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Cosa significa la maternità per una donna?

Cosa significa la maternità per una donna?Definire cosa significa la maternità per una donna è di sicuro un’operazione molto complessa, se non addirittura impossibile, perché impossibile è riuscire a cogliere tutte le sfumature che questa comporta sia quando si realizza concretamente sia quando resta come un sogno, un desiderio inespresso, ma anche quando per scelta si decide di non seguire quella che, per molti, sembra essere la vocazione generale e ultima di tutte le donne: essere madri.

Eppure, Neo. Edizioni ci ha provato, pubblicando Pensiero madre: una raccolta di racconti, a cura di Federica De Paolis, che offrono un’immagine della maternità, e anche della donna, da angolature differenti, nella consapevolezza che, forse, per cogliere le così tante sfaccettature della maternità la soluzione migliore è chiedere l’intervento di scrittrici molto diverse tra loro. Ed è così che, in quest’antologia, troviamo racconti di autrici dallo stile e dalla personalità di certo non riconducibili a un’unica cifra, da Taiye Selasi a Simona Sparaco, da Gilda Policastro a Veronica Raimo, da Chiara Valerio a Caterina Bonvicini.

Qui, di seguito, proprio per saggiare i vari aspetti colti dalle singole autrici nel raccontare la maternità, pubblichiamo uno dei racconti.

 

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La caccia di Melissa Panarello

 

Nella prima foto il leone era ancora vivo e la sua dignità mal s’intonava con il sorriso plastico del dentista. Uomo e animale erano mostrati nella stessa schermata.

In quella successiva il dentista, più gonfio rispetto alla foto precedente e più abbronzato, reggeva la testa mozzata della bestia esibendo questa volta un sorriso più autentico. Aveva sborsato cinquantamila dollari per quella breve felicità.

Ma adesso, da alcuni giorni, nessuno riusciva più a rintracciarlo. Il governo dello Zimbabwe e gli animalisti chiedevano la sua testa come lui aveva preteso quella del leone.

Nella tarda notte di un weekend estivo, Piera e Renato erano sdraiati per la prima volta sui divani appena comprati. Con le finestre spalancate e il suono dei bonghi che proveniva dalla piazza, saltavano da un canale all’altro alla ricerca di un programma poco impegnativo. Era stata una giornata difficile, fra trasportatori rumeni che a un certo punto si erano insultati nella loro lingua perché non riuscivano a far passare i divani dalla porta d’ingresso e uno di loro aveva pestato la grossa mano all’altro. Piera aveva pulito tutte le stanze e Renato era più volte andato e tornato dal negozio di ferramenta per acquistare ora acido muriatico, ora vernice bianca, una scatola di chiodi e di ganci. Avevano deciso che, mentre tutti i loro amici partivano per le vacanze, loro sarebbero rimasti in città a occuparsi della casa. Le spiagge d’agosto erano piene e loro volevano già prepararsi all’inverno.

Erano così stanchi che non riuscivano a prendere sonno.

Su Sky Tg24, la giornalista raccontava dell’uccisione del leone con voce automatica e priva di compassione.

Piera si voltò d’istinto verso suo marito che stava leggendo qualcosa sul cellulare.

Era, come lei, in mutande e maglietta. L’umidità aveva raggiunto livelli insopportabili e ogni volta che si muovevano gli sembrava di nuotare in una vasca bollente e con le mani e le braccia, come rane, si aiutavano a superare la coltre di umido che gli attaccava i capelli sulla faccia e li faceva sentire esausti.

«È terribile» mormorò lei.

Lui non rispose.

«Non lo trovi terribile?»

Senza staccare gli occhi dallo schermo del suo cellulare le chiese cosa trovasse terribile.

«Il fatto che un uomo uccida un leone».

Lei e lui rimasero per un po’ in silenzio, continuando ad ascoltare le notizie del giorno.

