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Crisi, città e reazione culturale in Italia

 

Crisi, cittàArticolo pubblicato nella webzine Sul Romanzo n. 6/2013 Racconto della crisi.

La città nella crisi mondiale

In sociologia urbana, attingendo a un vasto e misto patrimonio letterario, scoviamo elementi che traendo ispirazione dall’antropologia, dalla demografia e dall’economia si sintetizzano per indirizzare le analisi delle città verso la ricerca su problemi complessi. La crisi, quella attuale, la più dura degli ultimi decenni, è un fenomeno prevalentemente urbano dal momento che più della metà della popolazione mondiale vive in città. Gli effetti reali della crisi sulle città sono almeno tre: un aumento dei flussi migratori mondiali dalle città verso le città; una trasformazione progressiva ed accelerata delle economie industriali in economie di servizi e di servizi culturali metropolitani; la nascita di nuove forme di comunità urbana che un tempo avremmo chiamato sottoculture. Sui flussi metropolitani si è soffermato Saskia Sassen, nel suo Global cities (Le città globali, traduzione di C. Palmieri, Utet, 1997), nel quale definisce il mondo come una rete complicata e inestricabile, attraversata da persone, informazioni e conflitti. Questa concentrazione della popolazione nelle città non soltanto allarga gli spazi metropolitani, ma li fluidifica rendendo fluide le relazioni sociali, come ci ha più volte suggerito Bauman nella sua sterminata produzione sulla società liquida. Una liquidità che Augé riesce a tradurre nella disfatta di una generazione francese nel suo brevissimo Diario di un senza fissa dimora (Cortina editore), ambientato a Parigi, la metropoli europea per eccellenza. Tutto, dunque, ricade nella costruzione di flussi. Tutti noi cittadini viviamo la crisi come protagonisti di una contrazione dei flussi di denaro, di un aumento della conflittualità che vede proprio le città come teatro delle esplosioni, delle resistenze e di una qualche forma di resilienza artistica. Non tutte le città, certo, e non in tutti i Paesi. Il caso italiano merita una trattazione a sé, perché forse laboratorio più lento ma non per questo meno interessante.

 

Il realismo, le città in rivolta e l’Italia provinciale

Non v’è dubbio che tra la città come luogo del racconto delle crisi e il realismo come dispositivo narrativo esista una relazione stretta, quasi viscerale e se vogliamo materna. L’Italia, luogo della produzione cinematografica neorealistica, ha partorito nei suoi momenti di più alta vocazione civile e morale (ma di più forte crisi politica e militare) opere d’arte che nel realismo – anche allegorico come la Commedia di Dante – hanno trovato il canale, la dimensione, la forma più adatta. Il Bel Paese è nazione di città, di conurbazioni più o meno larghe, di giustapposizioni di quartieri, di aggregazioni di rioni e di aree vaste. Questa stratificazione urbanistica, che trova una spiegazione politica e culturale nel film Le mani sulla città di Francesco Rosi, ha condotto il Paese a dimenticare il suo rapporto con la campagna, la montagna e il mare. Rare, infatti, le perle letterarie dedicate nel secondo Novecento a questi tre luoghi extra-urbani (mi torna subito alla memoria l’opera di Rigoni Stern, chissà perché), tante, troppe, invece, le città raccontate senza vena realistica, con un certo snobismo da scenografi, non da scrittori (qui mi tornano in mente, invece, le opere di certa letteratura giovanilistica e sentimentale da cui sono stati tratti film come quelli di Muccino). Le città, dunque, a ben vedere, sono state oggetto del racconto nazionale: un oggetto oscuro, largo, impenetrabile, ma anche raccolto nella sua dimensione sociale. Grazie al cinema neorealistico, per esempio, Roma da stupida capitale fascista diventa capitale del Paese martoriato dalla guerra, sentina del disorientamento sottoproletario, utero dell’avvenire italiano, incubatrice di una nuova morale. Questo avviene tutte le volte che una crisi appare sulla ribalta della Storia. Guarda caso questa crisi, quella che stiamo vivendo con un’apprensione che ancora nessuno ha realisticamente raccontato, viene dall’urbanistica, passa nella finanza e si traduce in effetti reali devastanti, la cui portata è ancora tutta da valutare. Dunque, la crisi globale parte dalle città (da un luogo reale), sale nell’iperuranio della finanza e scende nuovamente nelle città, determinando processi di disgregazione e aggregazione sociali inediti, rivolte (Grecia, Egitto, Turchia, Usa) e rivoluzioni (Tunisia), che alcuni reportage (come il famoso Dégage! scritto da Mohamed Zran) riescono a raccontare.

