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"Cronaca di lei", il mondo della boxe oltre il ring. Intervista ad Alessandro Mari

"Cronaca di lei", il mondo della boxe oltre il ring. Intervista ad Alessandro MariArriva nelle librerie Cronaca di lei (Feltrinelli, 2017), il quarto romanzo di Alessandro Mari, che ci introduce nel mondo della boxe.

"Lei" è una ragazza di cui non conosciamo il nome, svogliata studentessa universitaria e aspirante modella, scelta per una campagna pubblicitaria legata al grande ritorno sul ring di Milo One Way Montero, pugile che è stato campione del mondo ma che ora deve riconquistare il titolo dopo un'operazione a un occhio. Attorno a lui si muove un clan di amici e parenti, capitanati dalla sorella Irene, che sulla carriera del fratello ha costruito un impero economico, creando il marchio One Way per gestire  palestre e abbigliamento sportivo. Tra Milo e la ragazza nasce una storia, tollerata a fatica da Irene che teme intrusioni nel suo regno, mentre entra momentaneamente a far parte del clan che ruota attorno a Milo anche Leo Ruffo, un giovane e promettente scrittore a cui si chiede di scrivere una biografia del campione. Da osservatore esterno, Leo si trova a raccogliere confidenze, ma soprattutto a registrare i complessi rapporti che legano Milo alla sorella, al suo staff, al vecchio allenatore che lo segue fin da ragazzo, e infine a lei.

Si parla molto del mondo della boxe, ma non solo, perché le lotte più impegnative finiscono per svolgersi al di fuori del ring, tra vecchi rancori e desideri di vendetta che sono destinati a stravolgere tutti i rapporti tra i personaggi.

Abbiamo parlato di Cronaca di lei con Alessandro Mari nel corso di un incontro con i blogger che si è svolto nella nuova sede della casa editrice Feltrinelli a Milano, moderato da Petunia Ollister, che ha visto anche la presenza di Francesca Zoni, autrice della bellissima copertina, impegnata a elaborare dal vivo una serie di disegni ispirati al romanzo.

 

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Lei è uno scrittore puro, nel senso che vive di questo lavoro: fa il traduttore, insegna scrittura alla Scuola Holden e quando è impegnato nella stesura di un libro si eclissa per mesi. Ha deciso giovanissimo di fare lo scrittore?

Sì e no, nel senso che non sono di quelli che scrivevano poesie a sei anni o facevano grandi temi a scuola: fino a diciotto anni non sapevo mettere le parole in fila. Scrivevo male, verosimilmente perché non avevo ancora la capacità di tradurre in parole le idee che avevo, o pensavo di avere. Però ho sempre avuto la passione dell'ascolto.

Mio nonno era un illetterato completo e faceva il camionista, quel mestiere per cui vai da qualche parte e poi torni a casa con una storia, a volte magari la stessa, che lui si divertiva a truccare un po' quando non ne aveva una nuova. Mi affascinava il meccanismo retorico con cui mio nonno voleva mostrare di essere uno che ne sapeva della vita raccontando una storia.

"Cronaca di lei", il mondo della boxe oltre il ring. Intervista ad Alessandro Mari

Dall'ascolto e dalla lettura di bei libri alla scrittura il passo è breve: dopo aver ascoltato a lungo, ti ritrovi con tante idee in testa e ti viene da pensare che una tua storia possa interessare a qualcuno. Nel mio caso il mio primo libro Troppo umana speranza (Feltrinelli, 2011) era una storia troppo lunga, avevo scritto milletrecento pagine prima che la casa editrice le riducesse a novecento.

Da ragazzo, più che scrivere facevo tanto sport, anche a livello agonistico, e quello è un tipo di disciplina che poi ti porti dentro nella vita, anche nella scrittura. A un certo punto facevo pallanuoto e mi allenavo due volte al giorno, prima di andare a scuola e poi dopo la scuola, ma,a ripensarci adesso,eravamo pazzi: dove trovavamo poi l'energia per fare una vita normale? Il nuoto, sport singolo per eccellenza, tutto sommato mi sembra paragonabile alla solitudine del raccontare storie. Io vivo la maggior parte del tempo da solo a litigare con le pagine, con lo schermo del computer, con le mie paranoie.

 

Cronaca di lei è un romanzo molto più sobrio e asciutto rispetto ai suoi precedenti. Ha tre cardini principali molto forti, a partire dallo scrittore Ruffo. C'è qualcosa dell'autore in quest'uomo che viene ingaggiato per scrivere la storia di Milo, pugile che si trova in un momento difficile della vita?

