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Cronaca di un abbandono: “Sangue di cane” di Veronica Tomassini

Sangue di caneI lettori più assidui avranno sicuramente notato che chi scrive ha propensione ad occuparsi, di mese in mese, di recensioni. Questo articolo non sarebbe stato un'eccezione. Ed invece lo è. Per questo l'ho definito “cronaca di un abbandono”. Ma facciamo un passo indietro.

È stato con le migliori intenzioni che mi sono avvicinato a Sangue di cane, primo romanzo di Veronica Tomassini. Incoraggiato da numerosi articoli e interviste (una delle quali su queste stesse pagine), ho iniziato il mio viaggio all'interno del volume, uscito per Laurana Editore nel 2010. Non prima di aver letto la seconda di copertina, però, della quale mi sembra utile riportare alcuni stralci:

 

«Ogni città d'Italia contiene al proprio interno un'altra città, nascosta e quasi invisibile.»

 

Oh mio Dio, non saremo finiti in un film?

 

Leggiamo ancora dal risvolto: «Sangue di cane è la storia dell'amore impossibile – e tuttavia inevitabile, essenziale – tra una ragazza della città visibile e un uomo della città invisibile.»

 

Allora, se ho capito bene c'è questa città, una città come un'altra, che al suo interno ne contiene un'altra; e ci sono questi due, una bella ragazza e un povero disgraziato. Che si conoscono. Si innamorano. Si amano. Ci sarebbe da piangere per almeno tre giorni di seguito. Dicevo: le intenzioni erano delle migliori; una quasi-esordiente, una storia coraggiosa, che parla degli esclusi, degli ultimi. Bene. Comincio. Ce la posso fare.

 

«Marcin era morto. Io avevo i pidocchi. Cioè successe nello stesso momento. Marcin cagava sangue, stava morendo, beveva e cagava sangue.»

 

Questo è l'incipit. Bel quadretto. Procedo nella lettura, tra ardite subordinazioni e “plurilinguismo”; giungo alla seconda pagina, dove trovo una descrizione del paesaggio siracusano, «grigio nella sostanza»; la scambio per un sunto del romanzo. Mi dico che devo dare una possibilità, alla Tomassini e alla sua opera. Vado avanti. Capisco che c'è tutta una variegata umanità attorno ai personaggi principali, un consesso di barboni, alcolisti, donne poco timorate di Dio. Tutti assieme appassionatamente. Le pagine passano, anche se lentamente. Cinque, dieci, quindici. La solfa è sempre la stessa, questi “invisibili” si crogiolano nell'abiezione. Ci può stare. Ma la storia? Venti, venticinque, trenta.

 

«Poi mi prese il prurito.»

 

Stavo citando, non era un'esternazione personale. In fin dei conti, in poco più di trenta pagine, Sangue di cane ha dimostrato di essere un romanzo coraggioso, con uno stile riconoscibile, una storia avvincente, ben strutturata, personaggi credibili e opportunamente caratterizzati. D'accordo, disattivo la “modalità ironia”.

 

Così, nella mestizia generale, il segnalibro giace ancora tra pagina 36 e pagina 37. Le ultime frasi della cui lettura ho goduto:

 

«Immagino che l'amore debba portare pazienza. Immagino che l'amore debba santificare. L'amore guarisce e salva, pure nel fango. Noi eravamo forse fiori nel fango. Magari, lo fossimo ancora. Avrebbe un senso il niente del dopo, magari.»

 

Sarà così, ma la mia pazienza è finita. Basta. Torno a DeLillo e ai torture movies.

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Commenti

ci riprovo: tomassini, cos'è una recensione?

come faccio a parlare con una mucca?

