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Cosa succede se tuo marito non è l’uomo che credevi? Il nuovo thriller di Romano De Marco

Cosa succede se tuo marito non è l’uomo che credevi? Il nuovo thriller di Romano De MarcoÈ appena uscito per Piemme  L'uomo di casa, il nuovo thriller di Romano De Marco, che dopo il successo dei precedenti romanzi noir ambientati a Milano cambia completamente genere e ambientazione, offrendoci un thriller psicologico che si svolge negli Stati Uniti.

Siamo infatti a Vienna, tranquilla cittadina della Virginia non lontana da Washington, dove un elegante quartiere residenziale ospita dipendenti governativi di alto livello. Ma per Sandra Morrison, la protagonista, l'esistenza tranquilla e protetta di cui godeva da anni nella sua bella villa, col marito Alan e la giovane figlia Devon, è solo un ricordo: sei mesi prima, Alan è stato assassinato da qualcuno che ha lasciato il suo cadavere, gola squarciata e pantaloni abbassati, a bordo dell'auto abbandonata in un parcheggio dove abitualmente si va aincontrare prostitute. Come è possibile che un marito irreprensibile, perfetto uomo di casa, ottimo padre e stimato da tutti, frequentasse un luogo del genere?

Sandra e Devon non riescono a superare lo shock di questa perdita, che rischia anche di aprire un abisso tra loro, perché la figlia non accetta di vedersi demolire l'immagine paterna, mentre la moglie è terrorizzata all'idea di scoprire i particolari di una possibile doppia vita del marito. Le cose si complicano ancora di più quando Sandra scopre che Alan stava conducendo una personale ricerca attorno a un caso irrisolto risalente a trentacinque anni prima, quando nella vicina città di Richmonduna donna aveva rapito e ucciso sei bambini, prima di sparire per sempre senza lasciare tracce. Perché questa ossessione? E perché il nuovo vicino di casa ha un'aria misteriosa?

L'uomo di casa è un thriller particolare, che inizia quando la scena del crimine appartiene già al passato, e al lettore vengono raccontati gli sviluppi e le conseguenze di ciò che è accaduto in precedenza, insistendo molto sulla psicologia dei personaggi.

Ne abbiamo parlato con Romano De Marco nel corso di un incontro con i blogger nella libreria Rizzoli di Milano.

Cosa succede se tuo marito non è l’uomo che credevi? Il nuovo thriller di Romano De Marco

Com'è nata l'idea di questo romanzo?

L'idea si è costruita un po' alla volta. Prima di tutto, è nata la voglia di fare qualcosa di diverso. Vado tutti gli anni in America, faccio base da mia sorella che vive proprio a Vienna, e poi vado in giro. Amo così tanto quella cittadina che mi sono chiesto se non sarebbe stato bello ambientare una storia proprio lì. La coppia di vicini che c'è nel romanzo, Elisabeth e Jeff, esiste veramente: sono proprio come li ho descritti, e aspettavano con molta curiosità l'uscita del romanzo per "leggersi".

Sono partito dalla situazione idilliaca di una coppia benestante, in cui però accade qualcosa che va a rompere quest’idea di serenità. All'inizio la storia era un po' diversa, senza la parte che si svolge trentacinque anni prima, che ho deciso di inserire in un secondo tempo. Inizialmente, pensando alla difficoltà di raccontare un personaggio femminile, avevo chiesto a Marilù Oliva, una mia amica scrittrice, di scriverlo a quattro mani: pensavo che lei avrebbe potuto scrivere le parti femminili in prima persona, e io tutto il resto. Marilù però ha preferito desistere perché in fin dei conti l'idea era mia, e adesso penso che sia stato meglio così. Lei comunque mi ha fatto notare diverse cose che non andavano.

Nei miei libri non racconto mai fatti accaduti davvero, per non turbare la sensibilità dei parenti delle vittime o di eventuali superstiti, di chi ha subito dei crimini, e dovendo in qualche modo inventarmi il cold case del secolo ho pensato che non c'è nulla di più odioso dei crimini contro i bambini.

La cosa drammatica è però il fatto che nel 2015, quando il romanzo era già finito, è uscita una notizia di cronaca simile a quello che avevo inventato, perché in Baviera si era svolta una vicenda del genere: quindi è vero che spesso la realtà supera la fantasia.

