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Cronaca di un abbandono: “Sangue di cane” di Veronica Tomassini

Sangue di caneI lettori più assidui avranno sicuramente notato che chi scrive ha propensione ad occuparsi, di mese in mese, di recensioni. Questo articolo non sarebbe stato un'eccezione. Ed invece lo è. Per questo l'ho definito “cronaca di un abbandono”. Ma facciamo un passo indietro.

È stato con le migliori intenzioni che mi sono avvicinato a Sangue di cane, primo romanzo di Veronica Tomassini. Incoraggiato da numerosi articoli e interviste (una delle quali su queste stesse pagine), ho iniziato il mio viaggio all'interno del volume, uscito per Laurana Editore nel 2010. Non prima di aver letto la seconda di copertina, però, della quale mi sembra utile riportare alcuni stralci:

 

«Ogni città d'Italia contiene al proprio interno un'altra città, nascosta e quasi invisibile.»

 

Oh mio Dio, non saremo finiti in un film?

 

Leggiamo ancora dal risvolto: «Sangue di cane è la storia dell'amore impossibile – e tuttavia inevitabile, essenziale – tra una ragazza della città visibile e un uomo della città invisibile.»

 

Allora, se ho capito bene c'è questa città, una città come un'altra, che al suo interno ne contiene un'altra; e ci sono questi due, una bella ragazza e un povero disgraziato. Che si conoscono. Si innamorano. Si amano. Ci sarebbe da piangere per almeno tre giorni di seguito. Dicevo: le intenzioni erano delle migliori; una quasi-esordiente, una storia coraggiosa, che parla degli esclusi, degli ultimi. Bene. Comincio. Ce la posso fare.

 

«Marcin era morto. Io avevo i pidocchi. Cioè successe nello stesso momento. Marcin cagava sangue, stava morendo, beveva e cagava sangue.»

 

Questo è l'incipit. Bel quadretto. Procedo nella lettura, tra ardite subordinazioni e “plurilinguismo”; giungo alla seconda pagina, dove trovo una descrizione del paesaggio siracusano, «grigio nella sostanza»; la scambio per un sunto del romanzo. Mi dico che devo dare una possibilità, alla Tomassini e alla sua opera. Vado avanti. Capisco che c'è tutta una variegata umanità attorno ai personaggi principali, un consesso di barboni, alcolisti, donne poco timorate di Dio. Tutti assieme appassionatamente. Le pagine passano, anche se lentamente. Cinque, dieci, quindici. La solfa è sempre la stessa, questi “invisibili” si crogiolano nell'abiezione. Ci può stare. Ma la storia? Venti, venticinque, trenta.

 

«Poi mi prese il prurito.»

 

Stavo citando, non era un'esternazione personale. In fin dei conti, in poco più di trenta pagine, Sangue di cane ha dimostrato di essere un romanzo coraggioso, con uno stile riconoscibile, una storia avvincente, ben strutturata, personaggi credibili e opportunamente caratterizzati. D'accordo, disattivo la “modalità ironia”.

 

Così, nella mestizia generale, il segnalibro giace ancora tra pagina 36 e pagina 37. Le ultime frasi della cui lettura ho goduto:

 

«Immagino che l'amore debba portare pazienza. Immagino che l'amore debba santificare. L'amore guarisce e salva, pure nel fango. Noi eravamo forse fiori nel fango. Magari, lo fossimo ancora. Avrebbe un senso il niente del dopo, magari.»

 

Sarà così, ma la mia pazienza è finita. Basta. Torno a DeLillo e ai torture movies.

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Commenti

Sì, ma io se leggo una recensione del genere, capisco che il libro non è piaciuto, capisco che i passi citati non sono piaciuti, ma esattamente non capisco 'cosa' non è piaciuto e, volendo, perché non è piaciuto.

Io leggo una recensione del genere e mi indigno, invece. Ripassi dal "via" dopo avere studiato, e non architettura, signor Puglisi.

ciao Giuseppe, tu mi hai già riconosciuto, tempo addietro (non dimentico), a me basta.

Immagino che la questione dell'architettura (in altra sede mi definisce «architetto ventiquattrenne») sia frutto di ironia (della quale tuttavia non comprendo il fondamento); magari, fossi architetto, sig. Genna.

Dopo aver studiato cosa, esattamente?