Non dico che debba essere ripristinato il principio d'autorità, come avveniva nelle disputationes medievali.
Allo stesso tempo, però, non mi sembra giusto che l'unico approccio al sapere sia orizzontale.
Mi sembra molto interessante affrontare la questione dell'autorevolezza nel web 2.0.
Come si deve scrivere una recensione seria?
E' giusto che alcuni critici incensino dei libri senza averli nemmeno letti?
E' giusto che si recensisca un'opera avendone lette solo 36 pagine?
Genna nei suoi libri parla della morte della letteratura. E' davvero così?
E il potere evocativo della parola scritta dov'è andato a finire?

50 commenti e nessuno si prende la brig di far notare che (come l'autore ha ben spiegato) non trattasi di recensione ma di (cronaca di un) abbandono.

Libano, domande molto interessanti. Dico la mia.

Scrivi: "Come si deve scrivere una recensione seria?"

Credo che "Scompartimento per lettori taciturni" di Grazia Cherchi dica molto.

Scrivi: "E' giusto che alcuni critici incensino dei libri senza averli nemmeno letti?"

No, ma accade spesso, come nelle prefazioni. Più il *brand* ostentato è alto in fatto di critica e più vende. Piazzi Scarpa - sempre più noto negli anni, anche grazie allo Strega - e vendi parecchio, piazzi un accademico sconosciuto ai più, magari più competente e attento di Scarpa (faccio un'ipotesi), e vendi molto meno. Questione di brand. Ho preso Scarpa, ma potevo prendere altri nomi, nulla contro Scarpa, volevo solo fare un esempio.

Scrivi: "E' giusto che si recensisca un'opera avendone lette solo 36 pagine?"

Dal mio punto di vista no, semmai si parla di impressione di [non]lettura, fermo restando che vi può essere un'impressione di lettura anche dopo avere concluso il libro fino all'ultima pagina. Ma una recensione senza avere letto il libro, recensione ripeto, mi sembra una truffa ai danni del lettore.

Scrivi: "Genna nei suoi libri parla della morte della letteratura. E' davvero così?".

Lascio agli intellettuali parlarne.

Scrivi: "E il potere evocativo della parola scritta dov'è andato a finire?"

Quando si è in mezzo al mare è difficile percepire la quantità di acqua e la sua forza che ci circondano, bisogna avvicinarsi a riva e vedere le onde per capirlo, bisogna porsi sui confini per vedere, per capire. O così almeno sembra a me.

possiamo tutti parlare di libri, tra noi, con gli amici, come ci pare. quando si parla di libri (o cosa altro ancora) su una testata, un blog, diventa altra cosa. Non scomodo la storia della critica (in fondo non sarei in grado). Io penso questo: quando si parla di libri ufficialmente, pubblicamente - a meno di una importante capacità dialettica e critica, argomentata con ragioni discutibili ma documentabili - la recensione dovrebbe limitarsi (ripeto qualora non si disponga di capacità critica e quanto sopra) a riferire di un libro. Io, dopo quindici anni di giornalismo (lavoro per un quotidiano), non mi sono mai permessa un "finalmente", nella stragrande maggioranza delle volte, credo di non potermelo permettere appunto. Chi sono io per dirlo ("finalmente")? Parlo ad un pubblico di lettori più o meno attento, ho delle responsabilità. Ad ogni modo, Puglisi non ha pubblicato una recensione, sembrava piuttosto una divertente (che sagoma!) presa per il culo a non so che. Presa per il culo che non mi argomenti, eh no, così caro Puglisi ridi da solo ( e poi: mica essere architetto casomai è un'offesa, apriti cielo ne conosco di architetti, ad esserlo architetti, io non lo sono, io sono un'autodidatta in tutto, contenti?). Le recensioni forse non esistono, esistono voci autorevoli che argomentano indiscutibilmente (o opinabilmente). Senza "disattivare la modalità ironia" e non spiegare poi quando era stata attivata (la modalità ironia). Concludo: l'ironia è una cosa seria. Da mollare seduta stante se non la si sa usare, prima regola.
ciao.