Può essere che ci siano dentro delle cose mie, ma onestamente non ne ho idea. So cosa fa nella vita, ma nella pratica non ho idea di come funzioni il fatto di seguire uno sportivo per scriverne la biografia, che magari può diventare un capolavoro come quella di Agassi, scritta dal premio Pulitzer J.R. Moehringer,ma che di sicuro richiede un lavoro immenso. Agassi del resto è uno che adora raccontarsi, basta guardare le sue interviste, ma penso che,  in generale, sia difficile riuscire a farsi raccontare la vita di un altro, soprattutto i momenti delicati.

Milo è uno che ha subito dei danni fisici, è stato operato a un occhio, e questo incide profondamente su di lui, che inizia ad avere paura dei colpi che riceve dalla vita. Leo Ruffo deve farne la consacrazione, perché il clan di Milo è convinto della sua imminente vittoria. Ruffo diventa perciò testimone di quello che deve raccontare.

E poi c'è lei, la ragazza senza nome, un personaggio misterioso. Viene ingaggiata per fare pubblicità al business delle palestre in cui Milo si è cacciato con la sua famiglia e diventa un punto fondamentale nella vita del pugile. Oggi i lettori vengono scaraventati all'interno delle storie e messi davanti a dei fatti ben definiti, mentre in questo caso ci troviamo di fronte a una storia che contiene molti punti oscuri, in cui il lettore è lasciato libero di immaginare il non detto, per porsi delle domande.

"Lei" è la ragione per cui il libro si chiama "cronaca": io racconto il personaggio vedendolo agire, muoversi sulla scena, per due ragioni. La prima è che in questo momento di infinita trasparenza e sovraesposizione, a livello quasi pornografico, io trovo molto interessante l'opacità, non solo dei corpi ma anche dei pensieri: mi affascina scoprire una figura di donna solo dai suoi movmenti e dalle poche parole che dice.

"Cronaca di lei", il mondo della boxe oltre il ring. Intervista ad Alessandro Mari

Trovo meraviglioso provare a immaginarmi nei panni altrui, anche se può sembrare una cosa idiota. Il romanzo vuole che si desuma il personaggio vedendolo muoversi. Essendo una storia violenta, diventa difficile seguire questo personaggio, che deve anche prendere delle decisioni impegnative, senza avere accesso ai suoi pensieri.

La seconda ragione è che il pugile è un uomo che deve combattere nudo, utilizzando il proprio corpo come fenomeno sportivo: la distinzione tra sport e spettacolo è ormai molto sottile. Anche la ragazza lavora con il corpo, visto che ha iniziato come modella. Da uomo, mi attirava l'idea di dare densità, tridimensionalità alla ragazza facendola agire, facendola muovere nello spazio. In questo senso, il titolo è nato quasi subito, mentre scrivevo una parte del romanzo attorno a cui ho poi costruito tutto il resto. Sapevo da subito che doveva essere il racconto di come questa ragazza si manifestava più con le azioni che con le parole.

 

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I personaggi comunicano soprattutto in modo fisico, in un libro che però è anche pieno di dialoghi.

Come faccio a raccontare una persona se non dico cosa pensa? Nel romanzo i corpi dicono cose che le parole non possono dire: la mia fatica è stata quindi quella di far comunicare alcune cose dai corpi, altre dai dialoghi. Milo e la ragazza, ad esempio, parlano pochissimo, pur essendo la storia d'amore del romanzo. Il loro rapporto è molto sessuale, il loro dialogo però non è fatto solo di accoppiamento, ma anche di come stanno uno accanto all'altro. Avete presente quelle persone che sembrano sempre sapere esattamente dove stare in ogni circostanza? È formidabile capire come possiamo prendere il nostro posto anche in una storia d'amore. Le parole tentano di supplire nei punti più complicati, soprattutto per quanto riguarda il ruolo di Ruffo o di Irene, la sorella di Milo, che è un po' la sua anima nera. Milo e la ragazza sono raccontati quasi solonel loro quotidiano, al chiuso della loro intimità, pur facendo parte della pornografia dello spettacolo.

 

A proposito del ring: lei ha scritto un libro in cui il protagonista combatte, per cui ce lo immaginiamo a guadagnarsi tutti i suoi obiettivi e i suoi successi su un ring, secondo regole e tecniche ben definite, ma al tempo stesso ha creato una storia in cui ogni singolo combattimento vero e importante nella vita del personaggio si svolge al di fuori del ring. È così perché anche nella vita non si combatte mai dove crediamo di doverlo fare, oppure voleva essere una finestra in più su un personaggio con tante sfaccettature, per non vederlo solo come Milo One Way?

