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Cosa accade se restiamo senza parole? “Bartleby lo scrivano” di Herman Melville

Cosa accade se restiamo senza parole? “Bartleby lo scrivano” di Herman MelvilleBartleby the scrivener di Herman Melville è un breve racconto con una pubblicazione sofferta sin dalla sua prima uscita, in edizione originale, datata 1853. Lo troviamo dapprima sul «Putnam’s Magazine» come racconto in due puntate; tre anni dopo, in un'unica storia, accanto ad altre cinque, scelta per la raccolta The Piazza Tales.

La conferma editoriale di Moby Dick (1851) e delle storie polinesiane di Typee (1845), insieme a quelle della critica letteraria e del pubblico, non arrivano per Bartleby, quasi a significare che il secolo della sua creazione non coincide con quello della sua lettura consapevole.

In Italia, non a caso, grandi editori lo propongono più di un secolo dopo: Feltrinelli (1991), Mondadori (1992), Einaudi (1994), Garzanti (1994), quando il tempo dell’incomunicabilità è ormai conclamato. Parliamo di questa opera a partire dalla sua trama.

 

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Il nostro scrivano, «pallido e silenzioso», si fa assumere nello studio di un avvocato che, nominato giudice dell’Alta Corte di Giustizia, ha molto lavoro da svolgere e sceglie «quella figura, così sbiadita nella sua decenza, miserabile nella sua rispettabilità, così disperata nella sua solitudine». Melville ce lo descrive attraverso le parole e i pensieri dell’avvocato, «uomo piuttosto anziano» che narra in prima persona il mondo del «più bizzarro copista che mai abbia veduto».

Dietro un alto paravento verde, Bartleby scrive seduto al suo tavolo, nella stessa direzione dell’avvocato: «In questo modo ero in grado di restar solo e di sentirmi in compagnia». Nella stanza, divisa in due parti da un tramezzo a vetri smerigliati, si trova il settore occupato dagli altri tre copisti, Tacchino, Prinz-nez e Zenzero – soprannomi che si sono mutualmente conferiti i tre impiegati – e il settore presieduto dal datore di lavoro.

 

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A tal proposito Melville descrive in modo preciso l’ambiente di tutta la squadra, quasi voglia farci visualizzare la separazione degli spazi, forse metafora di una barriera della comunicazione. E poi la finestra, quella piccola laterale, vicino alla quale l’avvocato decide di posizionare il tavolo del nuovo impiegato e dalla quale in verità non si vede nulla se non un muro da cui filtra a fatica una «scialba luce» che si era fatta strada da molto in alto «come da una piccola apertura praticata in una cupola».

Cosa accade se restiamo senza parole? “Bartleby lo scrivano” di Herman Melville

Accanto ai suoi tre colleghi, diversi da lui eppure accettabili nelle loro controllate stranezze, Bartleby da subito smaltisce un’incredibile quantità di lavoro:

«Non si fermava nemmeno il tempo della digestione. Lavorava giorno e notte, copiava al lume del sole come a quello di candela. Io sarei stato pienamente soddisfatto di tanta solerzia, se egli si fosse dimostrato allegramente solerte. Mentre invece scriveva meccanicamente…».

 

Tutto dunque procede bene, almeno dal punto di vista operativo, quando un giorno non lontano l’instancabile scrivano pronuncia la prima delle ricorrenti frasi che troviamo sparse nel testo e quasi uniche emissioni vocali del nostro protagonista: «Preferirei di no».

 

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Questa la risposta a delle richieste di lavoro da parte dell’avvocato se diverse dalla consueta copiatura di documenti.

«M’accostai, barcollando, alla scrivania e mi lasciai cadere sulla poltrona, immerso in profonde meditazioni. Il mio cieco impulso mi dominò nuovamente. Vi era qualche altra cosa, in cui sarei stato in grado di farmi ignominiosamente disobbedire da questo sparuto morto di fame, che era un mio dipendente? Quale altra cosa, perfettamente ragionevole, posso ancora chiedergli, che egli sicuramente si rifiuterà di fare?»

 

In verità Bartleby comunica così, con «quella sua signorile e cadaverica indifferenza, che però celava tanta sicurezza» da disarmare l’avvocato stesso, inetto di fronte a quel muro di delicati e sopraffattori “no”. L’atteggiamento di passiva ribellione nei confronti di quell’incredibile scrivano riemerge in tutti i momenti in cui nel racconto cambia la sequenza narrativa e succede qualcosa di imprevisto, di inimmaginato agli occhi del datore di lavoro.

«Mi sentivo alitare intorno il presentimento di strane scoperte. La pallida forma dello scrivano mi appariva ravvolta in un gelido sudario, tra indifferenti sguardi estranei. Improvvisamente mi sentii attratto dalla scrivania chiusa di Bartleby, che aveva lasciato la chiave nella serratura… Ogni cosa era in ordine perfetto…dopo un poco le mie dita avvertirono qualcosa che trassero fuori. Era un vecchio e pesante fazzolettone di seta, con le cocche annodate. Le sciolsi e vidi che era il suo salvadanaio».