«Ma ti sarai fatto un’opinione, no? Di solito hai sempre qualcosa da dire. Le commenti sempre le notizie del tg. Per me è allucinante che un uomo si senta in diritto di ammazzare un animale».

Lui tirò un profondo sospiro, posò il cellulare e si mise a sedere.

Mentre rollava la sigaretta guardò per caso lo schermo del televisore, erano già passati allo sport.

«Non così terribile» disse.

Cosa significa la maternità per una donna?

«Che significa? Tu lo faresti?»

«Quello è stato un coglione. Se c’è una legge che vieta una certa cosa è proprio da coglioni farlo e addirittura farsi fotografare».

«Quindi che significa? Che se non ci fosse una legge sarebbe giusto ammazzare animali di specie protetta?»

«Tu la carne la mangi, mi pare».

«Infatti ho parlato di specie protetta. Per quanto sia discutibile mangiare anche una mucca o una gallina. Ma ci sto arrivando, dammi tempo».

Qualcosa solleticò i baffi di lui, mosse le labbra come per grattarsi.

«Non possiamo parlarne un’altra volta? Sono stanco, non è un argomento da affrontare all’una di notte».

«Ma domani ce ne saremo dimenticati e voglio davvero sapere cosa ne pensi».

«E io te l’ho detto come la penso».

Nel buio Piera cercò ai suoi piedi la bottiglia d’acqua ghiacciata.

Il gelo le attraversò l’esofago e piombò sullo stomaco come una palla di neve.

Riprese fiato.

«Quindi per te non è un problema uccidere un leone se la legge lo consente» cercò di dare un tono calmo alla propria voce, in effetti era molto tardi e non aveva alcuna voglia di litigare.

«Mi sono sempre piaciuti i safari, te l’ho già detto».

«Per me il safari è una visita a un parco nazionale dove gli animali vivono liberamente. Quello che intendi tu si chiama bracconaggio».

Lui sbuffò.

Lei si avvicinò al divano in cui era sdraiato, si mise a cavalcioni sopra di lui, lo baciò sulla bocca, poi sulle guance.

«Stai scherzando, vero?» gli chiese sorridendo.

Ma lui non ricambiò il sorriso.

«Dai! Mi stai prendendo in giro! Non ammezzeresti mai un leone» e questa volta rideva.

«E invece no» fece lui serio, «lo farei se la legge me lo permettesse».

«Non ti credo» disse lei continuando a ridere, «mi stai prendendo in giro perché sai di darmi fastidio».

Renato la scostò violentemente da sé e forse il gesto superò l’intenzione, voleva solo che lo lasciasse in pace.

«Ti ho detto di sì!»

Lei cercò un angolo libero sul divano, si sedette portandosi le ginocchia al petto, le veniva da piangere. «Ti avevo detto che non mi andava di parlarne, che è un argomento del cazzo e che non mi va di affrontarlo adesso che stiamo andando a dormire! Adesso piangi?»

Piera guardò Renato di traverso.

«È orribile». Sì, piangeva.

Lui alzò gli occhi al cielo e tornò a concentrarsi sul proprio telefonino. «Non posso crederci. Non uccideresti mai un leone. Anche se la legge lo permettesse».

«Sì, lo farei» disse lui senza staccare gli occhi dal display.

«Mi fa orrore pensare che lo consideri un problema legale e non etico. Sarò sincera Renato» quando lo chiamava per nome, di solito era per prendere le distanze da lui, «questa cosa mi fa davvero riconsiderare tutta la nostra vita insieme, il nostro futuro».

Lui la fissò.

Come le fosse venuto in mente di esprimere in modo così chiaro ciò che le passava per la testa, non seppe spiegarselo. Avrebbe potuto scegliere di tacere, andare davvero a dormire come aveva proposto lui, lasciare che il giorno finisse senza alcun disturbo. Eppure le parole con violenza erano uscite dalla sua bocca, come una maledizione che non poteva più essere ricacciata dentro.