L'ho letto spinto dalla curiosità e dall'essere siracusano. Un racconto che, a parte le indubbie qualità di Veronica, può meglio capire chi vive la nostra città. Anche io, all'inizio della lettura, mi chiedevo il significato delle "due" città. Ma via via che sono andato avanti nella lettura, l'ho "vista" anch'io quella città nascosta che pure da sempre vivevo, giorno dopo giorno, senza mai vederla ma semplicemente percependola. Le volte che fotografando per hobby m'imbattevo nel villaggio troglodita scoperto per caso alle "cozze" (la balza akradina) abitato in parte da romeni e nell'altra da polacchi e dove mi sono imbattuto in quel materasso dove era morto da poco qualcuno per overdose. O quando al semafero di corso Umberto venivo assediato bonariasmente dal sorriso di un polacco che mi porgeva un sorriso sul cappello sdrucito. E poi le frotte di "donne di servizio" che fresche di permanente si recavano ai "villini". Come tante tesserine di un puzzle ecco che attraverso la lettura ho potuto ricomporre l'insieme fatto di immagini che conoscevo senza che, in effetti avessi mai visto. Un romanzo sui generis, "sangue di cane", che può anche infastidire, ma che grazie alla scrittura sempre chiara e coinvolgente si fa leggere dall'inizio alla fine. Io che per ragioni diverse mi esibisco in altro sito sulle opere che leggo potrei sintetizzare la mia critica in una semplice battuta, tipicamente siracusana: "arrizzanu 'i carni"!

In effetti, questa recensione è inutile.
Appena dopo la seconda parola.
Inutile come inutile, insipido come - bene dice Genna - chi ignora.

Io invece questa recensione la trovo utilissima. E avendo visto in giro il libro ho aspettato a comprarlo, perchè spesso non sono quel che promettono. Per me vale la stessa cosa per "settanta acrilico trenta lana" l'ho letto tutto per puntiglio, ma mi è sembrato che la scrittrice non avesse bisogno di buoni lettori, ma buoni psicologi.
Complimenti!
Simona

Testimone Alessandro Puglisi su quanto scriverò. Poi seguitemi in ciò che voglio dire, se vi va.
In una mail Alessandro mi chiese se il post fosse pubblicabile. Io gli risposi di sì, che non ero d'accordo, ma sì, sempre nello spirito che un post può anche provocare, tenete a mente la parola provocare.
Sì, perché a volte contano anche le impressioni, non solo le recensioni. Contano anche le impressioni dopo avere abbandonato un libro. Possono piacere o meno, chiaro.
E devo dire che io mi sono rotto di chi urla che un libro bisogna finirlo a tutti i costi prima di parlarne, quando - sono certo - molti di quelli non hanno concluso nella lettura quintali di libri. Perché si capisce, si intuisce, si leggono errori: "Perché emblematico a pagina 57 che...". Certo, se tu fossi arrivato a pagina 112 avresti capito che non era così e non lo avresti scritto.
Mi incuriosisce a volte leggere chi mi critica perché non recensisco in tempi brevi, intendo io, Morgan Palmas, la risposta è che voglio recensire una volta letto il libro interamente (ognuno ha i suoi vezzi), e a volte lo rileggo in alcune sue parti, e a volte voglio pensarci con calma. E i libri sono tanti. E la vita vola. E il tempo corre. Ho libri che aspettano una mia recensione da più di un anno, che farò, perché voglio farla. Penso allo splendido "L'abitudine al sangue" di G. Lepore o al divertentissimo "Volevo essere Moccia" di A.B. Testasecca. Due, fra i numerosi che ho letto con grande piacere. Prometto di recensire e poi sovente mi mangio la lingua perché voglio ripensarci, mi risuonano nella testa alcune frasi, credo - mi convinco - di avere trovato altro su cui riflettere. Come ho letto con piacere "Sangue di cane" di Tomassini, mi piacerebbe prima o poi parlarne, sempre con i miei tempi biblici, o meglio, geologici. "Sangue di cane" mi ha fatto pensare, soprattutto nelle sue parti che ho sentito più lontane, meno affini al mio modo di vedere le cose.
In quest'epoca veloce, fulminea, rivendico il diritto (sembro la Santachè) di recensire con tempi NON editoriali, ma con puro piacere estetico, fra le mille attività della vita. Forse, anzi sicuramente non aiuto le vendite dell'autore dopo molto tempo, forse però recensire è complesso, non basta riassumere un testo (dignitoso, rispettabile, ma non mi basta). Leggere e recensire abbisogna di tempo. Io sono fatto così, parlo di me.
Allora mi chiedo se un'impressione di lettura sia una dabbenaggine o invece un modo per provocare riflessioni, discussioni, link, ecc., un modo per far parlare del libro, e perché no, di far vendere qualche altra copia del libro, in questa crisi editoriale che non accenna a diminuire. Impressione versus recensione? Forse, se viste entrambe con occhi differenti.
L'impressione di lettura di Alessandro è stata netta, dura, provocatoria, un ghirigoro di post. Poi se ne parla in altri luoghi virtuali, Veronica stessa interviene, creando uno strascico di piccole polemiche (articoli, post, link) che lavora per un obiettivo che tutti ci auguriamo: più vendite del libro.
Dov'è il confine fra inutile impressione di lettura e utile se poi il libro, fosse pure soltanto una copia in più, vende ancora grazie a un post, per quanto frammentario nell'impressione?
Me lo chiedo, senza preconcetti. Senza indignarsi Giuseppe [Genna].
Mi ripeto, l'impressione di lettura di Alessandro non mi è piaciuta fin da subito, lui lo sa, penso il libro di Tomassini con posizione geografica agli antipodi rispetto a lui, ma siamo così sicuri che un'impressione come questa non possa in qualche modo far parlare del libro per stimolarne nuovamente le vendite?
Perché all'editore interessano solo e soltanto le vendite, o siamo ancora nell'iperuranio della qualità letteraria? Qui provoco.