 

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Quando pensa a una storia si fa influienzare anche da idee degli altri?

La storia nasce da me, altrimenti mi sembrerebbe d'imbrogliare me stesso. Poi ne parlo ad altri, e molte idee mi arrivano da queste conversazioni. Al novanta per cento non seguo i consigli degli altri, però rimango aperto ai suggerimenti. E poi c'è il lavoro di editing.

 

Uno dei temi di fondo del libro è il fatto di scoprire che la persona con cui hai condiviso per anni la tua quotidianità non sia quella che credevi. Al giorno d'oggi sono sempre meno le cose che crediamo di non sapere delle persone, soprattutto da quando tutti sembrano condividere tutto sui social. Il fatto di scoprire che la realtà è diversa da come ci appare è rimasta forse l'unica grande paura di oggi, più ancora della paura del mostro?

In effetti, più della paura dell'assassino, a me interessava appunto il terrore dell'ignoto, della scoperta di cose che non avremmo mai immaginato del nostro quotidiano e di chi ci vive accanto. Se avete visto l'anno scorso il film Perfetti sconosciuti ricorderete che la frase di lancio era «Ognuno di noi ha tre vite: una pubblica, una privata e una segreta».

Ecco, secondo me il fatto della condivisione sui social è un falso: i social in realtà aiutano a nascondere, a creare un'identità segreta, ad apparire diversi.

Non volevo raccontare la costruzione di un'identità attraverso i social perché l'hanno già fatto in tanti, perciò Sandra le cose le scopre sul campo, uscendo di casa e andando in giro. La sua sofferenza nasce, più che dal dolore per la morte del marito, dalla paura di non riuscire ad avere delle risposte e di non scoprire mai la verità su di lui.

 

Perché a un certo punto ha inserito nel romanzo una poesia?

In fatto di poesia mi sento una capra, come direbbe Sgarbi, perché ne leggo poca. Ho sempre amato questa poesia che fa parte dell'Antologia di Spoon River. Quando l'ho letta la prima volta sono scoppiato a piangere, forse perché stavo vivendo un momento particolare della mia vita di padre. Non potevano metterla nella traduzione classica di Fernanda Pivano per un problema di diritti, e allora l'ho tradotta io. C'era una mia poesia all'inizio di Città di polvere e in casa editrice mi hanno detto "è bella, però la leviamo".

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Sapeva già come sarebbe andato a finire il romanzo fin dal principio?

Quando invento una storia metto dentro solo qualche dato: ambientazione, inizio e fine. Tutto il resto viene scrivendo, ma il colpo di scena finale lo metto sempre in tutti i miei libri. Per me non è pensabile scrivere una storia senza aver bene presente il finale, che è il piatto forte dei romanzi di genere.

 

Con questo romanzo lei ha cambiato genere rispetto al noir, sia come ambientazione che come storia. Quali sono le difficoltà di scrivere un noir piuttosto che un thriller?

Il termine noir è diventato molto abusato. Concordo con Massimo Carlotto sul fatto che sia diventato una narrativa di contenuti più che di genere, perché nel noir oggi vengono raccontate la realtà italiana e la società, ma si racconta  anche molto di se stessi come autori.

Nei romanzi precedenti, quelli del ciclo su Milano, ho messo molto di me stesso e del mio modo di pensare e di agire, anche il mio punto di vista su certi argomenti, come la situazione delle carceri, oppure la separazione e il divorzio: il noir secondo me si presta a questo tipo di contaminazione tra autore e opera.

Però con L'uomo di casa ho voluto cambiare, per mettermi al servizio della storia: qui c'è ben poco dell'autore, ma c'è molto lavoro sui personaggi, che però hanno poco o niente di me. È stato proprio per accentuare questo cambiamento che ho preferito la discontinuità dell'ambientazione, scegliendo l'estero.

La protagonista doveva essere una donna qualsiasi, ma non è così facile, per un autore maschio, calarsi da un giorno all'altro nei panni di un personaggio femminile.

Dalla notte dei tempi gli uomini cercano di entrare nella psicologia femminile e non ci riescono, per cui diciamo che si trattava di un lavoro abbastanza impegnativo.