È una bella domanda, perché me la sono fatta anch'io. La risposta è che la boxe è chiamata "la nobile arte" e ha delle restrizioni, con un carattere codificato che le dà eleganza, mentre la vita non le ha. Per me il miglior pugile nel romanzo è Irene, perché come donna di una provincia postindustriale ha saputo costruire attorno al fratello un impero economico. Si può discutere su cosa la porti a fare certe scelte, ma non si può negare il suo essere una lottatrice.

Purela ragazza all'inizio accetta certe regole del clan di Milo, ma poi rompe queste regole e fa delle cose che sono state inaspettate anche per me. C'è un momento in cui i personaggi dei romanzi ti sorprendono, perché si dirigono da un'altra parte rispetto alle tue idee iniziali. Milo è più codificato, ma lui non è così inadatto alla lotta fuori dal ring, sebbene siamolto più ingenuo degli altri personaggi. Sua sorella è  più acuta in questo senso. Forse il meno combattente è Ruffo, ma il suo ruolo è diverso.

"Cronaca di lei", il mondo della boxe oltre il ring. Intervista ad Alessandro Mari

Puoi dirci qualcosa di più su Irene?

Se devo dare una rappresentazione plastica di questo romanzo, è come un ring con Irene e la ragazza ai due angoli e Milo nel mezzo. Irene è la figura più complessa, perché è quella che deve prendere le decisioni più dure e drastiche. È un personaggio oscuro, ma in realtà non credo di averla mai incolpata di niente, mentre la descrivevo ho voluto creare due o tre aperture in lei, perché credo che il male in una persona nasca sempre da qualche problema e non sia atavico. Chi incontra un personaggio non deve avere l'impressione che sia del tutto nero, bidimensionale, ci vuole sempre un po' di chiaroscuro.

Irene, tra l'altro, si muove in quello della boxe che è un mondo al novanta per cento maschile: non l'assolvo come personaggio ma non posso colpevolizzarla del tutto.

 

Qual è stato il personaggio del romanzo che ha trovato più difficile sviluppare e far muovere nella storia?

Leo Ruffo: essendo uno scrittore, era fin troppo facile finire nello stereotipo. In un romanzo che è molto dinamico, si muove meno degli altri perché ha una funzione riflessiva. Con lui in scena il ritmo cambia, perché è impegnato a prendere le coordinate delle cose, a capire i personaggi e gli ambienti. Anche il lettore deve cercare di entrare nel mondo della boxe, per cui possiamo dire che Ruffo è nella stessa posizione del lettore.

 

Però a un certo punto Ruffo diventa il narratore principale della storia.

Sì, lo è perché non è un testimone passivo. Il fatto di testimoniare qualcosa per me è un lavoro attivo, una parte importante della scrittura, come quando riesci a far comprendere a un lettore un tipo di dolore che lui non può aver provato. Mi ricordo che da ragazzino mi aveva impressionato tantissimo, nell'Iliade, la descrizione di Priamo che va a riprendersi il corpo di Ettore, anche se parlava di un dolore che era al di là dellla mia comprensione.

 

Quindi è uno strumento di collegamento tra il lettore e la storia?

Sì, mi è servito per smorzare un po' i toni del racconto, che in realtà è molto duro. Non potevo prendere costantemente a pugni il lettore, Ruffo è come una mano che gli metto ogni tanto sulla spalla.La parte di Ruffo l'ho anche incrementatain sede di revisione.

 

Perché ha scelto di lasciare la ragazza senza nome?

Paradossalmente, in una storia piena di dettagli e di nomi, il fatto che lei ne sia priva è quello che la caratterizza meglio nel romanzo. Di radoho utilizzato il pronome "lei" riferito alle altre, cosa che è stata molto complicata quando ho scritto le scene in cui compaiono più personaggi femminili. Lei abita quel pronome, è "Lei". Doveva conservare fino in fondo la sua opacità. Non ho mai pensato di darle un nome e non l'ho nemmeno immaginato, perché so che in quel caso, a un certo punto mi sarei tradito, nel senso che poi capita che ti escano delle cose che non vuoi. Un nome l'avrebbe impoverita e le avrebbe dato la stessa dignità degli altri, mentre lei sta a un livello più alto.

"Cronaca di lei", il mondo della boxe oltre il ring. Intervista ad Alessandro Mari

A proposito di sovraesposizione, Milo e la ragazza hanno un rapporto antisocial, lei come si pone in rapporto con i social network?