L'impressione sì, Morgan, ma l'impressione la devi in qualche modo oggettivare, e la devi collegare al testo, così hai una relazione. Hai il testo, che è una cosa a sé, e le impressioni, il fuori e il dentro, e come esse dialogano. Io nel leggere o nello scrivere di libri, per esempio, ho come punto di partenza le impressioni (sono un lettore intuitivo ed emotivo, in primo luogo). Ma quelle impressioni sono varchi, punti d'appoggio, non possono essere così, nude e crude, sostanza; vanno trattare, vanno raffinate. In critica gli "effetti di lettura" sono studiati, io per dire ho lavorato sugli effetti di lettura in Alfieri, che è un lettore emotivo, addirittura 'fisico'. Ma gli effetti di lettura sono il riflesso che qualcosa produce in qualcuno, non sono quel qualcosa. Questo pezzo mi parla di chi l'ha scritto, non mi parla del romanzo.
Poi io se vuoi ti faccio l'analisi riga per riga, per dimostrare questo punto di vista, ma per brevità
ti cito una frase:

"Allora, se ho capito bene c'è questa città, una città come un'altra, che al suo interno ne contiene un'altra; e ci sono questi due, una bella ragazza e un povero disgraziato. Che si conoscono. Si innamorano. Si amano. Ci sarebbe da piangere per almeno tre giorni di seguito. Dicevo: le intenzioni erano delle migliori; una quasi-esordiente, una storia coraggiosa, che parla degli esclusi, degli ultimi. Bene. Comincio. Ce la posso fare."

1) perché "se ho capito bene"? io non capisco che vuol dire. Se non hai capito, non ne scrivere, se hai capito, è superfluo. E' un inserto che parla dell'emittente (funzione espressiva).
2) Perché "ci sarebbe da piangere per almeno tre giorni di seguito"? è un'asserzione immotivata, che l'autore non ha bisogno di esplicitare; oltre tutto qui si usa una iperbole ("piangere per tre giorni di seguito"), da cui io dovrei capire che, in sostanza, questo è un libro sentimentale, che vuole commuovere. E' un discorso dunque chiuso in sé.
3) "comincio.Ce la posso fare". Anche qui, funzioni espressive, si parla dello stato d'animo di chi scrive, e stop.
4) In sostanza, qui, del libro c'è solo questo: una bella ragazza, un povero disgraziato, due mondi diversi. hanno una storia d'amore.
Ma è il riassunto di una trama, e a questo riassunto sono accostate, senza nessun reale collegamento, delle impressioni soggettive date senza alcuna motivazione. E' come avere due sponde, e nessun ponte che le colleghi, ecco.

Anche provocare, cosa che talvolta si fa in questo sito, va bene, non sono contrario per principio. Ma questo tipo di provocazione, nel linguaggio che usa, finisce per essere autoreferenziale.

