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Cos’è la felicità perfetta? Ce lo racconta James Salter

Cos’è la felicità perfetta? Ce lo racconta James Salter[Prima puntata della rubrica La bellezza nascosta]

 

“Nedra, sei felice?” chiese lui. Felice. Lei voleva essere libera.

La libertà, dunque, che potrebbe forse essere un sintomo della felicità, o viceversa, il suo inganno.

Ma esiste qualcosa di effimero tanto quanto il sentirsi felici?

Ci sono vari spostamenti, movimenti, nella vita di un uomo, e poi c’è la continua ricerca di qualcosa, qualcuno, che possa riempirlo di quella luce che da solo non pare in grado di trovare.

Ma se nessuna “felicità” è perfetta, allora nessun rapporto sopravvive senza qualcosa di sotterraneo che scava, e se le fondamenta non sono così forti, l’intera struttura rischia di crollare, sul più bello. Cosa ci rende liberi, poi, è un luogo oscuro; un gioco a cui iniziamo a partecipare sin da bambini, e il più delle volte, non ci sono vincitori.

Le coordinate emozionali spesso, tra le persone, non coincidono, e tutto ciò che si riesce a condividere rischia di essere solamente concime per la memoria, un rotolo di ricordi difficile da cancellare; perché si sa che i ricordi sono oggetti personali e magici, la cosa più emotiva per un essere umano è il ricordare; più diventi adulto, più le immagini di ciò che è stato si accumulano, e più aumenta un certo grado si sofferenza; ma sono tutti momenti nostri, dai quali non possiamo separarci.

 

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Cos’è la felicità perfetta? Ce lo racconta James Salter

James Salter, nato a New York nel 1925, va annoverato tra i più grandi scrittori contemporanei, Una perfetta felicità è forse il suo libro migliore, edito in Italia da Guanda nella traduzione di K. Bagnoli.

Siamo sulle rive dell’Hudson, calma, pace, serenità; una casa ampia, un cane, una famiglia borghese, un lago ghiacciato dove pattinare, galline, conigli, cene tra amici, bottiglie di vino, ottimo cibo. In questo scenario si muove Nedra: donna affascinate, dal corpo sinuoso e le movenze di una dea, un po’ superficiale, un tantino snob, è una donna che ama il lusso e risponde, a chi le chiede cosa farebbe se potesse disporre di tanti soldi, usando queste parole: «comprerei tutti vestiti nuovi»; è la moglie di Viri: uomo pratico, risoluto, collante della famiglia, affezionato più all’idea del focolare domestico che alla praticità di un rapporto di coppia; ci sono poi le loro due figlie: Franca e Danny, diverse, a volte in competizione come in ogni rapporto di sorellanza.

Appare tutto perfetto, Viri lavora come architetto, passa molte ore fuori dal nucleo familiare, Nedra si occupa delle figlie, della casa, legge, ricama, sogna, spesso di andare lontano, di viaggiare, di vedere il mondo. Sembra tutto studiato nei minimi dettagli: il fuoco nel camino, la neve, la tavola imbandita, i giorni di festa, il calore e l’amore. Eppure, ogni cosa è debole, precaria, quasi evanescente; Nedra inizia a spingersi sempre più oltre la sua idea di felicità, cercando di non piegarsi a una vita da moglie modello e casalinga perfetta, barattando la sicurezza di tutto ciò che possiede, con una rivincita nei confronti di se stessa e della sua vita. Esistenze segrete, che si aprono come voragini sotto la superficie di un matrimonio che sembrerebbe idilliaco. E così, Nedra diventa sempre più una cacciatrice, in un posto dove l’unica conquista possibile è se stessa; perché la vera ossessione, per lei, è la vita che passa senza essere stata vissuta pienamente, pur a costo di distruggere tutto.

La adornano i sogni, che porta ancora appiccicati addosso; è sicura di sé, serena, è imparentata con le creature dal collo lungo, i ruminanti, gli elementi.

 

È così che James Salter ci mostra Nedra in uno dei primi passaggi del romanzo; e queste sono alcune delle parole che le mette tra le labbra:

L’unica cosa di cui ho paura è l’espressione “una vita banale”.

 

Salter ci racconta questa storia con uno stile impeccabile, ogni parola sembra tagliata di netto, al punto giusto; ogni frase è vivisezionata, posizionata sopra un lettino chirurgico, in una stanza asettica. Ci regala, Salter, immagini magnifiche, fotografie precise di un attimo, una persona, un’emozione.

Scende la notte. Il gelo si adagia sui campi. L’erba diventa pietra.

Cos’è la felicità perfetta? Ce lo racconta James Salter

E ancora:

Il giorno è bianco come un foglio di carta. Le finestre sono gelate […] ci lasciamo alle spalle le profondità, il fondale illividisce la superficie, corriamo dove l’acqua è più bassa, le barche tirate in secco per l’inverno, i moli desolati. E sulle ali, come i gabbiani, ci libriamo, viriamo, ci voltiamo a guardare.

 

Tutto il romanzo sembra seguire un percorso lineare, Salter ci conduce per mano dentro i pensieri e le vite dei protagonisti, facendoci immergere nelle atmosfere inebrianti a tratti, e dolorose, molto spesso; e lo fa con una maestria che possiedono in pochissimi, del narrare la vita così com’è.

Arriva fin dentro le viscere dei suoi personaggi, uscendone vincitore, mostrandoci come, molto spesso, ciò che sembra non è, e come i meccanismi che ci appaiono sincronizzati e indistruttibili siano alla fine i più fragili.

 

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E si rimane incollati alla pagina, e ci si domanda cosa avremmo fatto noi, che tipo di scelta, cosa avremmo avuto il coraggio di barattare e cosa invece ci saremmo tenuti stretto.

Cos’è la felicità perfetta? Ce lo racconta James Salter

Una perfetta felicità è un romanzo “perfetto” dove non esistono sbavature, dove il bello è dannatamente bello, e i toni minori sono pagine che restano comunque di alta prosa.

È un libro che ci invita a cercare i difetti nelle immagini da copertina, a esplorare per bene le nostre vite; prova a spiegarci che non possa esistere felicità senza distruzione; e in ultimo, ci chiediamo, cos’è la felicità? Esiste davvero? E se i momenti di una vita, valgono molto più che una vita intera, forse essere felici non è altro che una scarica, un giorno qualunque, in un luogo imprecisato, con conoscenti o estranei; una scarica, arriva, ma poi passa.


Per la prima foto, copyright: Yingchou Han.

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