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Cos’è la “Disagiotopia”? Il malessere contemporaneo secondo Florencia Andreola

Cos’è la “Disagiotopia”? Il malessere contemporaneo secondo Florencia AndreolaLa ricercatrice Florencia Andreola è la curatrice di Disagiotopia – Malessere, precarietà ed esclusione nell’era del tardo capitalismo (D editore, 2020), un saggio a più voci che si propone di analizzare le molte facce di ciò che genericamente viene chiamato “disagio”, ma che negli ultimi decenni si è diffuso sia orizzontalmente, interessando vari aspetti della società, sia verticalmente, perché coinvolge persone di tutte le età: sono lontani, in definitiva, i tempi in cui si parlava soltanto del “disagio giovanile” come momento peculiare delle ultime generazioni.

Ecco quindi che nelle pagine di questo saggio collettivo psicologi, sociologi, storici, urbanisti, architetti e storici ci raccontano come il disagio serpeggi nel mondo occidentale contemporaneo, alimentato dai tanti aspetti della generale crisi del modello economico capitalista, che ha generato crisi non solo del lavoro, ma anche dei rapporti sociali e familiari, del tessuto urbano, persino del modo di concepire gli agglomerati urbani, che oggi si dimostrano inadatti ai numerosi cambiamenti in atto.

La pandemia esplosa negli ultimi mesi e le costrizioni imposte dal confinamento adottato per arginarla hanno spesso esasperato tutte le forme di disagio preesistenti, come ci spiega la curatrice Florencia Andreola in questa intervista.

 

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La prima domanda che nasce spontanea dopo aver letto Disagiotopia è questa: siamo ancora in tempo per invertire la tendenza e modificare il modello economico di un capitalismo che si è rivelato fallimentare, ma per il quale nessuno, dopo la fine di socialismo e comunismo, ha ancora trovato un’alternativa convincente?

Onestamente credo che per molti aspetti sia tardi, ma la verità è che dipende dal punto di osservazione: è tardi per la mia generazione? Per la generazione dei miei genitori? Dei miei potenziali figli? È tardi per il pianeta? Probabilmente è tardi per tutti quanti questi soggetti, ma naturalmente è una relatività che pone delle differenze.

Non credo si possa dire che il modello economico capitalistico si sia rivelato davvero fallimentare, se si considera che a un certo punto si è addirittura smesso di cercarne uno in alternativa. È una provocazione, tuttavia pongo questo assunto per stimolare una riflessione.

In ogni caso credo che attraverso la dissezione di questo sistema, tema su tema, questione su questione, possiamo provare ad aggiustare il tiro. Ora non ci sono alternative plausibili, ma nemmeno inverosimili: semplicemente non ci sono alternative. Non ci resta che lavorare attraverso riforme che permettano di superare o almeno smussare i molteplici aspetti difettosi di questo sistema, con il fine ultimo di appianare le differenze economiche, e dunque di classe. Impresa tutt’altro che semplice.

 

Alla base del disagio generalizzato sembra esserci in primo luogo la crisi del mondo del lavoro, dove tra l’altro la forbice tra imprese e lavoratori continua ad allargarsi. La regola di Adriano Olivetti, secondo cui un dirigente non dovrebbe guadagnare più di dieci volte il salario dell’ultimo operaio, potrebbe ridurre il disagio nel mondo lavorativo o è considerata irrimediabilmente anacronistica?

Le due affermazioni non sono alternative l’una all’altra: la riduzione degli stipendi dirigenziali potrebbe naturalmente ridurre le condizioni di disagio della gran parte dei lavoratori e al contempo è un’idea irrimediabilmente anacronistica. Uno dei più grandi problemi della società in cui viviamo è proprio la disparità salariale che sempre più arricchisce i ricchi e impoverisce i già poveri, tuttavia è un meccanismo molto difficile da scardinare all’interno del sistema liberale nel quale ci muoviamo, sistema che – peraltro – favorisce in parte, e in maniera piuttosto subdola, anche i più piccoli (in questo senso si pensi al ruolo di Amazon o di Airbnb, così come le grandi catene di abbigliamento a basso costo) e dunque non è così scontatamente discutibile.

 

La pandemia è stata una specie di cartina di tornasole dei diversi disagi di cui si parla nel libro: improvvisamente ci siamo resi conto della precarietà di gran parte delle nostre vite, della fatica di muoverci in ambiti urbani sempre più intasati, persino della scomodità di molti alloggi, che si sono rivelati inadatti a essere veramente “abitati” a lungo da più persone. Secondo lei è ancora possibile ripensare le città a misura d’uomo?

Per affrontare uno dei molteplici disagi della nostra società, potremmo cominciare ad abbandonare la dicitura “a misura d’uomo” e utilizzarne un’altra più equa dal punto di vista del genere.