Qualora lei volesse rendermi partecipe di un'analisi sistematica dell'articolo, la leggerei con vivo interesse. Ciò che vorrei puntualizzare, in questo momento, è come dai suoi brevi appunti emerga con estrema chiarezza la messa al bando (non so se volontaria o meno) dell'ironia. L'iperbole avrebbe dovuto segnalarglielo, così come la reiterazione dell'uso della funzione espressiva: come lei ben scrive, «gli effetti di lettura sono il riflesso che qualcosa produce in qualcuno, non sono quel qualcosa». Accettando dunque di buon grado l'accusa di autoreferenzialità (e non solo perché, da lettore di critica, sono ben consapevole di non essere in cattiva compagnia), mi chiedo: dove sta il crimine nel parlare del riflesso che "qualcosa" produce, piuttosto che del "qualcosa" stesso?

E te pareva con interveniva GiuseppeGennal'unicosulpianetaconglistrumentiutiliperrecensireunromanzo.

State dicendo che si può recensire un romanzo senza averlo finito? Mah.
Una stroncatura ben fatta -- se motivata -- può fare molto bene allo scrittore (segnalandogli che cosa non funziona nel suo lavoro) e, se è il caso, ai lettori che evitano di comprarsi una ciofeca;
ma critiche come queste sono il veleno della rete.
Per carità, il problema della critica italiana è che liscia le penne a tutti: in Italia non esistono scrittori sottovalutati, diceva a suo tempo Oreste Del Buono (uno che in quell'editoria le mani ce le aveva, e pesantemente). Ma nella rete impazza la moda contraria, quella del "dagli allo scrittore" senza nemmeno dargli il tempo di infilarsi i guantoni. Con critiche del genere si inquina anche la rete, che invece di essere una valida alternativa agli oliati meccanismi delle terze pagine, diventa uno sfogatoio personale altrettanto inattendibile.
Nota finale: "Ma la storia? Questi si crogiolano nell'abiezione". Non conoscendo il romanzo di Tomassini, e non sapendo se si tratti di una ciofeca o di un capolavoro, mi permetto di far notare che una critica del genere si adatterebbe a diversi titoli di Burroughs, Genet, Céline. Per cui, quando si recensisce, o si entra nel merito, o meglio risparmiarsi la fatica.

Io sono della scuola "se vuoi scriverne, arriva alla fine". È vero, Morgan, che la vita vola e che a volte legge un libro che non ci dice nulla può risultare un martirio. Ma allora perché scriverne una "stroncatura", ammesso che questa parola abbia ancora senso? E poi Puglisi parte troppo prevenuto: "È stato con le migliori intenzioni che mi sono avvicinato a Sangue di cane" sta a indicare esattamente il contrario. Eppure, in tutta onestà, pur avendo amato il libro della Tomassini, posso capire chi, come Puglisi, non ha "sentito" quel testo. Sangue di cane richiede empatia, perché fugge a molte logiche editoriali, forse tutte (non lo scrivo a sproposito), ed è grazie a questo pulsa di vita. Legittimo non concedergliela, quest'empatia, dio ci scampi dal bello assoluto, però personalmente preferisco le provocazioni argomentate. A presto.

Non ho né tempo né voglia di seguire le polemiche ma, a mio modo di vedere, bocciare così drasticamente un romanzo, avendo letto - per ammissione - solo 36 pagine, cioè non avendolo letto, (fermo restando che anche chi elogia romanzi banali piattissimi ma candidati allo Strega lo fa per "marketting puro" senza averli letti) è semplicemente presuntuoso. Dopo aver letto 36 pagine l'unica cosa che si può dire, per me, è: non mi ha preso.

concordo con il commento di alessandro. a 36 pagine non ti ha preso, amen.

Sono d'accordo con Antonio. Io di mestiere non faccio il censore - o il recensore - né il giornalista. Sono consulente editoriale per un grande editore. Leggo i manoscritti che arrivano in pratica... Quindi diciamo che sono mestieri simili - per certi versi. Ho letto il libro della Tomassini perché sono siciliano, perché me l'hanno inviato per lavoro - occupandomi di esordienti - e devo dire che mi sono fermato addirittura prima. Pagina 26. Se fosse stato un manoscritto, l'avrei bocciato già in prima lettura! Coraggio Antonio... E bella recensione!

