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Cosa resta degli anni Settanta? Intervista a Igor Patruno

Cosa resta degli anni Settanta? Intervista a Igor PatrunoSarà da domani in libreria Le parole ritrovate. Il romanzo perduto dei ragazzi del ’77 di Igor Patruno con introduzione di Stefano Gallerani e postfazione a firma di Andrea Caterini.

Pubblicato da Ponte Sisto Edizioni, il libro ripropone le interviste realizzate da Igor Patruno per la sua rubrica settimanale pubblicata nel 1980 su «Lotta Continua» e finalizzate a porre al centro una riflessione sul romanzo (in particolare, quello generazionale) e sulla scrittura per i ragazzi del movimento del ’77.

Le interviste, ideate e realizzate da Igor Patruno, con la collaborazione di Massimo Barone e Antonio Veneziani, hanno visto coinvolto importanti nomi della cultura italiana, tra cui Dacia Maraini, Umberto Eco, Franco Cordelli e Alberto Moravia.

In occasione dell’imminente uscita del libro, abbiamo rivolto qualche domanda a Igor Patruno per provare a capire insieme a lui cosa di quegli anni Settanta, e in particolare del Settantasette, può essere recuperato ancora oggi.

 

Nell’introduzione al libro, Stefano Gallerani prova a rendere conto di una generazione di ventenni nel Settantasette. Possiamo provare a raccontare cosa ha voluto dire avere vent’anni in quegli anni? E cosa i ventenni di allora possono trasmettere, insegnare o anche solo dire a quelli di oggi?

Paul Nizan nel suo Aden Arabie, pubblicato a Parigi nel 1931, scrive: «Avevo vent’anni. Non permetterò a nessuno di dire che questa è la più bella età della vita. Tutto congiura per mandare il giovane alla rovina: l’amore, le idee, la perdita della famiglia, l’ingresso tra gli adulti. È duro imparare la propria parte nel mondo».

La frase rimanda immediatamente al tema generazionale, ovvero a cosa significhi essere giovani in un mondo complesso, governato da regole e convenzioni che proprio non si riesce ad accettare perché ritenute “ingiuste”.

I ragazzi che avevano vent’anni nel Settantasette, non tutti certo, ma una buona parte, hanno vissuto la lacerazione tra il “voler essere” e il “dover essere”. Quella generazione aveva scoperto (anzi riscoperto) qualcosa di profondamente rivoluzionario, ovvero il “diritto alla felicità”. In un mondo ancora profondamente diviso tra Est e Ovest, tra Nord e Sud, in una realtà, quella italiana, incapace di offrire prospettive di lavoro e di vita dignitosa a tutti, dire che si voleva rivendicare il diritto di essere felici significava “criticare” non solo la politica tradizionale, tutta presa dai propri riti, ma l’organizzazione stessa della società. Così è capitato che tanti ragazzi hanno condiviso un sogno grande, anzi che una generazione ha sognato “forte”, cercando di farlo insieme.

Un sogno splendido che è durato poco, che ha avuto due grandi nemici: da una parte lo Stato, dall’altra il terrorismo. La guerra sanguinosa tra Stato e terrorismo ha soffocato il sogno. Dopo il grande sogno collettivo è calata l’oscurità e ognuno ha dovuto fare i conti con quella realtà che aveva criticato.

L’unica cosa che mi sento di dire ai ventenni di oggi è di non rinunciare a sognare insieme il loro futuro, perché essere giovani senza sogni condivisi significa accettare di vivere in un presente oscuro.

 

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Il libro ha inizio con un suo lungo racconto per rievocare l’atmosfera di quegli anni e lo fa a partire dal funerale di Pasolini. Perché questa scelta? Che incidenza hanno avuto Pasolini e la sua morte su quel periodo? E fino a che punto possiamo considerare quest’incidenza ancora viva?

Pasolini, prima di essere un poeta, un romanziere, un regista, è stato un “testimone” del suo tempo. Un intellettuale incapace di accettare la menzogna del potere. Le sue parole a proposito dei responsabili delle stragi, a partire dall’attentato di Milano del 12 dicembre 1969, fino a quelli di Brescia e Bologna del 1974. risuonano ancora come un’estrema testimonianza: «Io so. Ma non ho le prove. […] Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace».

Per questo suo essere un intellettuale incapace di mentire, o di restare in silenzio, Pasolini è stato isolato, “condannato”, deriso.

La sua morte atroce ha spaccato il decennio dei Settanta in due, aprendo una lacerazione profonda, costringendo quelli che lo avevano “criticato” a riflettere sul suo ruolo, sulla sua opera. Per questo ho scelto di iniziare dal funerale di Pasolini…

Cosa resta degli anni Settanta? Intervista a Igor Patruno

Ricordando il funerale di Pasolini, lei riporta le parole pronunciate da Moravia («Ora io dico: quest’immagine che mi perseguita, di Pasolini che fugge a piedi, inseguito da qualche cosa che non ha volto e che è quello che l’ha ucciso, è un’immagine emblematica di questo paese») e scrive di averne compreso il senso solo molto tempo dopo. Qual era il senso di quelle parole?

