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Crepe negli Stati Uniti d’America. “I provinciali” di Jonathan Dee

Crepe negli Stati Uniti d’America. “I provinciali” di Jonathan DeeL’ultimo libro del newyorkese Jonathan Dee, I provinciali (titolo originale The Locals), pubblicato in Italia da Fazi nella traduzione di Stefano Bortolussi, è un romanzo corale sulla distruzione: a partire dall’esergo – «Quello che mi chiedo è: fino a che punto desidero mandare tutto a catafascio?» – l’autore lancia un quesito, una domanda che, in direzioni e con intenti diversi, spesso anche opposti tra loro, scuote le anime e i corpi di numerosi personaggi, la maggior parte afferenti alla comunità di Howland, locus fictus esemplare ma ben determinato, situato nel Massachusetts e più precisamente nei Berkshires meridionali, in un punto intermedio lungo la Route 7, tra Pittsfield e Great Barrington.

Il capitolo iniziale, numerato con uno «0» che, a lettura avvenuta, non può non rimandare al Ground Zero ove sorgevano sino all’11 settembre del 2001 le Torri Gemelle del World Trade Center, è invece ambientato a Manhattan.

 

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Fin da subito ci inoltriamo non solo nel tessuto urbano ma anche nei più complessi circuiti e men razionali percorsi dei pensieri di un ometto sospettoso, collerico (anzi, parole sue: «incazzato come una iena») e anticonformista. Intorno a sé costui vede «una città fantasma» e ipocrita, in cui «ogni volta che accade qualcosa di grave è come se tutti volessero accaparrarsi la loro fettina di sofferenza» per mettersi in mostra; in cui le buone azioni, l’educazione e la gentilezza sono recite temporanee ed affettate; in cui «si crede di pensare davvero» di essere tutti fratelli ma è solo condizione provvisoria e transeunte.

Crepe negli Stati Uniti d’America. “I provinciali” di Jonathan Dee

Questo personaggio politicamente scorretto, errabondo e cinico (per alcuni versi contiguo al Ripley Bogle di McLiam Wilson), per il momento protagonista e voce narrante, incontra nella sala d’attesa di un ricco avvocato un altro uomo, «il classico padre di famiglia. In ottima forma e abbronzato»: è Mark Firth e, se per ora sembra una figura di secondo piano, impareremo a conoscerlo nei capitoli successivi, nel modo in cui si rapporta con parenti, amici e colleghi di lavoro.

Entrambi sono stati truffati e cercano giustizia: diversissimi per status sociale, modo di apparire e rapporti col mondo, sono accomunati da uno stesso destino.

Il piccoletto non deve rendere conto a nessuno e vive l’esperienza con il piglio maleducato e ribelle del ladruncolo di città; sulle spalle di Mark grava, invece, il peso della responsabilità famigliare: a casa, a Howland, lo attendono la moglie Karen, apprensiva e scorbutica, e Haley, una figlia piccola da crescere e proteggere.

Inizia così lo scavo dell’autore nei recessi della provincia, il romanzo corale in cui trova voce una sfaccettata folla d’individui: i fratelli Firth (oltre a Mark, ci sono: Gerry, un agente immobiliare dall’«espressione stoica, ipermascolina, monoemozionale»; Candace, vicepreside “degradata” a insegnante di scienze in una scuola media e poi a bibliotecaria, donna caritatevole ma imbrigliata nelle convenzioni imposte dalla società; Reneé, una «massaia rivoluzionaria» di Colorado Springs con la fissazione della teoria del complotto), i loro genitori, una madre sulle soglie della demenza senile e un padre livoroso che non sa più come sopportarla.

Crepe negli Stati Uniti d’America. “I provinciali” di Jonathan Dee

Intorno a loro, Jonathan Dee, nel microcosmo dei Berkshires meridionali sapientemente architettato ne I provinciali non manca di plasmare, sempre in punta di penna, con garbo, ironia e un pizzico di cattiveria, un carosello di comprimari, tra cui spicca Philip Hadi, broker di Wall Street che, dopo gli attentati dell’11 settembre, decide di trasferirsi a Howland in un’abitazione circondata da innumeri sistemi di sicurezza. È un individuo misterioso, dai tratti sfocati, dalla risposta calma ma sempre pronta, capace di dare «tempo al tempo» per poi proporsi come primo consigliere della cittadina e vincere le elezioni non solo (e non tanto) per il merito di conoscere «nei dettagli le spese di Howland» quanto soprattutto grazie a una dichiarazione: «Pagherò io […] Me lo posso permettere». Nel corso degli anni cresce, nei confronti di Hadi, una forma di opposizione che sfocerà in manifestazioni di protesta, peraltro inutili, dal momento che il broker pare influenzabile soltanto da se stesso.

Il dissenso serpeggiante nelle strade di Howland e gli screzi, le liti, le sfuriate per cui si incrinano molti dei rapporti – sentimentali, familiari, amicali, lavorativi – tra i personaggi trovano un correlativo oggettivo nell’immagine della crepa, preludio alla distruzione, che compare più volte in diversi punti della narrazione: poco dopo una scena in cui Gerry dimostra poca solidarietà e tratta con arroganza il fratello, Mark, che ancora sente risuonare la «voce beffarda […] che godeva a farlo sentire un idiota», va a controllare una casa in cui uno dei gabinetti «aveva una crepa che lo divideva quasi a metà». Quando Gerry rende pubbliche attraverso un blog alcune sue posizioni contro Hadi, «sull’asfalto crepato» del vialetto davanti a casa compaiono scritte ingiuriose e intimidatorie. Penny, una donna insoddisfatta e separata, quando si dirige verso la scuola per i colloqui con gli insegnanti sulla situazione didattico-educativa dei figli, nota come «Ogni singola crepa e buca sull’asfalto risaltava alla luce come sotto interrogatorio»: come la sua vita, la strada stessa è «consumata, come se fosse stata messa insieme con pezzi di altre strade».

Le crepe, col tempo, in alcuni casi, paiono saldarsi; in altri si allargano in abissi: in esse la vita torna «a insinuarsi», nel male e nel bene. Karen, a mano a mano che la tragedia delle Torri Gemelle si allontana negli anni, non riesce più a trattenere «l’epifania» di quel terrore e torna alla sua quotidianità di meschine, «banali frustrazioni» e trova lavoro come segretaria presso Caldwell House, edificio storico di Howland e simulacro dell’ipocrisia di tutti gli abitanti.

 

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La figlia Haley, ormai adolescente, si scontra con i genitori, estende coscientemente la crepa del conflitto e prova il brivido «strano ed elettrizzante» di essere diventata autonoma: la sua rivendicazione non sarà politica, ma umana e le permetterà di scoprire che «Chiedere giustizia ai potenti» (siano essi mamma e papà, lo Stato, il Governo, le autorità) è «un errore tattico», una rinuncia «alla sola arma […] a disposizione: privarli del potere di dire no».

Termina così la gretta e dissacrante anti-epopea americana de I provinciali di Jonathan Dee, con una ragazzina; una strada che come una crepa divide i mondi chiusi dei suoi genitori; i suoi pensieri, nella stasi di un agosto «opprimente».


Per la prima foto, copyright: Todd Quackenbush su Unsplash.

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