Sapeva che suo marito si sarebbe sentito fragile e indifeso per colpa di quelle parole, ma non poteva permettere che rimanessero a macerare dentro come un veleno che nei giorni a venire avrebbe ancora di più intossicato la loro relazione.

«Metti che facciamo un bambino. Metti che lui un giorno potrà assistere a questa scena, non solo essere testimone dell’uccisione di un leone, ma a questa conversazione fra te e me. Potrebbe essere dalla tua parte o dalla mia e avrebbe tutto il diritto di scegliere da che parte stare. Il problema, però, è che se lui la pensasse come la penso io, non ti darebbe alcun dolore. Se però la pensasse come te, io ne sarei distrutta. Non accetterei mai che mio figlio possa sentire il desiderio di togliere la vita a un essere vivente».

«La tua morale mi ha davvero rotto il cazzo» disse lui alterandosi, «cosa c’entra adesso un figlio con tutto questo?»

«Te l’ho appena spiegato. Mi stavi ascoltando? Se vuoi te lo ripeto…»

«L’ho capito! Vorresti che nostro figlio la pensasse come te! E non come me, che sono un poveretto, un assassino, un fallito».

«Tutte queste cose le hai aggiunte tu adesso. Non l’ho mai pensato. Io non vorrei che mio figlio la pensasse come me, vorrei però che fosse un uomo giusto, che avesse una propria morale, non deve per forza condividere la mia, ma mi piacerebbe insegnargli a costruirne una che possa andare bene per lui. Tu non ce l’hai, mi pare chiaro».

«Ce l’hai solo tu infatti! La morale! La moralizzatrice!»

«Sto parlando di etica. Sono sconvolta da quello che hai detto, Renato. Sono davvero sconvolta. E mi chiedo pure: come può un uomo disposto a negare la vita a un essere vivente essere pronto a dare la vita a un altro essere vivente?»

 

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«Stai paragonando un leone a un bambino? Lo stai davvero facendo?»

«Certo che lo faccio. Mi pare ovvio. Una vita è una vita, e onestamente non credo che quella umana sia più importante, per non dire interessante, di quella di qualsiasi altra creatura».

«Mi sono stufato di essere giudicato da te. Sono stanco. Mi hai veramente distrutto stasera, ti avevo detto che non volevo parlarne, tu l’hai fatto, mi hai costretto a farlo e adesso di cosa stiamo parlando? Di figli? Del fatto che i leoni siano più importanti dei figli?»

«Visto che non mi ascolti? Lo vedi che non mi ascolti? Non mi ascolti, cazzo!» prese di nuovo la bottiglia d’acqua, bevve ciò che era rimasto sul fondo, tirò un profondo sospiro.

«Renato, non sto scherzando. Questa conversazione sta rompendo qualcosa fra noi» ci fosse stato il sole e non l’enorme luna che entrava dalla finestra, non avrebbe mai detto la verità con così tanta facilità. La stanchezza, il sonno e il caldo avevano spezzato tutte le catene.

«Dopo tutto questo sto davvero cercando di capire se ho voglia di fare una famiglia con te» lo guardò con dolore.

«Davvero? Ci stai ripensando adesso? Sono tre anni che ogni volta che tiro fuori il discorso dei figli, tu dici sempre che no, quest’anno non ne vuoi, ma l’anno prossimo sì. E gli anni prossimi sono andati via uno dopo l’altro senza che sia successo niente. E allora, Piera, comincio a chiedermi anche io se ho voglia di fare una famiglia con una donna che ha più a cuore la salvaguardia dei leoni che mettere al mondo un figlio suo».

