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Cora, un viaggio dentro e fuori

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Il pensiero corre verso M. Eliade, o meglio scendono cascate di deliziosi rimandi verso “La țigănci”, la penetrante novella dell’importante studioso e narratore romeno.

Alienati, presi definitivamente dalla trama, assetati dallo scoprire il “e dopo?” nonostante le sottili anticipazioni sparse da Doru Arăzan jr. nel suo romanzo “Cora”. E ciò accade sin dalle prime pagine del romanzo, grazie alla naturale capacità dello scrittore di catturare e risucchiare il lettore dentro la sua storia.

Ci si sente incastrati tra le righe, esattamente come Cora. Si diventa Cora. Si è Cora. Prigioniera della propria vita, delle proprie scelte o forse del destino. E Cora è anche il panorama attorno, il colore della tinta sui muri della nuova abitazione a Essen, dove scapperà dal proprio passato, con una valigia di illusioni appresso.

Il treno andava pigro. La pianura si scoloriva somigliando con il petto bruciato dal sole ad un gigante. Il cielo aveva spazi trasparenti. Se guardavi meglio potevi vedere attraverso essi il mondo dell’aldilà. Ma non così come lo rappresentano le religioni e, allo stesso tempo, senza quella spaventosa suddivisione di Dante. Lì c’erano i pensieri di qualcuno che non era mai vissuto in un corpo. Lì non esisteva né cattiveria. Né sofferenza. Quello era il luogo verso il quale anelava il cuore di Cora.

Arăzan sorprende i propri lettori con la sua capacità autentica di giocare con il tempo, un esempio di intreccio complesso come di rado è accaduto incontrare ancora nella letteratura contemporanea dopo Kundera.

Si spezza la linearità del tempo, il prima e il dopo si allontanano, si dilatano, si ricongiungono muovendosi con la stessa armonia con la quale una danzatrice saprebbe stregare gli occhi degli spettatori.

L’ondeggiare del tempo – ho domandato all’autore – tra passato, presente e futuro appare come un elemento d’eccezione, un punto forte del romanzo. Perché questa scelta e qual è il segreto che permette a uno scrittore di dire senza dire, di giocare con i fili del tempo senza mai togliere l’appetito della lettura?

«Non conosco il segreto», afferma Doru Arăzan, «se ne esiste uno, e sono contento sia stato percepito come presente, che lo scrittore dica senza dire, allora mi auguro che esso non diventi mai esplicito. E che appaia allo stesso modo anche quando scrivo: tacito e come una sottigliezza. Se l’appetito resta costante fino alla fine, credo sia grazie allo stesso segreto. “I fili del tempo” possono essere ancora tessuti da qualsiasi essere che senta ancora la necessità di giocare. Da questo gioco nascono storie insolite e belle. Mi auspico che la mia sia una di esse». E lo è, mi sorprendo aggiungere con l’animo ancora scosso dal romanzo.

- Voglio a casa.

Quelle due parole la alzarono da lì, e volse lo sguardo verso il cielo. Si morse le labbra come quando attendeva la prima lettera dall’America e il vuoto dello sguardo si riempì di una calda luce cercandole la casa più lontano di Essen. Più lontano di Timişoara. In un luogo dove nulla di tutto ciò che le accadde era mai successo. Nulla delle bugie, rughe della sua felicità, era reale.

La casa, la condizione dell’emigrato, l’esule per scelta necessaria, sono questi i panni vestiti da Cora. Perché l’urgenza – se tale è stata – di trattare l’argomento del “trapianto di persona”, per così dire, in un altro territorio e cosa significa emigrare per lei?, ho chiesto ancora allo scrittore.

«Non è stata un’urgenza vera e propria», mi ha risposto nel corso della mail. «Più che altro la nostalgia di un caro. Il bisogno di dare all’assenza di Cora un contorno e un’identità. In questo modo sono arrivato ad analizzare e vivere con l’immaginazione “il trapianto di persona” e la sua evoluzione con tutte le trasformazioni psichiche e affettive. Un “trapianto” che porta con sé il pericoloso gioco del camminare sul filo. La storia di una normale giovane ragazza che si trasferisce dalla Romania in Germania. Per me, emigrare è un luogo bianco e immenso che ti dà la possibilità di riscriverti, di disporre la tua vita in un nuovo estuario, ma anche, allo stesso tempo, ti può rubare da te stesso lasciando nel luogo dove eri abituato a trovare un’identità, una grande irrequietezza e tanti dilemmi».

 

Doru Arăzan Jr. (1975) esordisce nel 1996 con il romanzo “Periplul sinelui”, al quale seguono “Ea”, “Trei sute di cateva zile”, “Pistrui”. Nel ’95 crea, assieme allo zio Tiberiu Arăzan, poeta, e al padre, Doru Arăzan, scultore, la rivista d’arte “Clipa”. In Italia, lo scrittore è rappresentato dall’agente letterario e traduttrice Ileana M. Pop.

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