Chiunque parli di libri senza quella che chiami "importante capacita' dialettica e critica" si squalifica da se', peraltro senza troppa fatica. L'attendibilita' della recensione va infatti di pari passo con l'autorevolezza del recensore, il quale si conquista sul campo la fiducia del lettore, un po' come il giornalista attraverso i propri articoli. Dunque lasciamo a chiunque la liberta' di recensire o esprimere opinioni, e ai lettori quel briciolo di capacita' cognitiva che permette loro di capire se cio' che legge e' ben argomentato. A meno di non volersi ergersi su un piedistallo, far valere la propria supposta superiorita' intellettuale, e trattare i lettori come una moltitudine suina, eternamente bambina, incapace di giudizio e capacita' critica.

grazie per la risposta, veronica
torno al principio: quella di pugliese l'ho letta come un'impressione.
i miei strumenti mi lasciano libero di decidere se acquistare il romanzo o no, consapevole che è un'impressione come tante se ne leggono, che ognuno è libero di fare, su testata o su blog anonimo.
altrimenti si apre un'altra voragine, e la domanda è: con quale criterio sono scelti i giornalisti che recensiscono libri sui quotidiani o in tv?
il caos è indomabile: prendiamo le cose con un po' di spirito, si vive meglio.

constato con dispiacere che si è passati ad insultare l'autrice, invece di parlare di libri.
Trovo schifoso e rivoltante l'uso dello sfottò, il buttarla in scherzo o in battuta come maschera da mettere a insulti e denigrazioni. Son cose che succedono alle elementari, tra bambini, o che succedono sui luoghi di lavoro quando si fa mobbin' psicologico (per cui "non sono io che ti offendo, sei tu che ci rimani male"), per fare due esempi netti e chiari.
Trovo veramente basso, gretto e gratuito il commento di tale "la mucca" sull'autrice, per dirne uno.

Io ho parlato di strumenti interpretativi. Leopardi e Dante li avevano, per fare due esempi al di sopra di ogni sospetto.
Del resto, lo stesso Morgan ha detto che si prende del tempo, quando deve recensire libri, segno che fermarsi alle impressioni è un modo molto, molto superficiale per comprendere un testo. Quindi taluni commentatori che hanno avuto da ridire sui miei commenti devono mettersi d'accordo innanzi tutto con la propria intelligenza, poi con la lingua italiana, e poi con chi gestisce questo blog :D
aver studiato all'unversità non è condizione necessaria e suficiente per avere strumenti interpretativi: è demenziale pensarlo. Forse qui c'è gente che c'ha l'invidia del pene culturale, se riduce il tutto all'aver studiato all'università, ecc. Montale aveva il diploma in ragioneria. Ecco, prendo certe affermazioni come ennesima dimostrazione di ignoranza, superficialità e, nel non volerlo riconoscere, cafoneria. Io non so che studi abbia fatto Puglisi, ma analizzando il suo post, e analizzandolo mostrando più rispetto e attenzione di quanto abbia fatto lui col libro di Veronica e con Veronica stessa, ho notato e spiegato l'assenza di detti strumenti. Poi può pure aver studiato alla reale accademia dell'onniscienza, sta di fatto che nel suo post detti strumenti sono totalmente assenti. stop.
Morgan, a tollerare tutto ciò, almeno nel caso specifico, stai facendo slittare questo sito dal concetto di blog letterario. Te lo scrivo come forma di rispetto, e te lo dico in pubblico a scanso di equivoci, perché si è passato il segno della decenza la macanza di rispetto nei cofronti dell'autrice in certi commenti è ignobile.

Io se parlo con un idraulico di tubature, sono molto meno presuntuoso di taluni commentatori, e non penso "ah, vabbè, ma tanto sono tubi", penso "se non conosco la materia in questione, è bene ascoltare, prima di parlare".
Credo sia un fatto di umiltà, che qui vedo mancare in molti commentatori.