Renato aveva ragione e Piera non ebbe il coraggio di contraddirlo. Tre anni. Sposati da cinque, avevano passato i primi due anni di matrimonio senza fare mai riferimento a una famiglia, fino a quando Renato non aveva visto tutti suoi amici rimanere a casa il sabato sera per badare ai figli e aveva detto alla moglie che forse, se volevano, potevano anche loro pensare di fare un bambino. Piera era felice di fare un figlio con Renato e sentiva che sarebbe stato un buon padre, ma “La nostra situazione economica è un disastro, vediamo l’anno prossimo” diceva, e la verità era che aveva sempre avuto l’impressione che un figlio non avrebbe aggiunto niente né alle sue qualità di donna né alla relazione con Renato. Un figlio avrebbe solo sottratto. L’avrebbe fatta diventare più pesante e quindi più vecchia, le avrebbe tolto ore di sonno e di pace, i momenti di silenzio, la libertà di decidere quando cucinare e cosa cucinare, di uscire, di entrare, di restare, avrebbe impedito a lei e suo marito di fare sesso dove volevano, li avrebbe costretti a farne di meno perché la sera sarebbero stati troppo stanchi per scopare, avrebbero discusso di più, si sarebbero stressati di più, sarebbero stati peggio di così, più poveri, meno liberi. Erano troppe le cose che avrebbero perso e poche quelle da guadagnare, per quanto grandi e importanti, erano troppo poche.

Piera si chiese perciò che senso avesse avuto insultare in quel modo suo marito se l’ultima cosa che voleva fare era un figlio. Che cosa c’entrava, in fin dei conti, la morte di quel leone con la nascita di un bambino? Renato avrebbe potuto continuare a pensarla come meglio credeva, dal momento che Piera non desiderava che ci fosse fra loro un bambino da educare e indirizzare al bene.

Era vero: detestava suo marito per quello che aveva detto e quindi per quello che pensava, ma se rinunciava del tutto all’idea di un figlio, che male c’era se Renato ogni tanto sognava di fare un safari in Africa che poi non avrebbe mai davvero fatto?

«Mi dispiace tanto Renato» disse lei avvicinandosi di più, «mi dispiace, amore, non volevo farti sentire misero perché pensi quello che pensi».

Lui la guardò di nuovo di traverso.

«Mi fai incazzare, mi rendi la vita insopportabile quando fai così. Mi sento giudicato e io non voglio essere giudicato da mia moglie!»

«Ma io non ti sto giudicando, è solo che la pensiamo diversamente. Ho le mie idee, non posso improvvisamente fare a meno delle mie idee».

«E invece dovresti se le tue idee feriscono gli altri! Pensaci Piera, pensaci prima di esprimere qualsiasi idea del cazzo!»

«Ma quando ti avrei ferito?»

Cosa significa la maternità per una donna?

«Quando parli di futuro. Mi crolla tutto addosso. La nostra vita insieme, quello che siamo stati, quello che vorremmo essere. Le tue idee sono sempre più importanti di noi!» si alzò e andò alla finestra a guardare alcuni studenti che avevano portato in piazza delle vecchie casse che sparavano musica anni Novanta, così alta che il suono dei bonghi, poco più lontano, scomparve del tutto.

Lei andò dietro suo marito, lo abbracciò e lo sentì irrigidirsi.

«Mi dispiace che tu ti sia sentito giudicato, mi dispiace davvero. Ma, Renato… ti voglio dire una cosa».

Lui si voltò, in qualche modo speranzoso che la lite non finisse lì, era ancora carico di energia e se non l’avesse lasciata esplodere non sarebbe mai riuscito a prendere sonno.

«Parla» disse fissandola.

«Renato, senti. Hai ragione. Non c’entra niente aver messo in mezzo questa cosa del figlio adesso, stavo ancora lasciando parlare le mie idee. Mi hanno così tanto sopraffatto che ho dimenticato noi due, ho persino messo da parte i miei sentimenti e non solo quelli verso di te… Mi dispiace, davvero. È… non so come dirtelo…» si mise una mano sulla bocca e si rimise a sedere sul divano. «È che non ha molta importanza in cosa credi tu e in cosa credo io. Se avessimo un figlio probabilmente la nostra diversità potrebbe causare problemi, pensa come starebbe male un bambino che si ritrova con due genitori che non condividono gli stessi valori e la stessa morale, sarebbe completamente perso. Il punto è che un figlio non c’è e quindi abbiamo il diritto di essere diversi, io e te, abbiamo il diritto di credere in ciò che vogliamo senza che l’altro se la prenda o se ne addolori. E mi chiedo… però Renato stai calmo…» non aveva mai sentito così tanta paura verso il marito come quella sera, dicendo queste parole.

