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Cosa c’è dietro la fede? “Sotto le lune di Giove” di Anuradha Roy

Cosa c’è dietro la fede? “Sotto le lune di Giove” di Anuradha RoyDopo la pubblicazione de L’atlante del desiderio (2010), Bompiani torna a pubblicare l’indiana Anuradha Roy con Sotto le lune di Giove, romanzo che ben si accorda all’uscita estiva grazie al tema che fa da padrone: il viaggio.

I primi personaggi che incontriamo sono tre signore, vecchie amiche che hanno deciso di trascorrere una vacanza a Jarmuli, alla ricerca di uno spazio lontano dalla vita domestica e dalle preoccupazioni familiari. Sono Latika, Vidya e Gouri a dare inizio al viaggio del lettore nel testo attraverso una serie di battute serrate, che – almeno all’inizio – ricordano più un’opera teatrale che un testo narrativo. Infatti, all’andamento descrittivo viene preferito quello, più incalzante, del dialogo tra le amiche che, dirette alla città-tempio, fantasticano sulla prossima vacanza e sulla ritrovata libertà che le attende.

Come una consumata regista teatrale, Roy ci fa assistere ai loro battibecchi e alla forza del loro legame attraverso l’ascolto dei dialoghi, senza mediazioni, in apparente “presa diretta”. Nel mentre, l’autrice si premura di aggiungere a queste “attrici sulla scena” anche altri personaggi, che iniziano ad affollare il palcoscenico di Jarmuli. Tra questi abbiamo “i visitatori” (Nomi, Suraj, Latika, Vidya e Gouri) e “gli indigeni” (Badal, Raghu) che vengono fatti entrare e uscire dalle scene attraverso un utilizzo calibrato della focalizzazione e dell’alternanza dei punti di vista. Abbiamo così, in successione, l’alternarsi di prospettive diverse in un andamento frammentario, che riesce a raggiungere la coesione solo grazie all’autrice e alla scelta di concentrare la vicenda in uno spazio e in un tempo ristretto.

 

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Il tempo in questione, infatti, è molto più breve rispetto al romanzo tradizionale: comprende i soli cinque giorni della vacanza, oggetto della narrazione fin dall’inizio. Per quanto concerne lo spazio, invece, tutto è ancorato alla città-tempio di Jarmuli, in cui dietro a una religiosità pura ed esibita, rappresentata dal tempio che viene descritto diffusamente in tutto il suo impatto scenico, troviamo il lato oscuro della stessa. Sarà Nomi a indagare questo lato attraverso la sua memoria, in un’operazione di rievocazione sofferta e insieme catartica. Così, mentre la religiosa Gouri è affascinata dal racconto di Badal, guida del tempio in attesa di sacrificarsi per la sua fede, Nomi ci informa, andando indietro nel tempo, dell’esistenza di un lato nascosto della stessa o, meglio, dei suoi rappresentanti. Dopo essere stata abbandonata dalla famiglia, Nomi viene ospitata in un ashram dove alla sicurezza dal mondo esterno, che le viene garantita in un primo momento, si sostituiscono rapidamente le molestie di Guruji e dei suoi adepti che, protetti dalla fede di cui si fanno portavoce, approfittano delle giovani vite che sono state affidate loro.

Cosa c’è dietro la fede? “Sotto le lune di Giove” di Anuradha Roy

In una narrazione ora descrittiva e cruda, Roy vuole denunciare il male degli abusi su minori in India, di cui dirà in epilogo: «Esiste un numero infinito di orribili casi di abusi e violenze sessuali su minori in India. Ho preso spunto dalla storia legale e penale di molti di quegli episodi».

In un gioco di opposizioni chiaramente visibile abbiamo, da un lato, la bellezza eterea, eppure materiale del tempio, che è la testimonianza delle opere che gli uomini sono stati in grado di erigere per il culto; dall’altro, le infime azioni di cui sono capaci nei confronti dei loro simili.

Tale scontro si esemplifica bene in una scena in cui, come spesso accade in questo romanzo, due degli “attori” si incrociano: Nomi e Gouri.

Durante l’ascesa al tempio, Nomi inizia a sviluppare un’ossessione paranoica per un monaco che pare volerla inseguire. Da lì, naturalmente, la fuga precipitosa verso il basso e la ricerca di aiuto non nel divino, ma nell’umano.

«[...] c’è un monaco che mi segue. Un monaco…lo vede? Mi insegue da quando sono arrivata.»

«Figliola, un monaco non può farti del male. È un uomo d Dio.»

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In questo scambio di battute (ancora una volta) Roy sembra voler condensare le opposte visioni citate: la prima, che è consapevole di un lato oscuro della religione, e la seconda che lo ignora. Di fronte a questa seconda posizione – la difesa “a prescindere” determinata dall’ignoranza – l’opzione è solo una: la denuncia. E denunciare è proprio ciò che questo romanzo si propone di fare, partendo dall’immagine idealizzata di una città-santa, decostruita, a poco a poco, grazie a chi la abita e alle loro voci-contro. In tal senso, l’opposizione prima citata fra “i visitatori” e “gli indigeni” viene meno, come viene meno il frammentismo delle loro voci, che invece si uniscono per proclamare che la città santa è un’illusione, che un grande monumento non fa grandi gli uomini. Tutto questo però non verrebbe mai svelato al lettore se non ci fosse stata un’apertura alla prospettiva umana sulla città, lontana dalle réclame pubblicitarie che attirano visitatori; Tale prospettiva umana è resa da Nomi, la bambina violentata dalla religione, che ha imparato a tenere separate illusione e realtà.


Per la prima foto, copyright: elCarito su Unsplash.

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