Matteo, ti rispondo per quanto mi concerne.
Se torni indietro nel mio ultimo commento, troverai un punto: chiedo di ritornare sulla dialettica civile.
Mi trovo in queste situazioni a un bivio: o cancello un commento o cerco di moderare.
Se cancello il commento, mi si dice che sono un dittatore.
Se cerco di moderare, mi si dice che tollero troppo.
Io continuerò sulla seconda strada, cerco di moderare.
La libertà va garantita a tutti, anche agli sciocchi, anche a chi riteniamo il peggiore esempio di commentatore. Siamo tutti responsabili di quanto scriviamo.
Se qualcuno si sente offeso e ci sono gli estremi per una denuncia, lo faccia.
Io, da curatore di Sul Romanzo, non posso che cercare di moderare, non posso essere responsabile del quoziente intellettivo delle persone.
E mai bannerò qualcuno sul blog. Altri lo fanno, a me non piace. Sempre nello spirito che la responsabilità è del singolo.
Questi pensieri dopo avere letto quanto scrivi qui: "Morgan, a tollerare tutto ciò, almeno nel caso specifico, stai facendo slittare questo sito dal concetto di blog letterario".
Sul Romanzo tratta di libri, editoria, scrittura, letteratura. Poi, se non apparterremo più al concetto di *blog letterario*, ce ne faremo una ragione :D

Forse il problema si ferma a monte? Che ci sia scritto all'oggetto "Cronaca di un abbandono?".

Poi se si vuole parlare di strumenti letterari per recensire cogliendo l'occasione della manifestazione un una cronaca di quali passi sono stati fatti per un abbandono e che questo possa essere preso per una recensione completa, possiamo parlarne...e sulla sconclusionatezza, passami il termine, del post posso anche concordare con entrambi, però invitandovi a riflettere sul fatto che per il fatto stesso di essere cronaca non può portare a conclusioni ma racconta solo i passi fatti fino a pagina 30 o quel che è...
Per gli insulti alla scrittrice non mi pronuncio...visto che con ironia, ho scoperto di essere "irretita"...ed è il bello della comunicazione! Uno scrive qualcosa con un tono...e qualcun altro legge con un altro! E da partecipante occasionale, perché per una volta ti sei soffermata non solo a leggere il post ma anche i commenti, diventi improvvisamente "irretita" e nel frattempo mentre sono ancora in codesto status mi sono premurata di acquistare il libro stesso...che bruttissimi effetti ha l'irretimento eh? ;))

Morgan,
non so, io sul mio blog i commenti li modero, e se serve li cancello. Anzi, invito anche la gente a non leggermi, non è obbligata, così come non è obbligata a rivolgermi la parola solo perché mi incontra per strada.
Oh, per me libertà di espressione non vuol dire anarchia. Se vado in casa di uno, e voglio fare la pipì, vado in bagno, non credo sia una limitazione alla mia libertà di espressione il fatto che mi si impedisca di farla nel lavandino o sul divano.
Inoltre se qualcuno pensa che non pubblicare tutti i commenti in un blog sia mancanza di democrazia, ecc., forse è il caso che esca per strada a lottare per un mondo migliore, invece di fare il Montesquieu da tastiera.

Non so pure io, Matteo. Forse sono un idealista della libertà di espressione nella rete, sbagliando, sia chiaro. Avrei meno problemi, come quella volta con Pinna della tesi copiata, risultato: convocato dalla Polizia Postale e tutto il resto, perché? Per avere dato voce a una persona. Faccende diverse, ma il nucleo è il medesimo, dare voce a chi vuole prendersi una voce.
Credo che si possa essere sia Montesquieu :) sulla testiera sia militante fuori casa, una posizione non nega l'altra in un'anima.
Per me possono pure venire a pisciare dentro casa mia, cerco di trattare intelligentemente anche chi mi tratta stupidamente, per riprendere un vecchio detto orientale. Se poi sbotto però non ci si lamenti, non ce l'ho fatta. La mia tolleranza comunque è bene oliata.
Il problema della relazione/comunicazione in rete è complesso, tempo addietro lessi alcuni libri a riguardo di certe menti del campo, mi sono incasinato ancor più la testa.
Non c'è nulla di facile a questo mondo! :)

Perdonate, mi inserisco così, un po' d'improvviso, letta solo una metà dei commenti.

