lo pubblicasse l'editore Laurana (al quale il romanzo giunse non attraverso di me, e prima che io e l'editore Laurana facessimo conoscenza) lo rifiutarono tanti editori. Anche editori che stimo, che considero - e vabbè, diciàmolo - "autorevoli".
E tuttavia, nonostante tante risposte negative avute, mi è rimasta la convinzione che quel romanzo abbia un valore. E il metro di giudizio che adopero è esattamente lo stesso che adopera Puglisi: lui a un certo punto non è stato più capace di andare avanti nella lettura, io invece l'ho letto avidamente: e più volte.

giulio mozzi

Sono d'accordo con lei su tutto, Signor Mozzi, tranne sull'autorevolezza. In quest'epoca di media tende ad essere considerato autorevole chiunque abbia molta visibilità. E a forza di ripetere che lo stracchino è buono si riesce a convicere della sua bontà anche chi non lo ama. Metta in televisione, cinque giorni su sette, una qualsiasi persona definendola opinionista, e dopo qualche settimana ella verrà considerata autorevole.

Immagino che le cose stiano come lei dice nel tempo breve, signora Gherardi. Ma ho il sospetto che non stiano in quel modo nel tempo lungo.

Ha ragione. Ma il problema è che con la rapidità odierna non abbiamo più l'occasione di confrontarci con i tempi lunghi. Persone e fatti passano rapidamente, sostituiti da altre persone e fatti. Vado un po' fuori tema, ma proprio ultimamente pensavo a quanto sia cambiato il giornalismo in questo secolo e in questo Paese: giornali e giornalisti (categoria dalla quale mi dissocio pur facendone parte) non vanno pù all'approfondimento, né tanto meno seguono più una notizia che dopo pochi giorni è già considerata vecchia. Se si denuncia un fatto, la denuncia resta fine a sé stessa; il quarto potere non è più né quarto né potere e in quanto non tale non ha più la capacità di combattere e vincere contro errori, ingiustizie... La memoria è labile, a breve termine, e cosi' ci restano solo le icone, gli autorevoli, del breve termine.

Angelica, io mi confronto sistematicamente con i tempi lunghi. Quando propongo un'opera per la pubblicazione, c'è sempre la domanda: stiamo parlando di un'opera che sarà letta per un momento, per una stagione, per un decennio o per un secolo? (Il che significa anche: stiamo parlando di un prodotto buono per la trimestrale, per il bilancio annuale, o per incrementare il patrimonio della casa editrice - cioè il catalogo?). Analogamente, difronte a un'autrice o a un autore, la domanda è ad esempio: questa persona ha scritto l'opera della sua vita, nella quale ha riversata tutta la propria esperienza, e ora non ha più niente da dire, oppure sarà in grado in futuro di scrivere altre opere serie e importanti?
E, ovviamente, come mi ci confronto io con i tempi lunghi, ancor più seriamente ci si confrontano le aziende editoriali.
Ti propongo una sorta di paradosso: le persone che, dentro le aziende, coltivano il "godimento del tempo breve" nelle persone, ragionano in "tempi lunghi". Spesso molto lunghi.

Giulio sono contenta che da qualche parte ci siano ancora i tempi lunghi. A me piacciono le marmellate fatte in casa dalle nonne, girando il mestolo per ore nella pentola. la vita dovrebbe essere come le marmellate fatte in casa.

Impeccabile Mozzi.
Condivido però, anche quanto appena scritto da Angelica Gherardi circa l'autorevolezza - spesso confusa con la visibilità.

Giulio Mozzi,
hai la mia stima intellettuale e umana!
Di tutti i commenti che ho letto, il tuo il più onesto ... chapeau!

