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Contro i Riina solo la censura

Contro i Riina solo la censuraLa puntata di Porta a Porta durante la quale Bruno Vespa ha intervistato il figlio di Totò Riina rimarrà nella storia dei nuovi pizzini: quelli mediatici, che usano l’etere per comunicare al mondo mafioso, in un codice nemmeno tanto cifrato, che siamo ancora nelle mani del crimine.

Ha una doppia valenza, quella intervista: parlare al sistema mafioso, riabilitare un capo anziano, vecchio, arrugginito ma ancora potenzialmente pericoloso; parlare al popolo italiano facendogli credere che la mafia è solo un fatto di, e tra, capi e famiglie, e non un fenomeno sociale a tutto tondo, complesso come pochi e difficile da estirpare proprio in virtù della sua articolazione dentro i territori e le economie.

Ed infatti in quella intervista Vespa non ha parlato di economia mafiosa, ma ha sollevato gossip, pettegolezzi, ha perfino finto di adontarsi contro un giovane rampollo di mafia di sangue blu.

 

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Il valore doppio della puntata di Porta a Porta è un messaggio che irrobustisce la mafiosità diffusa – quella interiorizzata, per esempio, dal fidanzatino della ex ministra Guidi, o quella aggressiva e minacciosa quotidianamente esibita nelle transazioni finanziarie e commerciali italiane – e indebolisce la credibilità dello Stato.

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Dello Stato sì, perché lo stipendio di Vespa viene dallo Stato, perché la Rai è tivù di Stato, dunque di governo. E veniamo allora al punto: perché è mancato l’intervento diretto del governo sulla puntata? Qualunque persona sana di mente sa bene che quella puntata andava cancellata dal palinsesto, che Riina junior va censurato a priori, che nel gioco mediale democratico la mafia non ha diritto di cittadinanza, perché parla una lingua di morte.

Fanno ridere coloro che si ergono a difensori della laica libertà di stampa e di parola soltanto quando a parlare deve essere uno che ha un curriculum criminale che fa invidia ai narcos messicani; come fanno ridere quelli che rispondono solo con la retorica dagli scranni del governo e non intervengono, come dovrebbero, per cancellare la visibilità delle mafie.

 

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Così facendo, si è commesso un errore imperdonabile, si è macchiato il servizio pubblico, si è vilipeso il senso delle Istituzioni e la memoria dei tanti poliziotti, magistrati e giornalisti morti per mano dei Riina e di quelli come lui. Si è concesso al crimine di farsi propaganda e di rendersi apparato ideologico dentro l’apparato televisivo pubblico. Quando, invece, si sarebbe dovuto censurare Riina e sanzionare Vespa per questo oltraggio premeditato.

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