Non penso sia serio lavorare in questo modo. Per fortuna non tutti i libri che capitano per le mani devono essere recensiti: si può dire bene, si può dire male, tante volte meglio osservare un proficuo silenzio, specie se non si è avuto il tempo, la voglia, la capacità di andare a fondo con la lettura.

Scendiamo nel merito (e nell'ironia di Alessandro):

"Un romanzo coraggioso": è vero. Non è facile produrre un solliloquio di dolore che non cada nel vittimismo o nella nevrosi ma accetti la sofferenza e semplicemente la racconti, senza vertigine compiaciuta. La ragazza protagonista non dice "io soffro", ma semplicemente soffre.

"Con uno stile riconoscibile": scusate, tutto si può dire tranne che lo stile non sia riconoscibile: versetti incendiari, mistici, accecati di dolore; un ritmo che ha il tempo del ricordo e della coscienza e dei corpi.

"Una storia avvincente, ben strutturata": finalmente della vera ironia anche se più che storia parlerei di trama. La trama non c'è, non esiste: ma chi la vuole? Se sei in grado di andare avanti per 200 pagine senza un prima e un poi, senza un buono e un cattivo, senza un alto e un basso e tessere ugualmente un'evoluzione vuol dire che hai respiro, anima e parole da vendere. Non c'è una trama, ma una storia si: è la storia dell’amore fra una giovane donna di Siracusa e Slawek, polacco, alcolizzato, semaforista; una passione assoluta che non conosce motivi o ripensamenti e che presto trascinerà la giovane nella ferita di un mondo a lei estraneo, disposta a perdere tutto pur di salvare il proprio amore polacco. Cosa si può chiedere di più?

"Personaggi credibili e opportunamente caratterizzati": tutti credibili, tutti con un anima, tutti che soffrono, e in ognuno di loro leggi l'uomo.

Ci vorrebbe un po' più di rispetto, ecco tutto.

>Non c'è una trama, ma una storia si: è la storia dell’amore fra una giovane donna di Siracusa e >Slawek, polacco, alcolizzato, semaforista; una passione assoluta che non conosce motivi o >ripensamenti e che presto trascinerà la giovane nella ferita di un mondo a lei estraneo, disposta >a perdere tutto pur di salvare il proprio amore polacco. Cosa si può chiedere di più?

L'originalità. Questa sinossi è di un banale e di uno stereotipato e di un "già sentito" che fa sembrare "Twilight" un capolavoro...

Giustissimo. Non c'è alcuna originalità nella trama: nessun colpo di scena, nessuno resuscita, non scoppiano elicotteri. C'è invece l'originarietà della storia: due ragazzi che si amano di un amore difficile.E' la storia più vecchia del mondo, quella che ha emozionato centinaia di generazioni dalla notte dei tempi, e tanto basta.

Ma come giustamente osserva l'acuto Anonimo (ma sarete tutti un Anonimo o molti Anonimi? chissà..) non è certo la storia a segnare la qualità letteraria di un romanzo: lì interviene lo stile. Lì è la vera originalità. E lì sta Sangue di Cane.