mi permetto anche io alcune piccole osservazioni. credo che chiunque sia e si definisca un lettore abbia il diritto di esprimere il proprio giudizio su quanto legge. in piccolo o in grande, lo facciamo quotidianamente tutti: a voce, per iscritto, su pagine web personali o pubbliche ecc. l'unica deontologia che ritengo necessaria è la trasparenza: 1 - che si capisca chi è che parla (e chi sia il puglisi che scrive qui è noto o può esserlo con la minima diligenza di un comune frequentatore di lit-blog) 2- che si capisca se il libro è stato letto tutto, in parte o se si intervenga su pareri altrui o su voci (e questo puglisi lo fa) 3- che si capisca se ci sono legami professionali o amicali con l'autore del libro o con l'editore ecc. (tutte cose che mi pare siano chiare dal testo di puglisi). una volta soddisfatte queste regole deontologiche di base, cade il problema della legittimità dell'intervento e resta solo la sua opinabilità. cioè, nello specifico: io leggo la recensione (o reazione che dir si voglia) di puglisi al romanzo di tomassini e a mia volta la giudico. potrò trovarla efficace o no, informata o no, rispettosa o no, divertente o no, utile o no, ecc. ecc. quello che non capisco in queste discussioni è che ci si infiammi non sul merito del giudizio espresso ma sulla legittimazione di esprimerlo (e mi chiedo: se il giudizio fosse stato positivo, qualcuno si sarebbe indignato per la competenza non adeguata di puglisi?). è come se anche qui - come già sulle televisioni berlusconiane - si temesse che la gente non sia in grado di dare un giudizio di valore, su chi scrive o sui suoi argomenti. non ho bisogno della balia. e sicuramente non è bello vedere l'autore che scende nell'agone a delegittimare il recensore negativo. io credo che veronica dovrebbe avere più fiducia nella forza del suo libro che può parlare da solo; credo che giuseppe genna dovrebbe avere più fiducia nell'autorevolezza che si è costruito negli anni. e poi lasciare che i dibattiti proseguano liberi e senza esami di abilitazione. quello che so è che non mi interessa leggere solo il parere degli intellettuali o dei professionisti. mi interessa anche quello dei lettori. se poi, per esempio, un sito pubblicasse solo pareri stupidi o fuorvianti, lo eviterei. anche se chi fornisce quei pareri avesse tre lauree in critica del sarchiapone.

Sono intervenuta lì dove mi è stato chiesto, la mucca mi ha posto una domanda, io benché non abbia mai parlato ad una mucca, ho risposto. Mi è stato dato e detto un po' di tutto, persino della mafiosa, dell'antipatica e vabbé (calunnie?). Chi lo dice che io non abbia fiducia nella forza del mio romanzo? Quel che ho contestato è chiaro. Quel non testo è fuori dal mondo, sarà che in redazione mi hanno insegnato quattro cinque regolette fondamentali. Credo che non tutti possano fare tutto, men che meno l'ironia. Che da queste parti si sia oltrepassata la decenza, dai vari temerari anonimi, è un fatto. Saluti.

fossimo su fb metterei mi piace a giulio mozzi e a paolab.
mi piace proprio quello che hanno scritto, e sintetizzano ciò che la mucca pensa.
saluti.

Quanto livore, ma cos'è che spezza i nervi a questo modo? E poi se Genna non avesse commentato ci sarebbero state lo stesso quattro pagine di intruglio polemico?
Mi trovo d'accordo con Giulio Mozzi, il suo commento è equanime in modo esemplare.
Sara

Non ho letto il libro in questione. A questo punto mi incuriosisce. Ma non sono d'accordo con la levata di scudi contro l'estensore del post. Un lettore deluso ha tutti i diritti di dire la sua, anche se si è fermato a pagina 36. A mio parere è meglio quel che Puglisi ha spiegato che non il semplice "non mi ha preso". E' una sua opinione. E' rispettabilissima, fermo restando che ha suscitato polemiche e dibattiti e, forse, mi ha convinta a comprare il libro di Tomassini e a leggerlo. Non è poco. Anzi, è molto.

Anch'io lo leggerò, però me lo farò prestare dalla bibioteca...
saluti

Non sono riuscito ad arrivare alla fine della pseudorecensione (un fatto veramente singolare, non riuscire a leggere una pagina per intero): e credo che sia un fatto totalmente insignificante, da un punto di vista pubblico

siete pazzi!!! a raccogliere pomodori vi manderei....

ciao morgan, leggo adesso. grazie per la citazione. mi piacciono le recensioni sintetiche. :-)
ciao!