Alessandro: sta nella non immediatezza del passaggio, il problema, nel fatto che cogliere questa differenza richiede una sensibilità e una capacità di lettura che non è né automatica né comune.
Sta che questi piani sono mescolati insieme, in ciò che scrivi, e un lavoro di analisi non è automatico: non penso sia fattibile da chiunque, perché io per esempio avendo studiato Jakobson, Chartier, ecc., riesco a farlo, ma non credo che il lettore medio li abbia letti, li conosca, o sappia che cosa sia "effetto di lettura" o "funzione espressiva", e wikipedia non è abbastanza: avere definizioni vaghe non significa avere strumenti interpretativi e saperli usare; anzi, sennò io potrei leggere un testo di chirurgia, capirlo, e poi pensare di essere pronto per impugnare un bisturi, o per fare diagnosi.

Questo lavoro di analisi in sostanza dice, per l'appunto, "qui non si parla del libro"; ora se si confronta questo risultato dell'analisi con il testo, mi pare sia un risultato implicito, e molto, poiché a livello di informazioni più esplicite e immediate il pezzo inizia spiegando che non si parlerà di Sangue di Cane, ma del motivo per cui hai smesso di leggerlo. Ora, dato che ti concentri sulla funzioni espressive, in realtà tu hai parlato di come ti sei sentito a leggerlo, in prevalenza e in sostanza, che non è la stessa cosa. Cioè tu hai disatteso le tue stesse promesse (ovviamente ti concedo la buona fede).
Ora se riscrivi il pezzo dicendo "qui non parlerò del libro, ma di come mi sono sentito fino a pag. 36", allora già sarebbe più esplicito, il contenuto, ma in quel caso, tu capisci, uno direbbe "sì, esticavoli?".

Quella che tu chiami ironia, a me nel contesto suona come sfottò, e mi piace poco (sia chiaro che lo scrivo da persona che segue questo blog da tempo, e con interesse), proprio perché si esaurisce nell'abbassare l'oggetto, mentre un'ironia o una figura retorica dovrebbe portare a un un ulteriore piano di significati.

@Alessandro, se ti riferisci a me per quanto attiene i libri candidati allo Strega, non è il caso del libro di cui parlo che è stato candidato e scartato dalla cinquina. Nel caso specifico la mia recensione (che per chi mi legge da un po' è negativa e per chi no potrebbe apparire forse sufficiente), per questioni di programmazione blog, uscirà a luglio non per questioni di marketing, ma perchè come diceva qualcuno più su, non è che la recensione ti viene subito appena chiudi il libro e la recensione deve essere motivata sia in bene che in male.E nel caso specifico, il fatto che abbia comperato questo libro è solo dovuto ad un suggerimento di un amico che invece ne era rimasto stregato.

Per quanto attiene i tempi delle recensioni, non è detto che il libro debba essere finito per meritare una recensione, anzi, quando fai questa attività per un po', anche per hobby, la recensione ti viene agli inizi o anche a metà libro. Nel mio caso e per le regole che io mi sono data per i miei lettori i libri con le recensioni che vanno in pubblicazione sono solo quelli letti dalla prima all'ultima pagina, ma ogni tanto alla fine del libro correggo solo in qualche punto quel che ho scritto perchè ci sono impressioni e visione del soggetto narrativo che non sono legate "all'oggetto libro da pagina 1 al the end", ma che sono insite nella trama e nello svolgimento delle situazioni. Se un romanzo fatica a decollare ad un quarto della sua trama di solito al 60% delle volte anche 70 direi non s'alza proprio da terra, al massimo balzella sulla pista.
Eh no una recensione negativa non influisce sulle quote di vendita in ribasso ma in rialzo, perchè troverete sempre gente che vuole provare con mano se vi sbagliate o no! e questo, più che fattore umano, è una caratteristica tutta italiana...
Simona

@Simona: no, non ce l'avevo con te. Non avevo nemmeno letto il tuo commento sul libro della Di Grado. Tra l'altro mi pare di capire che la tua sarà una stroncatura, mentre io nel mio post mi riferivo agli elogi. Ad ogni modo la mia era una esternazione generica, ma riferibile a specifiche "markette" di autori presenti in questa pagina.