Non so perché - e me lo chiedo "con" voi.
Anch'io ho "abbandonato" il libro di Veronica.
Leggevo e mi dicevo: non c'è distanza; anche il "narratario" del testo: cioè il tu, Slawek, la forma della lettera che l'io narrante utilizza... queste scelte - pensavo - non consentono al libro di aprire il suo respiro - chiuso nel fango nell'alcol, negli escrementi, nel suo orizzonte di abiezione. Chiuso. (Ha fatto bene Veronica a usare quel "tu", mi chiedevo, ci poteva essere una scelta diversa? Chissà).
Fossero le scelte narrative (la non trama della vita) o i contenuti (quell'inferno), avevo la sensazione che... non andavo da nessuna parte, che il viaggio si reduplicava in una fermata sola... scusate cerco di razionalizzare è difficile... nessun viaggio... mi sono detto, una cosa che non mi dico facilmente: vorrei una trama. Vorrei un viaggio, scoprire piano piano. Più, se mi capite, dolcezza.
E poi, il manierismo, il lirismo, ovverosia lo stile, la lingua, come se fosse... sconnesso, o forse persino, in qualche parte... muscolare (altri meglio di me ne hanno parlato)... però... c'è tanto "corpo" nel libro della Tommasini, e così poca riflessione. Perché ami Slawek? Perché sei lì tra gli ultimi? Dove sei TU? Perché un attimo non ti guardi io narrante e non ti consideri? Un senso di alienazione dell'io narrante, doloroso... ci può essere questo: che non riesco a leggere oltre, anche perché è un libro molto doloroso, e la lingua batte sempre su un dente cariato (doloroso e manierato)... ci può essere, anche, che sia un libro così maledettamente femminile...

Che bello che tutti sappiano cosa devono fare gli altri: tutti sanno come devono essere gli scrittori (devono incassare, non possono dimostrarsi feriti, o umani, non possono lamentarsi perché è brutto e non c'è style); sanno come devono essere i recensori (devono avere "gli strumenti"; e la sensibilità, non dimentichiamoci la sensibilità; la recensione deve essere utile, e se non si legge tutto il libro la recensione non è onesta); sanno come devono comportarsi i moderatori dei siti (devono moderare, per dio!); sanno come devono comportarsi i commentatori (devono firmarsi; non devono essere sguaiati: non è un'osteria questa, è un sito letterario!)...
Il recensore - o meglio, il cronista (o il cronico? o il cronachista?) - non ha capito il libro, non ha colto la bellezza della lingua e dello stile, oppure semplicemente non gli è piaciuta l'ambientazione, il tema non è nelle sue corde; peggio per lui che non ne gode e ha speso tempo e soldi per nulla, se l'ha comprato. D'altronde è il destino dei libri tosti di non piacere a tutti. Ha deciso poi di divertirsi: a me pare legittimamente, e non capisco tutto questo saltar su. Non ha autorevolezza? Non sono questi gli strumenti? Le cose si costruiscono, ma se non si parla con gli altri, se non si esprimono le proprie perplessità (anche con modi da sbruffone), se non si sbattono i denti, se non si gioca anche con i testi, come si costruiscono i dubbi, come si impara a leggere?

del libro della tomassini avevo scritto qui (non so se sia una recensione):

http://cosedalibri.blogspot.com/2010/09/abramo-polonia-e-vodka.html

l'ho letto tutto e ho trovato, come puglisi, parecchi punti stucchevoli. il testo è spesso disgustoso (nel senso che parla di cose disgustose), sempre autoriferito, improbabile nella santificazione degli ultimi. vi si trova, talvolta, qualche invenzione stilistica flamboyante. epperò: credo che puglisi possa scriverne male anche dopo 37 pagine; credo che puglisi abbia il diritto di scriverne una recensione impressionistica, così come credo che matteo platone abbia il diritto di utillizzare tutti i suoi strumenti periodici. in favore dell'impressionismo dirò che talvolta coglie senz'altro nel segno (citerò il buon vecchio scheiwiller: "non l'ho letto e non mi piace"); talvolta riserva liete sorprese. per anni ho rifiutato di leggere "gargantua e pantagruele" perché, del tutto immotivatamente, immaginavo che l'avrei trovato noioso. sollecitata da non ricordo chi, poi, l'ho letto eccome, godendo immensamente dell'esperienza. mi manterrei flessibile, sull'argomento.

pardon: "strumenti periodici" = "strumenti semiotici"

