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Cosa significa essere uno scrittore? Karl Ove Knausgård e il suo “La pioggia deve cadere”

Cosa significa essere uno scrittore? Karl Ove Knausgård e il suo “La pioggia deve cadere”Puntata n. 2 della rubrica La bellezza nascosta

 

«Era quello che avevo. Due anni di lavoro. Conoscevo le frasi a memoria. La fatica che avevo fatto nello scriverle, aveva dell’incredibile».

La scrittura, scrivere, prendere se stessi e mettersi su un foglio di carta. Il lavoro in solitudine, ore trascorse davanti a uno schermo che a tratti riflette un’immagine; sigarette spente a metà o fumate fino al filtro, tazze vuote di caffè, pensieri, pensare, battere una frase e cancellarla troppe volte.

Spazi vuoti che si aprono nello stomaco, e il bisogno di integrarsi al mondo, alcol, memoria sparsa che si accumula nella gola, dentro gli occhi. Quanto pesa il passato? Qual è il capitale che ci lascia la paura di un padre? Se è vero che tutto ciò che ci è accaduto resta, anche silente, dentro di noi; è altresì evidente come i nostri passi nel presente possano essere strumenti per un riscatto, per una rincorsa verso una vocazione che sentiamo nostra nonostante tutto il mondo ci appaia avverso.

 

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Scrivere è un atto corporeo, che impegna i muscoli, i battiti del cuore, il sangue che scorre sotto la pelle; è un movimento, la scrittura, che si aggancia alle emozioni, le svilisce, e attraverso la parola si può sviscerare una vita intera, si possono prendere frasi, metterle una di seguito all’altra, e confessare la propria vita, senza la paura che agli altri possa non importare, senza il timore che tutto possa apparire poi banale; c’è bisogno di impertinenza ed egocentrismo per essere uno scrittore, di caparbietà, di restare ore e ore a pigiare i tasti di un computer, pur sapendo che tutta la fatica, potrebbe essere solo fine a se stessa.

Cosa significa essere uno scrittore? Karl Ove Knausgård e il suo “La pioggia deve cadere”

Karl Ove Knausgård, nato ad Oslo nel 1968, è l’uomo che ha spalmato la sua esistenza in un romanzo colossale di 3600 pagine, l’intera opera ha come titolo: La mia lotta. Questo è il quinto volume di un questo unico tomo, diviso da Feltrinelli in sei libri; in La pioggia deve cadere (traduzione di M. Podestà), Knausgård ci fa entrare nei suoi anni all’accademia di scrittura, con i primi amori, i primi problemi con l’alcol, e il suo percorso nellaa carriera di narratore.

Ci troviamo a Bergen (Norvegia), Karl Ove Knausgård ha vent’anni e insegue il suo sogno di diventare scrittore, supera l’esame di ammissione per l’accademia di scrittura come lo studente più giovane mai ammesso. Si ritrova nella cerchia di amici del fratello maggiore Yngve, sono le sue prime esperienze da grande, un appartamento tutto suo, i soldi da gestire, il sogno di scrivere, quella magia di restare seduto in una stanza buia a inventare storie. Ma le cose, da subito, si rilevano differenti da come lui le aveva immaginate: all’accademia ha difficoltà a scrivere cose interessanti, finendo per essere sempre uno dei meno brillanti, la città inizia a deprimerlo, quando si ritrova circondato da altre persone, per vincere la timidezza e l’insicurezza, ha bisogno di bere molte birre, di infangarsi con l’alcol, e spesso le conseguenze sono imbarazzanti, a tratti penose.

I suoi sogni appaiono sgretolarsi, sempre a disagio quando si trova in compagnia di altre persone, i primi innamoramenti non ricambiati, le prime delusione vere; il bere e un gruppo rock nel quale inizia a suonare la batteria sono la sua strada di fuga. Fin quando non si innamora, pone da parte la scrittura che troppe volte lo ha messo alle corde, si dedica alla recensione di alcuni libri e incomincia a lavorare per una radio locale.