L'esposizione mediatica non è solo dei social, ma fa parte del capitalismo. I social amplificano solo il fenomeno e niente di più Personalmente ho un rapporto contrastato perché di mestiere scrivo, e mi fa molta fatica scrivere per i social, perché sono portato a correggermi in continuazione, ma questa è solo una paranoia mia. Per me, poi, che sono ciccione nello scrivere è complicato dover stare in un limite di caratteri, mi impegna molto tempo e non sempre sono in grado di farlo. Dormo sei ore a notte, nelle altre diciotto devo far stare dentro tutta la mia vita e si tratta di fare delle rinunce, come del resto credo che capiti a ciascuno di voi.

 

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Spesso la letteratura è mediocre perché racconta tutto, senza richiederci un livello minimo di empatia e partecipazione. Quanto è difficile non svelare tutto, non esporsi, giocare sul detto e non detto, e quanto facile sarebbe invece raccontare con scioltezza il prima, il durante e il dopo?

Di sicuro potrebbe essere comodo, nel senso che lo sforzo sarebbe minimo, però io scrivo i libri che mi piacerebbe leggere e quindi questa cosa la sento molto. La difficoltà del gioco di sottrazione, almeno per quanto mi riguarda, è stata costruire al millimetro le scene e poi decidere cosa levare, in modo che restassero comunque comprensibili, a volte magari chiedendo uno sforzo a chi legge, perché io, da lettore, mi sento lusingato se mi viene richiesto uno sforzo interpretativo. Penso che sia sufficiente evocare qualcosa, come fa per esempio Corman McCarthy.

Credo che questa ricerca per me sia incominciata col mio secondo libro, quello su Francesco D'Assisi, che poi è uno che si spoglia di tutto, per cui la mia scrittura partiva con abbondanza per poi prosciugarsi verso la fine.

"Cronaca di lei", il mondo della boxe oltre il ring. Intervista ad Alessandro Mari

Nel romanzo si parla di un video e della paura che venga reso pubblico, il che mi ha fatto pensare a fatti di cronaca recente: si è ispirato a quelli o la scelta del tema è casuale?

Nel romanzo ci sono tutti i gradi di utilizzo del corpo, fino al ricatto pornografico, che è un tema attualissimo, sempre legato all'esposizione di sè: finché rimane intima non la chiamiamo pornografia, ma diventa tale se viene resa pubblica. Questi casi sono ormai frequentissimi, oltretutto in tutte le fasce di età, perciò l' utilizzo brutale del corpo è stato un punto importante su cui soffermarmi.

 

All'inizio ha parlato del rapporto tra scrittura e sport. Nel processo di scrittura di questo romanzo che tipo di allenamento è servito e quali sono state le più grandi sfide da sostenere?

Quando scrivi sei come un atleta che deve affrontare un'esibizione di fronte a un pubblico: prima passi ore e ore a scrivere completamente da solo, poi hai il tuo clan – lo scrittore amico, la moglie, l'editor –che ti sostiene, infine hai il momento pubblico in cui devi esporti, come per me in questo momento qui con voi.

Tutto questo si affronta con la disciplina: per me il talento psortivo e artistico conta per un venti per cento,tutto  il resto lo fa la disciplina, che ti fa capire se vale o no la pena di rinunciare a fare altre cose, o a vedere le persone.

 

Ha sofferto di blocco dello scrittore?

No, è stato molto complicato scrivere la prima metà, poi nella seconda parte mi sono molto divertito. Il peggio arriva dopo, quando inizi a rileggerti. Però hai il conforto di poterti misurare con chi ti dàuna mano.

 

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Per concludere, chiediamo a Francesca Schiavi di dirci qualcosa sulla genesi della bellissima copertina.

In principio era stata pensata in bianco e nero. Quando ho iniziato a lavorarci avevo letto solo poche pagine del romanzo, ma avevo capito che la difficoltà stava nel rappresentare graficamente un personaggio che nel libro viene descritto in maniera tangenziale, solo attraverso gli altri personaggi. Si trattava di darle un volto, ma senza caratterizzarla in maniera troppo preicsa. Ho fatto molte versioni raffigurandola in bianco e nero, di spalle, con dei segni forti che esprimessero la violenza presente nel libro. Poi ho ricominciato da capo, perché nel frattempo avevo letto tutto il libro e la chiave di volta è stato inserire un secondo personaggio, il braccio che l'afferra ed esprime la violenza. Alla fine ho anche scelto colori forti, abbandonando il bianco e nero.


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Per la prima foto, copyright: Hermes Rivera.

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