Avevo abbandonato "Sangue di cane" per occuparmi di libri più urgenti che mi è stato chiesto di recensire (a pagamento). Adesso lo riprendo e scriverò una recensione qui, al più presto. Una recensione non è mai oggettiva, ma il recensore dovrebbe essere informato più del lettore medio, avere criteri chiari, essere coerente con se stesso e la propria concezione della scrittura, essere onesto. Vediamo se ce la faccio.

qualche ragione ce l'hanno un po' tutti, molti torti sono distribuibili tra quanti esercitano il livore che sembra regnare sovrano fra questi uomini e donne di lettere.Qualche ragione ce l'ha anche l'antipatico Platone; antipatico per il modo di porsi, forse non si è ben allenato alla convenienza del dire (nondirmichetenefaivantograzie). Non è corretto fare critica con pochi mezzi, ma è interessante conoscere il procedimento certo ( marchiato CE) per averceli 'sti mezzi. Stufo di tutte queste parole, anche delle mie, direi che di libri - e di altro - si dovrebbe e potrebbe discutere purché si preveda uno straccio di minima educazione. Essendo molto buono, sono perfino contrario alle critiche negative. Cosa c'è di meglio che cogliere l'occasione di tacere? Tutto sommato una critica cattivella, falsamente travestita con cinica ironia ( uno dei mali di sempre, particolarmente di moda e virulento in questo inizio di secolo) a chi serve? A far crescere il criticato? Cazzate. Serve al solipsismo dell'autore ( della critica) e a poco altro.

Morgan,
io non credo che uno livello di commenti "cacca-culo-cacca-culo", il trolling, ecc. e un articolo su un probabile plagio siano la stessa cosa...

Recensore, re censore.

Così come "anonimo" o "soprannome strano così non puoi capire chi sono come mi chiamo veramente" non è la stessa cosa di un commento firmato con nome e cognome, o con un nick che permette di conoscere la vera identità dell'autore.

A me questi anonimi che sfottono e insultano, sinceramente, fanno schifo.

oddio, riflettendo, rispetto a una larga maggioranza di dichiarati, ci sono un paio di anonimi e una mucca.

Il thread scoppiato con questo post continua a sorprendermi... c'è la consueta confusione, inevitabile in botta-e-risposta di questo tipo, ci sono i soliti eccessi, ci sono i soliti fraintendimenti eppure fa riflettere...
SUL ROMANZO esiste da qualche anno ormai, eppure, correggetemi se sbaglio, non si era mai scatenata una discussione così serrata. Quello che mi sorprende (anche se fino ad un certo punto) è che a scatenarla, tra tante recensioni, retrospettive, riflessioni critiche, sia stata proprio una dichiarata (e sottolineo dichiarata) non recensione. A scatenare scalpore, controversia, ammirazione non sono quindi i contenuti, le argomentazioni, le tesi, ma il rimarcato rifiuto di queste ultime. Cioè...chiunque può permettersi di recensire un libro (e tra i commenti le persone che dichiarano di dedicarsi a questa attività si contano ormai a decine) ma nessuno deve però permettersi di raccontare la storia di una non-recensione. Pena la gogna pubblica. E' come se ci fosse un regolamento non scritto, come se qui fosse stato oltrepassato un confine non visibilmente marcato, come se fosse stato aperto un vaso di Pandora di cui nessuno sapeva neanche l'esistenza. E la cosa è interessante...bisogna prenderne atto. Scriviamo sul web di quello che leggiamo. Ma non di quello che non abbiamo voluto leggere...per carità. Leopardi, Dante e Montale potrebbero inorridire. Anche se mi sembra di aver sentito qualche giorno fa che pare siano morti. E anche da qualche tempo :)

