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Cosa resta alla fine della famiglia? Intervista a Claudio Lagomarsini

Cosa resta alla fine della famiglia? Intervista a Claudio LagomarsiniCon Ai sopravvissuti spareremo ancora(Fazi editore), Claudio Lagomarsini ha saputo costruire una storia famigliare che si dipana lungo i binari della malinconia ma anche della speranza, delle contrapposizioni così come dei ricongiungimenti seppure a distanza, in un incontro tra fratelli che è prima di tutto una scoperta e una riscoperta a partire da ciò che di tutta una famiglia è rimasto.

E proprio da qui abbiamo iniziato questa nostra intervista con Claudio Lagomarsini.

 

Che cos’è per lei la famiglia? E cosa rappresenta all’interno di Ai sopravvissuti spareremo ancora?

Sono cresciuto in una famiglia divisa e non ho ancora “messo su”, come si dice, una famiglia mia. Per questo e nonostante questo ho sempre idealizzato la famiglia come luogo degli affetti incondizionati, come riparo dal mondo, come nocciolo, radice e fittone da cui tutto è cominciato. Questa visione insieme pessimistica e idealistica (in genere le due prospettive vanno a braccetto) penetra appunto nel romanzo: Marcello è reduce da una famiglia disgregata, non riesce a ricollocarsi nel nuovo nucleo allargato e sogna il ritorno – impossibile, lo sa benissimo – alla vecchia configurazione familiare. Intorno a lui, oltretutto, ci sono le rovine di altre famiglie: la nonna si vanta di essere la prima divorziata della sua provincia, il Tordo ha rotto i rapporti con i propri figli e tradisce con disinvoltura la moglie, che a sua volta ha alle spalle un primo matrimonio che, da quanto si capisce, non era esattamente rose e fiori.

 

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Le prime parole del libro sono quasi un colpo al cuore «Di tanti che eravamo siamo rimasti in pochi.» Cosa accade a una famiglia quando si riduce di molto il numero dei suoi componenti? Quali sensazioni cominciano ad aleggiare? Si è più inclini al perdono o alla comprensione?

Mi è stato chiesto se l’incipit sia una citazione voluta di Ungaretti: «Di queste case / non è rimasto / che qualche / brandello di muro. / Di tanti / che mi corrispondevano / non è rimasto / neppure tanto». Scrivendo non ci avevo pensato, ma rileggendo questi versi è indubbio che sia avvenuta da parte mia un’appropriazione inconscia: è straordinario quello che succede nella mente quando si scrive, come del resto i poeti sanno molto meglio dei romanzieri. Credo che la metafora della guerra, con le sue perdite, distruzioni e riparazioni, suggerisca molto bene quello che accade a una famiglia che si disgrega e perde i propri membri. Ai sopravvissuti resta nel sangue una miscela di sentimenti discordanti e conflittuali: rabbia, paura, disincanto, pietà. Poi, è ovvio, ciascuno reagisce diversamente, ma sono convinto che l’unico modo per andare avanti senza doversi voltare tutta la vita a guardare i detriti è quello che, nel romanzo, ci suggerisce il Salice, l’unico personaggio capace di rispondere all’aggressività e alla miseria armandosi di tenerezza.

Cosa resta alla fine della famiglia? Intervista a Claudio Lagomarsini

Mi sembra che, tra le altre cose, il romanzo sia fondato su un gioco quasi di contrapposizioni. La prima è un incontro tra Salice e il fratello Marcello attraverso i quaderni di quest’ultimo ritrovati per caso dal primo. Perché questo dialogo tra fratelli a distanza e perché l’escamotage dei quaderni/diari?

Effettivamente queste contrapposizioni sono la principale direttrice lungo la quale è costruito il romanzo: il fratello integrato e quello non integrato, Wayne e il Tordo, la nonna e la mamma, i vecchi e i giovani. L’escamotage dei quaderni gioca un po’ con il topos del manoscritto ritrovato, un po’ con il mio lavoro di filologo: nei manoscritti di Marcello ci sono cancellature e strappi che chiedono di essere interpretati al pari del testo “in chiaro”. In genere, quando compaiono in letteratura (penso ai Promessi sposi o al Nome della rosa) i manoscritti ritrovati esprimono il bisogno di mettere dei filtri tra l’autore, il narratore e i personaggi. Scrivendo, a un certo punto mi è sembrato che la voce di Marcello arrivasse troppo diretta, troppo tagliente e impietosa. Per questo ho sentito la necessità di affiancargli un secondo punto di vista, più mediato e risolto. Spesso, durante l’adolescenza, i fratelli faticano a comunicare tra loro, come appunto accade al Salice e a Marcello. La scrittura ha la virtù di poter “congelare” e custodire nel tempo i pensieri e i sentimenti, per trasmetterli e farli riscoprire anche a molti anni di distanza. Cimentandomi in prima persona con un’opera di narrativa mi affascinava l’idea che la scrittura stessa fosse l’unico mezzo per rendere possibile la comunicazione altrimenti impossibile tra i due fratelli del romanzo.

Cosa resta alla fine della famiglia? Intervista a Claudio Lagomarsini

L’altra contrapposizione è quella tra il mondo descritto da Marcello e quello dal quale proviene Salice adulto e nel quale viviamo anche noi. In questo caso lei parlerebbe di reale contrapposizione o ci sono ancora degli aspetti che, nonostante ciò che chiamiamo il progresso, non siamo stati in grado di superare?

Il Salice si colloca, è vero, nella stessa bolla occupata da “noi” che scriviamo, leggiamo e, adesso, stiamo parlando di letteratura. Più che una bolla, la nostra è una bollicina che galleggia in un acquario molto ampio e variegato. Nel 1975, quando pubblicò gli Scritti corsari, Pasolini parlò di una «mutazione antropologica» in corso: dalla vecchia Italia agricola, patriarcale e paleo-industriale si era passati all’Italia del Boom, della Tv e della cultura di massa. Sarei curioso di sapere che cosa scriverebbe Pasolini se potesse vedere il 2020. A me pare che quella mutazione sia tuttora in corso ma che abbia funzionato a macchie. Il progresso, del resto, non è una marcia omogenea e ben ordinata della civiltà, non si può certo paragonare la velocità progressiva di Milano a quella di una qualsiasi cittadina della provincia italiana, come ad esempio la mia. Detto questo, ho l’impressione che il mondo disfunzionale rappresentato nel mio romanzo e ambientato nel 2002 sia ancora attuale oggi in molte realtà, forse non solo italiane.

 

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Una curiosità: perché per il nome del protagonista e voce narrante ha scelto Salice? C’è un motivo particolare?

Ho amato molto un romanzo di Giorgio Vasta che si intitola Il tempo materiale: la voce narrante è quella di un ragazzino che dà ai propri familiari e amici una serie di soprannomi strani e inaspettati (lo Spago, la Pietra). Nella mia provincia, ma credo anche in altre, succede lo stesso: all’identità anagrafica si aggiunge una seconda identità collegata a un “nome di battaglia” che ci si guadagna sul campo. Oppure capita di ottenere un soprannome a propria insaputa: il Tordo ha la pancia prominente e le gambette magre, come l’uccello che gli dà il nome. Wayne è ossessionato dai film western e si dà arie da cowboy. Il Salice, che come Marcello è figlio di un agronomo, prende il nome dal salice piangente: nonostante appaia come un adolescente solare e spensierato, improvvisamente si scioglie in lacrime amare, che ci fanno intravedere un complesso di fragilità nascoste dentro di lui.


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Per la prima foto, copyright: Birmingham Museums Trust su Unsplash.

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