@Alessandro grazie del chiarimento ;)

Non ho letto tutti i commenti. Ma ho letto il primo di Morgan, e tanto mi basta.
La penso come lui. Anche un altro autore che alcuni di voi (...) conoscono bene mi disse "Non puoi criticare qualcosa che non hai finito". No. Se non vado oltre pag. 30, vuol dire che la narrazione in qualche modo fallisce in una parte di storia che io reputo fondamentale.
Se un incipit non funziona, se la storia non prende VITA, se "non volto la pagina", il problema non è la mia presunta superficialità.
Che mi si dica che per leggere un libro occorra avere una "sensibilità non comune", mi fa sorridere. Ne sono ben dotata, ma non necessariamente un certo modo di narrare è confacente alla mia SENSIBILITA' NON COMUNE.
"...perché io per esempio avendo studiato Jakobson, Chartier, ecc., riesco a farlo, ma non credo che il lettore medio li abbia letti, li conosca, o sappia che cosa sia "effetto di lettura" o "funzione espressiva", e wikipedia non è abbastanza: avere definizioni vaghe non significa avere strumenti interpretativi e saperli usare"
TUTTI abbiamo strumenti interpretativi, giacchè pensiamo, ragioniamo, ci confrontiamo, elaboriamo informazioni.
E non sarà certo lo studio accademico di Jakobson o Chartier che fa di lei (che li scomodiamo a fare?), signor Platone, un lettore migliore di me. Da quando, per leggere libri e avere opinioni (anche autorevoli) occorre avere conoscenze di semiotica?
Penso che per essere un lettore attivo, occorra avere una particolare predisposizione, avere capacità critica, indipendente dalla "nozionistica". E' un talento naturale nel cogliere contraddizioni, pecche, errori.
Sto leggendo commenti che mi fanno pensare che la cosiddetta cultura sia nelle mani di persone che non la meritano.
Uno stile narrativo che si dilunga nella poetica, senza far vivere i personaggi... non è necessariamente un buon romanzo. Perchè una delle cose che forse lo scrittore sa è che deve rispettare una specie di patto implicito... e se a pag. 36 la storia non ha avuto sviluppo, il lettore può sentirsi deluso e tradito.

Non ho letto "sangue di cane". Ma penso che Alessandro abbia tutto il diritto di recensire questo romanzo, e che questa recensione non sia affatto inutile.
Ed è utile SOPRATTUTTO all'autore di un romanzo, la critica.
Solo che in genere gli autori (magari non in questo caso) non si confrontano con il lettore "critico" e quando viene toccata la propria "creatura", disapprovano a prescindere.

Cara blu,
faccio fatica a replicare al tuo commento, perché io non ho parlato di nozioni, ma di strumenti interpretativi, e della capacità di applicarli. Dicendo così, parti dunque da una premessa completamente sbagliata.

ps
Senti, ma se vai da un medico, e quel medico ti dice: "no, guardi, io non ho studiato, TUTTI abbiamo strumenti interpretativi, giacchè pensiamo, ragioniamo, ci confrontiamo, elaboriamo informazioni", tu dopo quanti secondi ti alzi? :D

