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Cos’è il trash?

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Il trash e il "guardonismo"

In genere quando vediamo in TV un programma che urta il nostro gusto personale, magari perché utilizza un linguaggio sboccato o perché i contenuti sono inconsistenti e volgari, oppure quando leggiamo un libro traboccante violenza gratuita o melensa retorica o peggio ancora, quando risulta essere una sbiadita fotocopia di un best seller, invariabilmente bolliamo il prodotto come trash, spazzatura che va eliminata, distrutta o quantomeno ignorata.

Ma cos’è davvero il trash? Un canone estetico? Un elemento autoreferenziale? Un riflesso della massificazione?
Secondo Tommaso Labranca (Andy Warhol era un coatto) il trash è “Chi imita e manca il modello, rivelando la distanza rispetto all’originale”; dello stesso parere anche Giacomo Manzoli docente presso il Dams di Bologna e collaboratore de La Repubblica: “Il trash è una riproposizione inconsapevolmente degradata di modelli alti”, mentre per Matteo Bianchi (Generation of love, Apocalisse a domicilio) ci sono due forme di trash: quello inconsapevole (la ragazzina che imita in maniera pacchiana la sua cantante preferita) e quello consapevolmente sentito come una forma di ribellione verso i diktat della cultura imperante.
In ogni caso il trash è legato a una società fortemente serializzata, incapace di trattenere un modello di diversità senza farlo scivolare nell’amorfa omologazione.
In sostanza esso viene definito o come simbolo del degrado collettivo oppure di rivincita di modelli popular, una sorta di democratizzazione della cultura e in entrambi i casi si finisce per banalizzare un fenomeno che ha comunque una valenza culturale.
Anche il trash può infatti considerarsi arte; la degradazione che esso rappresenta, l’esasperata esibizione di forme e linguaggi “estremi”, possono entrare in contatto con la grande arte, quando sia presente una prospettiva critica. Ne abbiamo esempi notevoli con Pier Paolo Pasolini, formidabile narratore di nefandezze e mediocrità del sottoproletariato suburbano, Ettore Scola che col film “Brutti sporchi e cattivi” traccia un quadro desolatamente volgare e violento di chi vive ai margini della società industriale tentando di imitarne (male) i modelli.
Il “Pulp fiction” di Quentin Tarantino ha dato origine a un genere letterario a cui hanno attinto molti scrittori di nuova generazione, passati poi ad altro, come Niccolò Ammaniti, Aldo Nove, Matteo Galliazzo, ed è appunto un’esibizione estremizzata della violenza che assume risvolti comici, surreali, lontana dalle banalizzazioni che poi ha assunto attraverso imitazioni di genere.
Il problema nasce quando il trash viene decontestualizzato e proposto come feticcio della società postmoderna, incapace di produrre altro che non sia violenza e volgarità attraverso gli unici strumenti comprensibili, i mass media.
Giulio Ferroni, docente dell’Università La Sapienza di Roma, parla in tal senso di “anestetizzazione” delle sensazioni: “Ci abituiamo a tutto perché tutto è in qualche modo privo di senso. La stessa violenza - a forza di essere esibita e manifestata - non viene neutralizzata, ma si trasforma in una cosa tra le tante.
Assistiamo così a una sorta d’assorbimento passivo da parte di chi fruisce dei media, di “guardonismo”, che permette di passare indenni attraverso forme di violenza fisica e morale in quanto semplici spettatori e che induce, alla lunga, a considerarle normali, ad accettare il mondo così com’è.
La primordiale funzione “rivoluzionaria” del trash si perde nella sua ripetitività, nell’incapacità di sfuggire alle schematizzazioni, all’omologazione esasperata che azzera l’attenzione delle coscienze. Si può coglierne l’inettitudine tornando alle parole di Giulio Ferroni: "invece di tirar fuori dal nostro sacco tutti gli oggetti da gettare nell'immondizia, bisognerebbe estrarne le cose che ci rendono felici e che ci fanno capire il senso del mondo in cui ci troviamo".
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