Cosa accade se restiamo senza parole? “Bartleby lo scrivano” di Herman Melville

Questa scoperta che dapprima smuove nell’animo dell’avvocato un senso di tristezza e pietà, poi, poco a poco comincia a produrre paura e repulsione. Qui l’io narrante diventa Melville e dalle sue riflessioni leggiamo una verità, la sua, lontana di secoli e, forse, sempre uguale in noi uomini:

«È così vero, è così terribile, che, sino a un certo punto, il pensiero e lo spettacolo della miseria suscitano le nostre più nobili emozioni, ma in certi casi, oltre un certo punto, non più. Errano coloro che asseriscono che, invariabilmente, questo mutamento è dovuto all’inerente egoismo del cuore umano. Deriva piuttosto da un certo senso di impotenza di fronte a un male eccessivo e radicale. Per un essere sensibile la pietà non di rado è sofferenza. Quando si scopre infine che questa pietà non può risolversi in aiuto efficace, il buon senso impone all’anima di liberarsene.»

 

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Leggiamo che l’anima del nostro scrivano si è persa nel mare della miseria, ma non soltanto quella economica (pur recuperabile dall’avvocato); si tratta di una miseria radicale e sconcertante, fatta di rinuncia alla volontà stessa del piacere di vivere anche soltanto comunicandola a qualcuno, questa miseria. Eppure l’irriducibile datore di lavoro prova a costruire un barlume di dialogo con lui, guardando oltre il “tranquillo disprezzo”, l’ostinazione e la “nera ingratitudine” dello scrivano e ne ottiene un continuato «Preferirei di no» anche all’unica attività che aveva eseguito fino a quel momento: copiare.

Il saggio avvocato, senza più nulla pretendere, decide di allontanare delicatamente Bartleby dal suo studio, offrendogli in denaro molto più di quanto meritasse per il lavoro svolto e lo licenzia con un garbo che stupisce anche se stesso. Il giorno dopo:

«Mi trovai più presto del solito davanti alla porta dell’ufficio. Rimasi fermo un istante a tendere l’orecchio. Non si sentiva anima viva. Doveva essersene andato…quando per caso urtai col ginocchio contro la porta, dando un colpo contro come di chi bussi per entrare, e dall’interno una voce rispose Un momento, sono occupato».

 

È Bartleby e non se n’è andato!

Trascorso altro tempo, nell’avvocato e negli altri copisti, increduli e disgustati dalla passiva cocciutaggine dello scrivano, si vanno alternando preoccupazione e disagio, pietà e rabbia. Finché un giorno il datore di lavoro decide di traslocare in altra sede. Senza le nuove chiavi, lo scrivano non potrà più raggiungerlo. E in effetti non lo fa perché ad andare a ritrovarlo è proprio lui, l’avvocato, dopo avere ricevuto numerose pressioni dal nuovo inquilino dell’ufficio che non riesce ad allontanare Bartleby dal circondario e lo vede dormire sul pianerottolo la notte, e sulla panchina durante il giorno.

Per evitare al povero scrivano l’imputazione di vagabondaggio, l’avvocato lo implora di allontanarsi da lì offrendogli la propria abitazione privata come alloggio. Nessuna proposta trova però accoglimento. Come gli uccelli che si lasciano morire di malinconia quando vengono chiusi in gabbia dopo anni di volo libero, Bartleby spegne la propria voglia di agire, sordo a ogni tentativo di comunicazione umana.

Con la «solita pallida e indifferente calma» accetta di essere condotto alle Tombe, cioè alle carceri, per vagabondaggio. La comunicazione dell’accaduto giunge all’avvocato il giorno seguente. In carcere Bartleby «preferiva non mangiare» e con le energie fisiche che lo vanno abbandonando, l’avvocato, in visita, lo trova così:

«Stranamente raggomitolato alla base del muro, le ginocchia ritratte, disteso sul fianco e con la testa poggiata sulle fredde pietre, vidi allora il consunto Bartleby. Nulla in lui muoveva…Qualcosa mi spinse a toccarlo. Tastai la mano e un freddo brivido mi salì per il braccio, mi corse dalla testa ai piedi».

 

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Il commento finale dell’avvocato dopo aver ricevuto l’informazione secondo cui lo scrivano sarebbe stato un impiegato nell’ufficio delle “lettere morte” – dead letter – di Washington, poi licenziato per un rinnovamento dell’amministrazione, ci fornisce una nuova chiave di lettura sul testo: forse Burtleby rappresenta tutte quelle lettere smarrite e per ogni “preferirei di no”, un messaggio non letto, una frase non udita, una comunicazione mai giunta a destinazione. Melville ci ricorda così che saremmo dei “morti” senza le parole.


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