L’inizio della sua vita adulta pare assumere una forma.

Ma si arriva alla resa dei conti, prima o poi, con se stessi; il demone della scrittura lo afferra e lo costringe al confronto con la vocazione mai veramente assopita per lo scrivere, e tornano le sbronze, le sigarette, troppe, da rullare; si sviluppa così il suo dramma personale con l’esistenza, con la sua infedeltà verso la vita, e la lotta tra essere diverso e integrassi nel mondo, lo conduce a una battaglia contro se stesso.

Cosa significa essere uno scrittore? Karl Ove Knausgård e il suo “La pioggia deve cadere”

La scrittura di Knausgard è pulita, piana, leggera; ci racconta tutto come fosse un diario di bordo, senza perdersi mai in inutili acrobazie linguistiche, e metafore eccessive.

 

«Il paesaggio che scorreva all’esterno attraverso il finestrino era così bella da far male agli occhi [...] verde, grigio, nero. Laghetti e terreni, alberi abbattuti dal vento e paludi, radure e boschetti, muretti di pietra così antichi che sembrano quasi cresciuti dentro il paesaggio».

 

In questo modo lo scrittore norvegese ci dipinge gli scenari, le visioni, la natura che è un elemento vivo. Racconta fin dentro l’impossibilità di dire, conducendoci anche nelle zone che all’apparenza potrebbero risultare prive di interesse per il lettore, ma che nel complesso sono forse luoghi imprescindibili.

 

«Mi sorrise, e poi abbassò lo sguardo, capii di colpo. Sarebbe successo oggi. Ci abbracciammo, ci spostammo in camera da letto, la spogliai lentamente, ci sdraiammo sul materasso attiguo alla parete. Per tutto il tempo mi tremò una gamba. La luce esterna che filtrava da un cielo nuvoloso riempì la stanza e avvolse i nostri corpi bianchi, il suo viso, gli occhi che mi guardarono tutto il tempo».

 

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Ogni pagina ci conduce a conoscere Knausgård, facendocelo percepire a volte come un amico, altre come un nemico. E lui non ha paura di parlare del suo problema di eiaculazione precoce, della difficoltà a contenere la rabbia da ubriaco, del suo modo di essere impacciato davanti alle donne.

Anche nei momenti in cui il libro sembra non decollare, o rivoltarsi su se stesso, tutto resta perfetto nel suo insieme.

 

«Enormemente motivato scrissi altre duecento pagine, tra cui un lungo brano con papà, e piansi mentre lo facevo, riuscivo a malapena a vedere lo schermo per via delle lacrime e sapevo che adesso tutto filava, era valido, era qualcosa di completamente diverso da quello che avevo prodotto precedentemente».

Cosa significa essere uno scrittore? Karl Ove Knausgård e il suo “La pioggia deve cadere”

La pioggia deve cadere è un romanzo intenso, profondo, emozionate; è come sedersi in una stanza con Knausgård, magari davanti a un camino, fumando e bevendo birra, e lasciarsi raccontare un pezzo della sua vita. Questo è un romanzo che possiede la capacità di non nascondere nulla, non ci sono tranelli o omissioni, c’è la chiarezza delle cose vere.

Tutta la rabbia, l’abnegazione, la sofferenza, e le cadute che ogni sogno chiede in pegno. Ogni traguardo da raggiungere possiede una dose di cicatrici emozionali, ogni luogo che ci appare come una terra promessa, nel tragitto, ci regale promesse non mantenute, lividi, e momenti in cui la cosa più semplice ci appare: rinunciare.

 

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Cosa vuol dire essere un uomo che racconta storie? Cosa significa veramente essere uno scrittore? Knausgård prova a risponderci, affollandoci di dubbi ed incertezze. Scrivere, forse, è mettersi a nudo come nel giorno in cui siamo venuti al mondo.

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