Finito. Un libro complesso. Come tutti i libri complessi, tende a sfuggire, a non sembrare quello che è. A pagina 36 non si può averlo già capito, neanche a pagina 178. Dopo, e cioè verso la fine, le cose cominciano ad avere un senso. Siracusa c'entra poco, c'è poco, non mi sembra essenziale. Ci sarà o ci sarà stata una comunità di polacchi alcolizzati? Può darsi, ma non è poi così importante. Abbiamo, dunque, questa protagonista e voce narrante, senza nome, una ragazza ventisettenne madre di un bambino di quattro anni (se ho fatto bene i conti). E' il giorno di Natale e lei, italiana, rievoca la sua storia d'amore con Slawek, giovane polacco sbandato e criminale, incontrato a un semaforo. E', in sostanza, una storia d'amore. Scusate se scrivo in modo molto semplice, ma il romanzo non è scritto in modo semplice e io tendo a compensare. Veronica Tomassini scrive bene, racconta bene, è colta, di certo molto intelligente, ma non ama semplificare. Questo le alienerà parecchi lettori. Non concede quasi nulla alla leggibilità. E' una scelta legittima, e lei avrà avuto le sue ragioni per farla. Ci sono frasi, qua e là, davvero faticose. Per esempio questa (pag. 84): "Il nostro amore non può esulare la saga polacca. Il nostro amore, il mio amore, fende la stessa anima nazionale della tua gente, non ti pare? Dentro ci state tutti, non saprei separare il suo svolgimento emotivo e strettamente personale da un'iperbole diatonica, per taluni versi, che è una condivisione a largo spettro, tra me e voi, tra noi e voi, tra est e ovest". Non che non abbia un senso, ma è scritta proprio come un libro stampato. In vari punti di questa vicenda la protagonista parla come un libro stampato. Un altro esempio (pag. 91): "Eri, sei, così pieno di luce. Non è una contraddizione, è la tua singolarità. Quanta vita, polacco, come tenacemente premeva oltre le brame dell'abisso, quanta vita si affaticava a risalire la balza". Ecco, io, le brame dell'abisso, non so. Ci sono molte descrizioni infernali. Molti balordi, derelitti, e il loro spargimento di fluidi corporei, sperma, sangue, vomito, bava, orina. Ci sono racconti precisi degli effetti dell'alcolismo. C'è una luce macabra e a volte si sospetta un compiacimento nel raccontare l'abiezione. Io non ci ho trovato realismo, ma iperrealismo e a volte persino qualche incursione nel campo del surreale (e cioè sembra di stare in un incubo, non nella vita reale, per quanto cruda).
Poi, però, annunciata da una serie di citazioni dalla Bibbia, ecco l'illuminazione. Ora, non voglio inserire qui quello che in gergo i giallisti chiamano uno spoiler, e non rivelerò certo gli snodi principali che anticipano il finale, però una cosa va detta: l'intento dell'autrice si chiarisce nel momento in cui è introdotto nella vicenda (dalla trama semplice, perfino schematica) il tema della redenzione. La grande domanda che io ho continuato a pormi, a mano a mano che leggevo, è stata: "L'amore è salvezza?" Esiste qualcosa di simile nella nostra esistenza? E' la domanda che io porrei alla scrittrice se dovessi intervistarla, per capirci. E' per questo che ha scritto il libro?
C'è una ridda di personaggi da far perdere la testa. Forse anche troppi, perché ad approfondirli tutti ne sarebbe uscito un volume di mille pagine. Alcuni spunti restano un po' lì, sospesi. Che cosa spinge questa popolazione della "seconda città", la "città invisibile" ad abbruttirsi in questo modo? Basta la povertà a spiegarlo? Secondo me non basta. E' un'altra domanda che farei all'autrice. Lo schema Discesa agli inferi & Risalita è rispettato quanto basta, affonda le radici nella mitologia e nella nostra migliore tradizione antica (qui Siracusa c'entra qualcosa, la stessa cosa non avrebbe lo stesso effetto a Cinisello Balsamo, o forse sì, ma per ragioni differenti).
Infine, l'ironia. Ecco, un po' ne ho sentito la mancanza. A un certo punto ho pensato a Céline e al suo Viaggio e a quando va a fare il medico in periferia e mi sono ricordato che in mezzo a tutto quel marciume e depravazione ogni tanto si rideva. Amaro, ma si rideva. Nel libro di Veronica Tomassini non si sorride quasi mai. In compenso ci sono, a volte inaspettate, battute fulminanti. Come questa: "La verità era la nostra miseria, la tua" (non trovo più la pagina). E molte altre, che vi consiglio di andare a cercare, soprattutto quelle sull'amore, qualunque cosa sia.