Io la vedo così... credo che il signor Alessandro Puglisi con la sua deliberata (e sottolineo ancora deliberata) scelta di non-recensire abbia voluto mettere alla prova i lettori del blog; con ottimi risultati peraltro. Io credo che lo scopo della sua "ironia" - che è e rimane ironia nel senso più specifico del termine- fosse proprio quello di provocare, di mettere alla prova: ed in questo è riuscito perfettamente. Lui ha posto una piccola trappola e gli utenti di questo blog sono "caduti" nella sua piccola trappola (in senso nient'affatto dispregiativo, non mi permetterei). Persino l'autrice stessa vi si è precipitata dentro.
Alessandro Puglisi scrive da un po' su questo blog, ho notato. E le sue recensioni sono sempre abbastanza attente e puntuali. Stavolta ha optato per la provocazione. Ci sarà un motivo no?. Se vi fidate di lui non comprate il libro. Se non vi fidate correte a comprarlo. Cosa c'è da fare tanto chiasso?
Il pezzo in se non è piaciuto molto neanche a me... però sto con Morgan; anche una provocazione deliberata può essere efficace per parlare di un libro e va pubblicata. Non devo certo spiegarvi perché, adesso, si possa dire tranquillamente che è abbastanza evidente sia così... non al commento numero, cosa? ottantaquattromila? :)

Alex, non sono signore, sono matteo, o matteoplatone (come da nick), grazie :D

Io sto con gli ippopotami.

Giusto e sbagliato bello e brutto. Ma che è? Alessandro Puglisi ha scritto un ...pezzo...lo chiamiamo pezzo? Bene, ha scritto un pezzo sul libro di Veronica. E provando ad immedesimarmi con l'autrice ciò che innervosisce è la supponenza con cui vengono lanciati certi giudizi. Li chiamiamo giudizi. Ci sono sicuramente modi più garbati per esprimere un parere. Lo chiamiamo anche parere. Dal canto suo Veronica reagisce inizialmente cercando di non perdere le staffe e poi, supportata da chi ha voglia di supportarla (perché lei non credo li costringa) decide di reagire in modo forte e di mettere dei limiti. La infastidisce l'ironia di Alessandro che lei giudica mal riuscita, l'incompetenza e l'incompletezza con cui Alessandro si è occupato del suo libro. Genna si infiamma, forse non ne può più di sentire parlare di letteratura come a lui non piace ( e forse come non piace a molti ma questo è un altro discorso) e dice caro architetto, studia. Poi qualcuno offende, tu sei brutto io scrivo meglio tu sei antipatico mio papà è più forte del tuo. Manca qualcuno che posti un link con le proprie recensioni (o è successo?) o che colga l'occasione per pubblicizzare un po' il romanzo appena uscito. Ma arriverà. Morgan tenta l'equilibrio anche se un po' di rumore attorno al proprio blog non fa certo male. Bertante fa una lista di recensori che ama, poi gli viene detto che il suo libro insomma ha avuto spintarelle di qua e di là e lui un po' scompare. Non ne potrà più di sentirselo dire? Queste maldicenze lo intristiscono? Dove stanno le vere reazioni? Quelle umane prima ancora che intellettuali, intendo. ma non sarà che tutti mentiamo? Forse Carlo Cannella un po' di verità l'ha detta o forse i suoi commenti sono quelli che più ricordo (vorrò per caso spedire il mio nuovo romanzo a lui in lettura? Sarà per questo che faccio solo il suo nome? Mah!). Ma quanta paura c'è di dire ciò che si pensa, di prendere una posizione, di perdere dei consensi, di non essere d'accordo con qualcuno che magari un tempo ci ha appoggiato? Questo scambio di messaggi dice una cosa in modo fortissimo: chi lavora nel mondo dell'editoria (scrittore, recensore, che ne so) ha i nervi tesi, fa una fatica cane a conquistare qualcosa, per restare deve mandare giù veleni, per non essere dimenticato ogni tanto si vede costretto ad inventare una puttanata e a farla girare. E la letteratura intanto si annoia da morire. Per me avete tutti ragione, un po' così a caso, con un sorriso bonario e gli occhi assonnati, almeno fino a quando le vostre parole non diranno qualcosa di definitivo. Che chissenefrega, me ne rendo conto.
Sara Gamberini

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