Ho deciso di affidarmi a un gruppo di lettura bolognese tutto femminile con cui mi ha messo in contatto la mia amica Marilù Oliva, e la prima stesura del romanzo l'ho fatta leggere a loro: quando ci siamo incontrati un mese dopo, mi hanno dato tantissime indicazioni.

 

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Cosa c'era che non andava secondo loro nella prima stesura?

Inizialmente, il marito di Sandra moriva in una finta rapina, di cui lei però scopriva solo alla fine che era finta, per cui non restava delusa dalla sua morte. Dopo una settimana arrivava il nuovo vicino di casa, e tra loro nasceva un interesse. Su questo punto le lettrici mi hanno massacrato, e mi sono reso conto che i tempi in effetti non tornavano.

Così ho spostato l'azione a sei mesi dopo la morte, e ho cambiato le circostanze dell'omicidio perché Sandra doveva essere anche delusa, oltre che addolorata.

Questa è stata la prima volta che mi sono rivolto a un gruppo di lettura, ma anche negli altri romanzi che ho scritto ho sempre fatto un lavoro di editing per conto mio con Chiara Beretta Mazzotta, che è una editor molto brava. Con lei lavoriamo per mesi: mi dà consigli sia stilistici sia sui contenuti, ma a volte li accetto e a volte no, per cui discutiamo a lungo. Esistono diciotto versioni di questo romanzo, che poi magari differiscono solo per una o due frasi, ma questo è il mio modo di lavorare.

Siamo in tanti a scrivere, in Italia ormai scrivono tutti: ritengo un dovere presentare a un editore il meglio che io possa produrre.

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In questa storia quasi nessuno dei personaggi è quello che appare. Ci sono doppie e triple identità e cambi continui. Una storia così sarebbe possibile anche ambientata in Italia, oppure no?

Per me, sì. Per questo libro ho cambiato editore, avevo pubblicato i libri precedenti con Feltrinelli, ma è una casa editrice che non ha una grande tradizione col thriller e neanche col noir. Piemme è già strutturato per valorizzare i thriller, e per fortuna non mi ha chiesto di cambiare l'ambientazione, come temevo facesse.

 

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Forse la provincia italiana manca di appeal? Suona meglio "Vienna, Virginia" rispetto ad Abbiategrasso? Accetteremmo lo stesso una storia come questa ambientata in una cittadina italiana?

Di autori italiani di thriller e noir di successo ce ne sono pochi, e da parte degli editori italiani c'è la ritrosia ad accettare storie ambientate all'estero.

Gli autori di successo adesso sono De Giovanni, Manzini, Camilleri, e sono tutti fortemente caratterizzati su territori italiani riconoscibili. Del resto, molti editori stranieri chiedono proprio questo, il romanzo "italiano", dove si parli degli spaghetti con le sarde. Io invece volevo sganciarmi da questo.

 

Non ha mai avuto paura di rimanere ingabbiato nella serialità noir? Questo è un tentativo di fare qualcosa di diverso?

Il mio primo romanzo seriale Io la troverò è andato bene, ha venduto diverse migliaia di copie e anche il seguito è andato abbastanza bene. Ma volevo arrivare a un numero maggiore di lettori rispetto a quelli già catturati dalla serie su Milano, non tanto per un motivo economico, perché io faccio comunque un altro lavoro, ho il mio stipendio e non devo vivere di scrittura, che rimane per me passione pura.

Una volta Dario Argento, a Luciano Rispoli che gli chiedeva perché mettesse certe scene violente e impressionanti nei suoi film, rispose «lo faccio per essere amato». Anch'io scrivo per essere amato: per essere letto da più persone possibili, per essere apprezzato e per dare qualcosa di me agli altri. Fare incontri, firmare le copie, vedere gente alle presentazioni è la cosa più bella. Quando ottengo una recensione positiva di un lettore, che mi dice di non essere riuscito a dormire per finire il mio libro, penso di scrivere soprattutto per quello.

 

Scrivendo per essere amato non c'è il rischio di farsi influenzare dai lettori?

Io non mi faccio influenzare: se lo facessi, avrei scritto un altro seguito della serie noir, come mi aveva chiesto Feltrinelli. Aver venduto sei-settemila copie oggi per un editore è un buon numero, ma io avevo voglia di fare un'altra cosa.

È anche un po' un rischio, perché di questi tempi può essere pericoloso lasciare un editore come Feltrinelli, ma per fortuna il libro è piaciuto molto a Piemme.