Dunque, ora dovrebbe uscire la mia firma con il nome e cognome. Vi informo che a seguito di questa discussione tra i commenti (http://www.facebook.com/sul.romanzo/posts/221004511267847?notif_t=share_...), la signorina Tomassini ha iniziato a riempire la sua pagina facebook di offese sul mio conto. Posto che non è questa la sede per far valere le proprie ragioni giuridiche sull’accaduto, io aggiungo solo una cosa a ciò che è stato già detto, una cosa che imparai anni fa e che ora forse può servire a Veronica: quando un lettore legge un libro, non legge solo il libro, ma anche il suo autore. nel senso che se conosci un autore e ti è umanamente insopportabile, poi finisce che il libro non lo compri più e non lo leggi più. Io credo che da tutta questa discussione l’unica danneggiata sia proprio la tomassini, e non dalle recensioni, ma da se stessa. e dico apertamente che io non leggerei quel libro nemmeno se mi costringessero. E mi auguro che così facciano i siracusani che lei ha pesantemente offeso e tutti coloro che con un minimo di ragionevolezza vogliono evitare di essere pesantemente offesi dall’autrice. Non mi è mai capitato di assistere a scene patetiche come queste

il commento precedente è mio.

fermiamo un attimo tutto questo giro di parole, e pensiamo se da oggi in poi tutte le recensioni di libri iniziassero a essere scritte a cazzo di cane come questa.
la storia della provocazione e della pubblicità mi sembra solo una grande scusa.
io ci vedo un sacco di invidia, nella recensione e in tanti altri post

saluti

Metterla sempre sull'invidia mi sembra alquanto semplicistico. A questo punto tutte le recensioni dovrebbero essere positive se non ditirambiche per non essere accusati di invidia. io rivendico il diritto di dire che un libro non mi è piaciuto, come di dire che mi è piaciuto.

d'accordissimo, infatti nessuno nei 1000 post precedenti si indegna del fatto che il libro non sia piaciuto (che follia) ma del modo frettoloso e superficiale con cui ne si è parlato.
di tutte le altre recensioni io non ne parlerei, non ci sono termini oggettivi per fare paragoni sensati.

c'è troppa superficialità e c'è troppa gente che la confonde con l'ironia

Ragazzi, ma un po' di ironia? Suvvia... non stiamo parlando di vita o di morte. Arrivare alle offese mi pare esagerato :)

Non con tutti gli autori ci si trova in sintonia...
Devi sentirti trascinato nella storia, e lo stile e il modo di narrare contribuisce a creare un rapporto con il lettore.
Non penso ci sia niente da "capire" in tutte le forme d'arte (ho visto film di Lynch in cui quasi niente mi era chiaro... eppure mi piacevano. Spesso è lo scopo di alcune opere).
La lettura è un piacere non un lavoro di esegesi.
Non siamo tutti uguali: la categoria LETTORE è molto ampia e variegata...
Ma se un lettore ti fa osservazioni, tu scrittore puoi prenderne atto senza farne un caso nazionale... e senza accusarlo di superficialità solo perchè non lo ha finito.
Se non lo ha finito, ci saranno delle motivazioni e magari in separata sede puoi anche chiedergli un parere approfondito (sempre che un autore abbia il desiderio di confrontarsi con un lettore deluso). Diversamente passa oltre. Non è Puglisi che decide le sorti del suo romanzo.
Può finire così, senza passare alle mani (metaforicamente parlando).

La questione dell'invidia l'ho già sentita e mi pare un po' banale come argomentazione... con tutto il rispetto per chi ragiona in modo così semplice. Parlando di invidia si tronca un dibattito e lo si sminuisce.

a me non interessa troncare il dibattito, ma questo tipo di recensioni
era semplice no?

no, vabbe', io non mi capacito. mi spiegate perché alessandro puglisi o gli altri che lo difendono dovrebbero invidiare la tomassini? chi è, Montale? eheheh dai... ci sono tante altre scrittrici molto più brave e affermate da invidiare, mica lei! Poi ripeto, io non ho letto il suo romanzo e non ho intenzione di leggerlo, ma se devo proprio invidiare qualcuno preferisco invidiare Viola Di Grado che si è portata a casa un sacco di premi e ha scritto un romanzo che potrà non piacere a qualcuno ma è comunque intelligente e bello. E di certo non annoia. Ecco, se proprio devo passare per invidiosa, voglio invidiare lei, posso? :-)