La città è fatta di spazi, edifici, case e persone. È a partire da queste ultime che essa diventa più o meno vivibile: le singole persone nel loro piccolo possono rendere una città o una casa più o meno gradevole o inclusiva, mediante un lavoro di cura degli spazi pubblici e privati, di responsabilizzazione maggiore (si pensi all’uso sconsiderato dell’auto privata), attraverso molteplici azioni che possono rendere una città meno brutta o meno vivibile.

Fondamentale però è anche il ruolo delle persone che prendono le decisioni per le città. La città è un’idea di città, è la sua realizzazione. Alcune hanno la fortuna di avere persone in carica che hanno idea di come rendere uno spazio urbano più umano, altri non si pongono il problema. La città ha ancora moltissimo margine di miglioramento, e si può fare. Certo non è semplice, quando si tratta di sistemi speculativi di distruzione del territorio, o anche di gentrificazione dei centri storici: su quei fronti è importante continuare sempre più incisivamente a rivendicare una politica meno affaristica e più “umana”.

Cos’è la “Disagiotopia”? Il malessere contemporaneo secondo Florencia Andreola

Se un tempo si parlava molto di “disagio giovanile”, oggi i giovani sembrano essere spariti dalla società: in questi mesi ci siamo giustamente preoccupati degli anziani e delle persone fragili più esposte al contagio, ma si è fatto ben poco per aiutare, ad esempio, le famiglie con bambini a superare il periodo di confinamento, per non parlare della pessima gestione di scuola e istruzione che sono ormai da tempo le cenerentole della nostra società. Stiamo veramente bruciando un’intera generazione?

Molto probabilmente sì, ma non sarebbe certo la prima generazione ad essere “bruciata”. Se si pensa alla generazione dei nati negli anni Ottanta e Novanta si scopre che il futuro non è mai stato certo per nessuno di loro, se non provenienti da posizioni privilegiate. L’ascensore sociale è bloccato, le possibilità di smarcarsi rispetto al proprio contesto di provenienza sono sempre meno, e certo non c’è alcuna garanzia data dai titoli di studio. Il problema delle scuole, per come l’ho osservato io in questo periodo, si è riversato soprattutto sulle donne, ancora oggi fulcro della gestione domestica e responsabili del lavoro di cura nei confronti della famiglia, dei figli e degli anziani. Le donne hanno pagato un prezzo carissimo, a causa della sovrapposizione del lavoro da casa e del lavoro di casa, alcune hanno perso il lavoro perché impossibilitate a rientrare a causa della chiusura delle scuole.

Di per sé l’Italia non ha un sistema di istruzione scarso, molte sono le persone che dentro alla scuola dedicano anima e corpo per cercare di fare bene il proprio lavoro e anche di più: tra i ruoli degli insegnanti oggi c’è anche quello di doversi interfacciare costantemente con il grande, enorme disagio dei giovani, che raramente viene affrontato con consapevolezza all’interno dei contesti famigliari.

 

Disagiotopia analizza tanti temi diversi, ma non suggerisce molte soluzioni ai problemi che affronta. Come mai avete fatto questa scelta precisa?

Disagiotopiasi pone come un’analisi dei fenomeni, non ha né l’ambizione di offrire scenari alternativi, né la presunzione di averne effettivamente. Il libro si fonda su un assunto: la realtà è un dato analizzabile, e attraverso la sua comprensione si può provare a costruire soluzioni, che in tal modo si potranno prefigurare in forma interiorizzata, e dunque consapevole e probabilmente più efficace, anziché come prescrizione medica. L’obiettivo del libro era proprio di scorporare i temi e cercare, uno ad uno, di comprenderne le origini, le cause e le dinamiche. Per certi versi è una sorta di processo psicanalitico, il quale notoriamente non offre consigli.

 

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Alla luce di tutto quanto è successo negli ultimi mesi e a come il mondo politico ed economico sta affrontando i problemi, lei si sente ottimista o pessimista riguardo alla possibilità che la pandemia sia uno stimolo per ridurre, anche solo in parte, le molte facce del disagio contemporaneo?

Sarò onesta: sin dai primi testi ottimisti pubblicati nel periodo di lockdown in cui si ipotizzavano nuove possibilità per il mondo intero, sono subito stata scettica. È stato certamente un momento interessante dal punto di vista della speculazione sul futuro, tuttavia è chiaro a tutti ormai che la pandemia non potrà che lasciare cenere intorno a sé, acuendo i problemi già esistenti e facendosi portatrice di una crisi economica che, ancora una volta, saranno le fasce meno agiate a pagare.

L’unico aspetto che ritengo possa essere di un certo interesse è stata la spinta tecnologica (naturalmente e necessariamente affrontata male e di fretta) che ha investito inevitabilmente il paese, spinta utile a scoprire che da casa si può lavorare e si può lavorare bene. Proprio questa condizione di lavoro forzatamente smart, ha costretto i datori di lavoro a dare maggiore fiducia ai propri dipendenti, e ha mostrato una realtà possibile: il lavoro in ufficio, sotto gli occhi del “padrone”, non è necessariamente più produttivo. Anzi.


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Per la prima foto, copyright: engin akyurt su Unsplash.

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