La morte di Pasolini è davvero una metafora dell’Italia, e non solo dell’Italia di quel tempo. Moravia lo aveva capito per primo. Nelle sue parole c’era una critica a chi già liquidava la fine di Pasolini come la morte di un povero omosessuale che cercava incontri con partner giovani e, forse, non consenzienti. Moravia rifiutava questa “menzogna” e andava oltre il delitto maturato negli ambienti dei “ragazzi di vita”. Insomma Pasolini è stato ucciso da “qualche cosa” che ancora, a distanza di tanti anni, non ha un volto e la sua morte è una metafora di quel che è accaduto e tuttora accade in Italia, una metafora del potere che non ha un volto definito perché assume, di volta in volta, l’aspetto che gli fa più comodo.

Poi c’è un’altra cosa. La dico con le parole che ho usato nel libro: «Moravia percepiva il vento della smemoratezza attraversare piazza Campo de’ Fiori e squassare la Storia. Lui sapeva quanto la morte sarebbe stata beffarda con i poeti e quanto avrebbe avuto buon gioco la mediocrità nel cancellare parole. Quelle del morto, le sue. Nel pronunciarle, forse, già le sentiva perdute».

Ecco la “menzogna” e la “smemoratezza” due tragiche abitudini italiane.

 

Vorrei provare a fare un piccolo esperimento, se lei è d’accordo, giocando su titolo e sottotitolo. Cominciamo dal primo: Le parole ritrovate. Quali sono, secondo lei, le parole di quella stagione culturale e politica che oggi dovremmo e potremmo recuperare?

Ne I campi di maggio, il romanzo che ho pubblicato nel 2015, ho scritto una frase nella quale ho utilizzato alcune parole di quella stagione: «Credevamo nella leggerezza e nell’avventura, nell’intensità del presente, nella condivisione dei sogni, nel diritto di essere felici».

Certamente non ci sono “tutte” le parole che i ragazzi del Settantasette usavano per raccontarsi, ma ci sono quelle che a me piacevano di più.

 

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Soffermiamoci anche sul sottotitolo: Il romanzo perduto dei ragazzi del ’77. In che senso quel romanzo è perduto? E sarà possibile un suo recupero?

Il riferimento contenuto nel sottotitolo è al “romanzo generazionale”. Prima di rispondere alla domanda devo fare una premessa.

La generazione del Settantasette ha attraversato il “rifiuto del romanzo” con incolpevole leggerezza. Lo scrissi su «Lotta Continua» nel 1980. Di fronte al primato della politica, il romanzo appariva come una forma espressiva inefficace per affrontare e raccontare le contraddizioni della società italiana. La critica alla figura e al ruolo dello scrittore e più in generale dell’intellettuale, la critica agli apparati ideologici dello stato e all’industria culturale, comportava altre urgenze. Insomma non si avvertiva né la voglia, né l’esigenza di raccontare.

Per questo la generazione del Settantasette non ha avuto il suo Goethe, o il suo Flaubert, ovvero non ha avuto un narratore capace (o con la voglia) di raccontarla. Mi chiede se sarà possibile un “recupero”. Io credo di no! I dolori del giovane Werther, o L’educazione sentimentale, si possono scrivere solo una volta, solo in presa diretta (cioè dentro gli eventi) e solo da giovani.

Cosa resta degli anni Settanta? Intervista a Igor Patruno

Aldo Rosselli risponde così a una domanda in cui lei gli chiede un parere sulla letteratura degli anni Settanta: «Ripercorrendo con la memoria questi ultimi dieci anni di letteratura scopro che non emerge quasi nulla. Ciò naturalmente non vuol dire che non si sono scritti buoni romanzi, ma anche se buoni, questi romanzi hanno lasciato le cose come erano». Eravamo nel 1980. Oggi, se dovesse rispondere lei, riuscirebbe a essere più tenero?

Nella bandella del libro, firmata da Andrea Caterini, romanziere e critico letterario di grande talento, si legge: «Quando la proliferazione di romanzi, di narrazioni, pare aver prodotto una saturazione del discorso, assopendo una possibilità nuova di dibattito; quando, dico, dei romanzi sembra non ci sia davvero più necessità (una necessità culturale, sociale, e prima ancora espressiva), capita di leggere un romanzo che sbaraglia ogni supposizione d’inutilità. La necessità del romanzo è nel fatto che ancora se ne possano leggere di importanti».

Naturalmente condivido il pensiero di Andrea Caterini. A volte, purtroppo sempre più raramente, capita di leggere un romanzo che risplende e illumina l’anima.

Il problema del raccontare nel tempo che viviamo è il “romanzo” divenuto sempre più “merce”, ovvero prodotto costruito, andando incontro ai gusti di un pubblico incostante. Siamo al trionfo del “romanzo di genere” e agli autori “costruiti” a tavolino, un po’ come si fa con i concorrenti di Sanremo. Romanzi “volatili” e autori che vengono presto accantonati dall’industria editoriale e dimenticati dai lettori. Per fortuna ci sono ancora eccezioni.


Leggi tutte le nostre interviste a scrittori e scrittrici.

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