«Sono calmissimo. Che c’è?»

«È che io non lo so se un figlio sarebbe una buona idea. Dovremmo rinunciare a troppe cose e non solo a cose come la libertà, il tempo, lo spazio che condividiamo in casa. Un figlio ci farebbe anche rinunciare alle nostre idee, alle cose in cui crediamo. E questo non sarebbe giusto, sarebbe gravissimo per tutti e due, sarebbe un suicidio per te e per me. Amore, io non so se voglio un figlio» la gola le si era completamente chiusa, le orecchie ronzavano, la stanza cominciava a girarle attorno.

Lui le diede di nuovo le spalle, tornò a guardare sugli studenti.

Lei continuò: «Ma allo stesso tempo non so se si tratta di un desiderio temporaneo o di qualcosa che non cambierà mai. Sono sincera: adesso ho trentacinque anni, ma magari l’anno prossimo avrò voglia di fare un figlio con te e tutto quello che ho appena detto non avrà più valore, magari avrò così tanta voglia di diventare madre che sarò disposta a sacrificare tutto, libertà, idee, svegliarsi tardi. Non lo so Renato, il fatto è che non voglio trattenere i tuoi desideri, non voglio che tu rimandi per colpa mia. Se hai voglia di fare un figlio e io no, non adesso almeno… Oddio…» scoppiò in lacrime.

Anche lui stava piangendo, rivolto verso la piazza. Piangeva in silenzio.

«Se tu hai voglia di fare un figlio e io no, forse noi due insieme non abbiamo più senso. Anche se ci amiamo e io ti amo tanto» disse lei fra le lacrime.

Renato si voltò ancora verso la moglie, si asciugò le lacrime con l’orlo della maglietta zuppa di sudore.

Si avvicinò, le sorrise.

«Non vedevo l’ora che lo dicessi» disse lui.

«Che dicessi cosa? Che ti amo? Lo sai che ti amo» fece lei.

Le sorrise ancora.

«Neanch’io ho molta voglia di fare un figlio adesso. Forse l’anno prossimo».

«Ma come, adesso hai cambiato idea?»

«Ci ho pensato anch’io. Pensavo che fosse la cosa giusta da fare perché siamo una coppia che si ama, perché abbiamo l’età per farlo e siamo tutte e due in salute. Pensavo che è così che devono andare le cose, che a un certo punto un uomo e una donna decidono che fare un figlio sia qualcosa da fare per tenere in vita una relazione. L’abbiamo fatto anche quando abbiamo deciso di sposarci, ti ricordi? Volevamo cambiare e l’abbiamo fatto. E un figlio sarebbe un altro cambiamento, questa volta più grande. E mi sono detto: hai davvero voglia che le cose fra te e lei cambino? E la risposta è no, sto bene così, sono felice così. Anche se io vorrei far esplodere tutte le giungle, i boschi e gli animali selvaggi per fare colate di cemento e centri commerciali e tu invece no, alle giungle ci tieni, vorrei che rimanessimo ciò che siamo. Così, sbagliati ma vicini».

Lei sorrise e ancora una volta si chiese se il marito la stesse prendendo in giro.

«Non faresti mai esplodere gli animali però, non è vero?» chiese allarmata.

Fuori, il gruppo di ragazzi attorno alle casse ballava lanciando urla berbere. Sentirono una ragazza imprecare contro qualcuno con la voce impastata dall’alcol, qualcun altro a voce alta disse: «E tieniti Don Matteo, che t’è rimasto solo quello!»

Lui sorrise ancora.

E l’anno prossimo non arrivò mai.

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