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A vedere queste opere si è catapultati nelle realtà delle città teatro delle reazioni alla crisi. Spariscono le rivolte contadine, le occupazioni delle terre dell’epopea di Di Vittorio, per lasciare il posto alla guerriglia metropolitana, all’occupazione delle piazze (Tahrir, Bourguiba, Syntagma, Taksim) nell’evocazione costante di altre rivolte di piazza (Tien An Men su tutte), di altri movimenti metropolitani (come quello che abbatté il muro di Berlino). Il racconto della città si sposta dalla narrativa e dal cinema alla raccolta di documenti (come l’interessante lavoro autoprodotto dagli Occupy Wall Street), all’ammasso di opinioni nella dinamica velocissima della crisi. In tutto questo l’Italia resta ripiegata sul suo plateale quanto insulso autocompiacimento, sprofondata nella sua Grande bellezza (come ci ha mostrato Sorrentino nell’omonimo film), ammorbata dall’assenza di sussulti collettivi, coccolata da racconti tutti domestici, familiari o ritorti al passato (come nell’ultimo film di Luchetti, Anni felici). Manca il realismo, l’utopia del realismo, proprio mentre le nostre città piombano nella desolazione, nella perdita di senso, nell’aggravarsi dell’insicurezza percepita e della miseria materiale. Le città sposano la crisi, ma il racconto non sposa la città in crisi, salvo nei pochi casi di scuola, dove, però, si raccontano micro-società mafiose (Gomorra di Garrone tratto dall’omonimo docu-romanzo di Saviano, L’intervallo di Di Costanzo). Questo vuoto di proposta narrativa discende dal vuoto di analisi micro, di inchieste: dall’assenza di un’attenzione nazionale alla raccolta di storie della crisi.

 

Eppur si muove

La società italiana urbana si sta modificando tuttavia e molto velocemente, ma non sembra essere fenomeno interessante per la stampa e l’editoria. Si preferisce promuovere altro, costruire finzioni surreali o di genere che non riescono manco a stare sul mercato come dovrebbero. E il lettore, che stupido non è, se ne accorge e va via, respinto dal sistema culturale dominante. Lo stesso avviene per le esposizioni d’arte, dove nel “nuovo” non si trova più stimolo allo scandaglio urbano, ma si importa il lavoro straniero, lo stile metropolitano straniero (emblematica la mostra romana di qualche mese fa dedicata all’arte contemporanea newyorkese) e lo si fa proprio. Questi sono i sintomi della decadenza irrefrenabile di città senza ambizioni, prese dal vortice autocentrato del proprio ombelico storico. Alcune risposte, però, ci sono, e vengono prima dalla critica, dopo dal racconto. Ecco, quindi, Chiristian Caliandro che nel suo ultimo illuminante saggio sulla cultura (Italia Revolution, Bompiani, 2013) intercala il racconto con medaglioni dedicati a L’Aquila, città terremotata e icona di un futuro orbo del passato. Lo stesso per il lavoro di Siti sul realismo, nel quale apprendiamo la difficile quanto utile impresa di fare realismo. Infine, nel penultimo numero di «AlfaBeta2», dove uno speciale dedicato a Taranto (che vede anche un nostro contributo intitolato Dal tramonto all’alba, dalla fabbrica alla città) prova a tracciare un discorso neo-realistico sulla prima e l’ultima città fordista del Sud. Non c’è ancora un sistema, ma la critica al sistema sta muovendo i primi passi nella giusta direzione, e non è un caso che, se si fa eccezione anagrafica per Siti, la proposta neo-realistica viene da pezzi di una generazione urbanizzata che ha abiurato l’autocompiacimento a vantaggio della ragione. Quel che sta avvenendo è un ritorno alla presa d’atto – prima nel cinema, poi nella critica, verrà sempre più nella narrativa – di quel che siamo: un Paese di città dove ciascun pezzo di società conserva almeno un racconto per l’avvenire.

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