Patrizia, se è per questo non mi capacito neanche io :) Vogliamo chiederlo a loro? :) Di certo però, si nota spesso (non solo in questo caso) questo atteggiamento sospettoso (soprattutto tra i "signori nessuno" come me) quando un libro di un autore non affermato, che si è letto e si è trovato brutto, è appoggiato invece da "certi" nomi della letteratura. allora uno si chiede: come mai? che ci sia forse sotto qualcosa? e via dicendo...
non la vogliamo chiamare invidia? va bene, troviamole pure un'altro nome, ma la mia idea non cambia.

poi c'è il conseguente discorso relativo alla recensione (l'aspetto che più mi preme di tutta questa faccenda - non tutte le altre baggianate - visto che io scrivo recensioni e cerco di essere il più rispettoso possibile, anche nelle stroncature), di cui se ne già parlato fino alla nausa.

la cosa assurda è che anche io, come te, non ho letto il libro, e siamo qua a discurne.

Marco, gli insulti non piacciono neanche a me. Ci si può confrontare in modo civile, quando si hanno idee contrapposte.
Per parlare di invidia occorre quanto meno sapere qualcosa delle parti in causa (e non sappiamo niente di questi "anonimi"... che poi non so cosa voglia dire, perchè qui tutti hanno un nick. Io ho scelto Blu). Inoltre non tutti hanno il desiderio di diventare scrittori, forse ognuno di noi ha già un bel mestiere. Quindi, metterei da parte la parola INVIDIA, perchè è termine abusato e presuppone superiorità.
Una delle cose buone di un dibattito è il confronto su temi cari a chi vi partecipa.
E' chiaro che è auspicabile che si mantenga la calma pur avendo idee diverse.
Io non ho letto il libro della Tomassini, e non lo giudicherò dalle impressioni di Puglisi.
Paradossalmente senza questo suo intervento, non avrei conosciuto la Tomassini e la sua esistenza come autrice.
Se sia o non sia un bel libro, giudicherò quando e se lo leggerò. Ma nei miei interventi ho ribadito un concetto: non è insignificante smettere la lettura.
Può voler dire tante cose: 1. non essere nel momento giusto per affrontarla (può essere) 2. non essere in sintonia con l'autore 3. il romanzo (a nostro parere) non decolla, annoia, non ti fa venire voglia di portarlo avanti. Siamo comunque nel campo delle opinioni (come lo è quasi sempre, nella vita. Non esiste nulla di veramente oggettivo)
Puglisi ha comunque segnalato questo libro. Non lo reputo un essere immondo: al contrario ho letto opinioni "autorevoli" che andavano quasi in questa direzione. Si è detto che era un post inutile, si sono cercate su google informazioni (non facendo caso, peraltro, al fatto che in rete ci sono casi di omonimia...) e si è criticato per primo un "lettore" che ha detto onestamente che non è andato oltre pag. 36.
Mi pare che la prima mancanza di rispetto sia stata fatta verso questo lettore, addirittura cercando di scavare nella sua vita personale (peraltro, sbagliando).
La comunicazione in rete non è così facile e sicuramente capita anche di fraintendersi.
Oggi, come non era possibile ieri... un lettore può confrontarsi con l'autore, attraverso internet.
Questo mezzo dovrebbe essere usato dagli autori stessi, per apprendere, migliorare, crescere (ancora) perchè... un lettore che ti fa una critica può comunque darti buoni spunti.
Anche solo il dubbio che 1 solo lettore ha su alcune parti del libro... può essere utile ad un autore a porsi delle domande. A fare, per certi versi, autocritica.
Invece mi è capitato di notare come... appena c'è un minimo di dissenso (non parlo di insulti ma di opinioni contrarie), alcuni autori (noti per il loro avanguardismo) si trasformano in censori. Cancellano le tue opinioni e ti allontanano con un atteggiamento un po' fascistoide. Ma forse è l'eccesso di amor proprio.

ps. non conosco puglisi, non siamo amici, non abbiamo mai nè parlato nè interagito. Fino a ieri non sapevo manco chi fosse (giusto per fugare ogni dubbio). Non sto qui a difendere nessuno.

Tra l'altro, se me lo concedete, vi farei anche notare la differenza di stile. La tomassini ha pubblicato sulla bacheca di Viola Di Grado un riferimento a questa discussione dicendole che qui si maltrattavano i loro romanzi. La Di Grado è venuta a leggere e sapete come ha risposto? Con un sorriso. Questo la dice lunga sulla differenza di grandezza. E sono contenta che a dare lezioni sia una ragazza più giovane...

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