 

Come si fa a mantenere un equilibrio tra bugie e verità in un romanzo?

Un autore racconta una storia inventata, quindi una bugia, però ci mette dentro molte verità. Non puoi fare a meno di metterci dentro molto di te stesso, del modo in cui intendi la vita, i sentimenti, i rapporti con gli altri.

Sono un uomo di cinquant'anni con una mia storia personale completamente diversa dalla Sandra del romanzo, poco meno che quarantenne, con una bella famiglia felice, mentre io ho un vissuto diverso, che traspare di più dai personaggi del ciclo su Milano.

Qui ho cercato di mettermi a disposizione del lettore. Non c'è la dimensione sociale del noir di cui parlavamo prima, ma solo la volontà di scrivere una bella storia.

 

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Ci sono autori che, mentre scrivono, leggono solo libri simili al proprio, altri che invece preferiscono cambiare genere. Lei come si comporta?

Io leggo di tutto. In passato leggevo anche cento libri all'anno, adesso mi fermo a cinquanta perché faccio un lavoro impegnativo, ho due figli adolescenti di cui mi devo occupare quando stanno con me perché sono divorziato, vado al cinema e seguo una ventina di serie tv in originale. Di questi cinquanta libri, dieci-dodici sono narrativa di genere thriller- noir. Adesso sono alle prese con Moresco, poi devo leggere Raul Montanari che è un mio amico. Mi piace molto la narrativa italiana.

Per chi scrive secondo me è fondamentale leggere. Diceva proprio Montanari che «scrivere senza leggere è come pretendere amore senza essere disposti a darlo».

Ci sono alcuni autori molto importanti in Italia, senza far nomi, che si vantano di non leggere i contemporanei ma di dedicarsi solo ai classici. Per me è un atteggiamento sbagliatissimo. Bisogna leggere di tutto: ti apre la mente e ti aiuta a migliorare.

Rispetto al mio primo romanzo, che era un Giallo Mondadori, ho cambiato moltissimo il mio modo di scrivere. Mi vergogno, rileggendomi adesso, e mi chiedo come abbiano fatto a pubblicarmi, ma questo miglioramento è avvenuto perché ho letto tanto.

 

Ha seguito scuole di scrittura?

No. Il mio amico Montanari qui a Milano ha una scuola di scrittura che è la più prestigiosa d'Italia, molto più della Scuola Holden, perché se andiamo a vedere i risultati, cioè quanti allievi di Montanari hanno pubblicato con editori importanti, vediamo che sono molti di più rispetto a quelli usciti dalla Holden.

Non vivendo a Milano, non ho potuto frequentare i suoi corsi, ma mi sento un suo discepolo. La cosa più importante che mi ha insegnato non è tanto a scrivere, quanto a leggere, perchè io intorno ai trent'anni leggevo solo thriller.

La tecnica della scrittura s'impara. Il talento d'inventare storie no, quello lo devi avere, ma la scuola di scrittura ti aiuta ad affinare le tecniche su come raccontare: però il docente dev'essere all'altezza. Purtroppo oggi ci sono anche tantissime scuole di scrittura molto improvvisate e magari chi fino a ieri faceva tutt'altro pubblica un romanzo autofinanziato con le edizioni del condominio e poi apre una scuola di scrittura per spillare soldi alla gente. Questa è una presa in giro di chi ha veramente voglia di scrivere, e nel mio piccolo cerco di combattere certi approfittatori che mi stanno sulle scatole.

 

Che strada potrebbe prendere secondo lei il giallo in Italia? Perché c'è il giallo svedese, quello americano con tutte le sue varianti, ma da noi come stiamo andando?

In Italia quello del thriller è un campo che lascia ancora degli spazi da esplorare.

Abbiamo Carrisi che vende tanto all'estero e ha un genere ben definito, di stampo anglosassone ma con un'ambientazione sempre sospesa. Non c'è una scuola precisa. Il noir è stato un po' inflazionato, così anche Dazieri e Carlotto sono tornati al thriller.

Io ho voluto scrivere un prodotto molto di genere, anche se non ci ho messo un serial killer o altri aspetti truculenti. Qui non era necessario parlare di violenza.

Molti autori sono stati lanciati in grande come Mirko Zilai e Luca D'Andrea, però non vedo ancora una strada precisa.


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