Esimio Sig. Platone :) Io invece non faccio fatica a replicare al tuo commento. Non dire che la mia premessa è sbagliata, perchè potrei dire altrettanto della tua. Tu sembri partire dal presupposto che 1. gli strumenti interpretativi vengono studiati e imparati nelle accademie 2. La capacità di applicazione di tali strumenti, viene sviluppata nelle accademie e che invece non sia un talento naturale o una predisposizione avere capacità di analisi.
L'accademia ti può dare conoscenza, non talento/predisposizione nelle analisi.
Puoi saper utilizzare "strumenti interpretativi" naturalmente anche non conoscendone il nome.
Da quanto scrivi sembra che solo chi studia semiotica possa permettersi una critica costruttiva ma anche "distruttiva". Invece non è così, esiste l'esperienza.
Da che mondo è mondo per essere scrittori non si ha bisogno di "titoli", non esiste un albo degli scrittori. Nè uno scrittore deve essere laureato, nè deve aver fatto un master. Nulla di tutto questo gli è richiesto (a volte non gli viene richiesto neanche il talento...). Uno scrittore racconta storie. Può essere bravo a raccontarle, spingere il lettore a voltare pagina, a desiderare di entrare nella storia oppure no. Può comunque sempre migliorare. E lo può fare anche con l'aiuto del lettore... che non è suo nemico a priori, tutt'altro. Scrivere è certamente un atto di comunicazione.
Visto che per essere scrittori non bisogna essere iscritti ad un albo, non bisogna avere titoli... perchè dovrebbe averne il lettore? Quindi solo la gente (ipoteticamente) colta ha il diritto di criticare? Se è questa la tua teoria, temo non abbia molto riscontro nella pratica.
Il lettore è il destinatario di uno scrittore. E se è lui il primo a non rispettarne la dignità... è solo autoreferenziale (io non mi riferisco ai presenti, è un discorso generale).
Hai male interpretato (anche se ritieni di avere gli strumenti interpretativi...) la mia frase sopra.
Esiste un LETTORE CRITICO, un lettore quindi che gli strumenti di cui parli li ha acquisiti con qualcosa che tu non hai mai citato... LA LETTURA (e il piacere di leggere). E' fondamentale. Un lettore che critica è in genere un lettore che ha letto molto, ha esperienza... un'esperienza che vale molto di più di un manuale di semiotica (al massimo questo può aiutare, può arricchire la conoscenza del lettore critico).
Se poi si vuole vivisezionare in laboratorio un'opera... chiameremo il semiotico.
Una persona può permettersi di scrivere di non essere riuscito ad andare oltre pagine 36; questo rappresenta comunque un segnale (per quanto lo riguarda).
Noi, che leggiamo questo post, possiamo decidere di leggere il libro e capire perchè il sig. Puglisi non è andato oltre. Non mi pare che Puglisi abbia la capacità di convincere il mondo che il libro sia pessimo e orientare il mercato.
Profilo del sig. Puglisi:
"Ho 24 anni, e sono uno studente di Lettere Moderne a Catania; appassionato, oltre che di letteratura e di editoria, anche di cinema e arte, guardo con interesse, e in prima persona, al mondo della scrittura, in poesia e in prosa, in particolare all’ambito sperimentalistico, italiano e non."
Non capisco perchè una persona con questo profilo, non dovrebbe avere (anche secondo la tua opinione) gli strumenti per interpretare un libro... e dire, con grande sincerità (e ironia), che non è andato oltre pag. 36.
Peraltro immagino che alla facoltà di lettere moderne di Catania ci sia un qualche insegnamento di semiotica... e magari lo stesso Puglisi, non ne sia totalmente digiuno :D
Rif il tuo ps:
Se io sono un medico posso dire ad un altro medico che una tecnica che sta usando, secondo me è sbagliata... e può cagionare la morte del paziente.
Se io non sono medico, posso CRITICARE il medico perchè ha cagionato la morte del paziente, utilizzando una condotta deontologicamente sbagliata.
I livelli sono diversi. Ma esiste sempre il diritto di farlo.
Lettore e scrittore non sono su piani diversi di conoscenza come medico e paziente.
Lui sa raccontare. Non vuol dire che abbia maggiori competenze nè più cose da dire. Lui sa come dirle. Neanche uno scrittore si è ingurgitato manuali di semiotica... non vedo perchè lo dovrebbe fare il lettore :)
Le agenzie sono piene di gente che magari avranno fatto un esamino di semiotica all'università, ma non hanno mai utilizzato quegli strumenti per valutare...
Molto spesso funziona di più il sesto senso...

@matteoplatone
Se una persona che si professa medico non ha studiato, evidentemente non e' un medico, dunque abusa della professione. E' un reato grave (art.31 del codice penale, libro primo), la pena prevista va da 1 a 5 anni di carcere. Se l'abuso della professione ha comportato anche lesioni alla persona (terapie inutili e sbagliate, operazioni chirurgiche pericolose), si può arrivare fino alla accuse di lesioni gravissime e omicidio volontario (per il quale è previsto l'ergastolo).
Se invece una persona recensisce un libro senza aver studiato lettere all'universita', o comunque senza possedere strumenti interpretativi adeguati, non incorre in nessun tipo di reato, esprime solamente un'opinione, che e' una liberta' costituzionalmente garantita. Se questa liberta' non ci fosse riconosciuta sarebbe lecito togliere il diritto di voto a un mucchio di gente, che essendo magari analfabeta o non avendo comunque strumenti interpretativi per cogliere la realta' e agire di conseguenza, con il proprio voto non puo' che arrecare danno alla collettivita'. Facciamocene una ragione, la democrazia funziona in un certo modo. Lo scrittore scrive, i lettori esprimono giudizi, che abbiano o meno strumenti interpretativi e la capacita' di applicarli. Paradossale poi il fatto che non si voglia riconoscere all'autore di queste note il diritto di dire che 36 pagine di un libro non gli sono piaciute, e si voglia invece riconoscere ad altri quello di proporci come capolavori 2 raccontini che per sciatteria e poverta' linguistica risulta davvero ben difficile arrivare a concludere.

"e si voglia invece riconoscere ad altri quello di proporci come capolavori 2 raccontini che per sciatteria e poverta' linguistica risulta davvero ben difficile arrivare a concludere". a chi ti riferisci? è ovvio che anche questa è una tua opinione. è ovvio che scrivere recensioni (stroncature comprese) è altra cosa.

Certo che e' una mia opinione, questo e' per l'appunto uno spazio aperto dove si esprimono opinioni, senza alcuna pretesa assolutistica. La discussione non verte qui sulla qualita' del tuo libro, che puo' piacere o meno (una sorte riservata a tutti i libri pubblicati) ma sul diritto di parlarne come si ritiene meglio. Cio' che non mi pare accettabile e' il tono inquisitorio nei confronti di una persona che esprime solo una sua liberta', quella di abbandonare una lettura che non lo stimola, di rendere pubbliche alcune riflessioni sulle pagine lette, e di cui si assume comunque la responsabilita' con la propria firma. Sui raccontini mi riferivo a chi ha avuto (mia opinione, di nuovo) la spudoratezza di proporcene 2 qualche giorno fa, e che dall'alto di strumenti interpretativi davvero misteriosi (forse riservati a intellettuali di rango o a chi ha ricevuto in dono i misteri eleusini) ha incensato con paragoni a dir poco imbarazzanti: Giuseppe Genna.

I due racconti citati in realtà propongono un lavoro sulla lingua affatto banale, e una tensione interna fra il nulla della storia raccontata e il nulla della vita reale che raggiunge profondità inedite. Prima di stroncarli, almeno una lettura di Robert Walser sarebbe appropriata. Lo si trova ampiamente pubblicato in Adelphi.

Sto con l'estensore di questa recensione e con la possibilità di recensire un'opera non finita.
Certo che sì. Non è necessario sorbirsi per intero una tortura per dire che era una tortura. E sono pochi i casi in cui una cosa che fino a poco prima era una tortura si trasforma improvvisamente in un riscatto cosmico. E in quei casi, in genere il miracolo s'intravede fin dall'inizio. Nebuloso, confuso, ma s'intravede.
Coltivo un'avversione simile a quella del recensore nei confronti dei libri che ravanano nel ributtante semplicemente perché l'autore doveva fare la propria catarsi.

Mi piace leggere. Adoro leggere.
Acquistare un libro è un rito per me che inizia odorando le pagine e che continua sentendo il respiro dell'auore o dell'autrice. E se questo respiro manca, per incapacità dell'autore di trasmetterlo o per incapacità mia di percepirlo, interrompo la lettura.
Ma io sono una semplice lettrice e, come tale, non mi sento dovere di termianlrlo qualora non mi piacesse.
Se quel libro invece lo dovessi recensire, lo terminerei per onestà intellettuale.
Lo terminerei per poi stroncarlo oppure inviogliarne l'acquisto.
Stroncare un libro dopo averne lette solo 36 pagine non mi piace.
Tutto qui!

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Il Blog

Il blog Sul Romanzo nasce nell’aprile del 2009 e nell’ottobre del medesimo anno diventa collettivo. Decine i collaboratori da tutta Italia. Numerose le iniziative e le partecipazioni a eventi culturali. Un progetto che crede nella forza delle parole e della letteratura. Uno sguardo continuo sul mondo contemporaneo dell’editoria e sulla qualità letteraria, la convinzione che la lettura sia un modo per sentirsi anzitutto cittadini liberi di scegliere con maggior consapevolezza.

La Webzine

La webzine Sul Romanzo nasce all’inizio del 2010, fra tante telefonate, mail e folli progetti, solo in parte finora realizzati. Scrivono oggi nella rivista alcune delle migliori penne del blog, donando una vista ampia e profonda a temi di letteratura, editoria e scrittura. Sono affrontati anche altri aspetti della cultura in generale, con un occhio critico verso la società contemporanea. Per ora la webzine rimane nei bit informatici, l’obiettivo è migliorarla prima di ulteriori sviluppi.

L’agenzia letteraria

L’agenzia letteraria Sul Romanzo nasce nel dicembre del 2010 per fornire a privati e aziende numerosi servizi, divisi in tre sezioni: editoria, web ed eventi. Un team di professionisti del settore che affianca studi ed esperienze strutturate nel tempo, in grado di garantire qualità e prezzi vantaggiosi nel mercato. Un ponte fra autori, case editrici e lettori, perché la strada del successo d’un libro si scrive in primo luogo con una strategia di percorso, come la scelta di affidarsi agli addetti ai lavori.