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"Confessioni audaci di un ballerino di liscio", il Polesine senza tempo di Paola Cereda

"Confessioni audaci di un ballerino di liscio", il Polesine senza tempo di Paola CeredaConfessioni audaci di un ballerino di liscio è il nuovo romanzo della scrittrice brianzola Paola Cereda, che dopo aver pubblicato con Piemme Se chiedi al vento di restare nel 2014 e Le tre notti dell'abbondanza nel 2015, con questo nuovo libro approda alla casa editrice Baldini&Castoldi.

Protagonista della vicenda è Frank Saponara, titolare del Sorriso Dancing Club di Bottecchio sul Po, piccolo paese del Polesine, che organizza grandi festeggiamenti per il cinquantesimo anniversario del suo locale, fondato dai genitori più o meno in coincidenza con la sua nascita. Anche Frank ha dunque cinquant'anni, un'età di inevitabili bilanci, che non possono che essere favoriti dal ritrovarsi attorno, nella serata celebrativa del Sorriso, tutte le persone importanti della sua vita, ma soprattutto le tre donne che ha amato: Ivana, il primo amore, Kristelle, una pornodiva con cui ha avuto sporadici incontri, e Barbara, musicista e cantante che gli è vicina nel momento presente.

Tra ricordi e riflessioni, Frank è costretto a fare dei conti troppo a lungo rimandati con se stesso, col rapporto avuto con i genitori, con l'amore incondiziato per il ballo liscio attorno a cui ruota tutta la sua vita.

Accanto a lui, però, c'è un secondo grande protagonista, il Polesine, regione appartata e anche un po' dimenticata,che sembra vivere in una sua dimensione speciale, regolata dai ritmi del fiume Po che può dare vita e morte, lavoro e miseria, ma che è sempre presente nell'esistenza degli abitanti di questo territorio.

 

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Ne abbiamo parlato con l'autrice, che abbiamo incontrato nella sede milanese della casa editrice Baldini&Castoldi.

 

I suoi romanzi si svolgono tutti in luoghi molto diversi uno dall'altro. Perché questa volta ha scelto il Polesine?

A me piace partire dai luoghi. Questo è il mio quarto romanzo, e in tutti il luogo è uno dei personaggi. Mi piace moltissimo quando un luogo mi racconta una storia a metà, quando mi lascia il desiderio di conoscere. Mi piace essere beatamente ignorante, mettermi lì e dire "questo posto mi dice delle cose ma non le so capire", come davanti a una porta chiusa a cui viene voglia di bussare. Quando sono andata a fare un giro di presentazione dei libri precedenti sono capitata nel Polesine per una rassegna letteraria, e il signore molto gentile che la organizzava mi ha fatto fare un giro nel Delta del Po, raccontadomi delle cose e facendomi conoscere delle persone.

Il Polesine mi è rimasto in mente fino a quando non ho chiesto al mio compagno di passare lì due settimane di vacanza tra Natale e Capodanno. Lui ha apprezzato con entusiasmo, e siamo partiti con l'idea di risalire il Po, che mi è molto caro perché io, brianzola, vivo da anni a Torino, proprio vicino al fiume, che per me è diventato un rifugio, mi piace uscire di casa e passeggiare sulle sue rive.

Ci siamo preparati una cartina segnandoci i punti dove volevamo fermarci, prima di partire ho studiato la zona, per capire cosa andare a cercare e chi contattare. A me interessa la verità narrativa, cioè non tanto quella storica, ma come la gente ti racconta la propria storia. A ogni tappa del nostro viaggio c'era perciò qualcuno che ci aspettava per raccontarci qualcosa.

Nel Delta si scoprono cose nascoste ma importanti. C'è, ad esempio, una grande centrale termoelettrica che nessuno voleva, che ha scaldato l'acqua tutto attorno e ha fatto nascere gli allevamenti di vongole, modificando l'economia locale.

Sognavo da sempre di scrivere un romanzo ambientato in una balera, però in un luogo che contenesse anche della malinconia, per cui non volevo la Romagna, che sarebbe stata troppo scontata. Volevo delle ombre, un'allegria umana velata di malinconia.

Il Polesine veneto è poco conosciuto, è più nota la zona del Delta sul lato romagnolo, attorno a Comacchio, eppure ha il fascino della Camargue.

 

Si è trovata bene con le persone? In quella zona sono un po' chiusi per tradizione.

Le persone che ho conosciuto mi hanno accolta bene, ma ho incontrato anche molte solitudini, la diffidenza. Pure il paesaggio determina i caratteri, così frammentato nelle isole e immerso nelle nebbie.

Quanto di noi è determinato dal mondo in cui nasci? Quello che poi tu fai nella vita è un'altra storia, ma di sicuro il luogo dove nasci ti segna. Però, anche se nasciamo in un posto difficile abbiamo sempre bisogno di allegria.

 

L'ambientazione appare un po' fuori dal tempo: la storia potrebbe svolgersi in un qualsiasi momento del Novecento senza cambiare di molto.

Mi piacciono i mondi circolari, che bastano a se stessi. La modernità entra, ma viene in gran parte respinta. Frank, il protagonista, cerca di uscirne e si trasferisce per un po' in Romagna, dove gli hanno detto che la vita è diversa, ma ha paura di spiccare il volo e torna a casa. La migrazione è un altro tema che mi affascina. Ci sono persone che se ne vanno, anche se si portano dentro un dolore per tutta la vita, anche se poi stanno meglio, e persone che invece restano.

 

Chi ha ispirato il personaggio di Frank e cosa lo accomuna al luogo in cui vive?

Io ho un passato da ballerina di liscio. Ero un'adolescente come tutte, andavo a ballare in discoteca, ma poi dai 17 ai 19 anni ho avuto un fidanzato con cui mi sono iscritta al classico corso di liscio in palestra. Dopo tre lezioni ci siamo lasciati, perché eravamo già in crisi, ma io ho continuato a ballare ed è stata una delle cose più belle che ho fatto nella mia vita. Lo so che può sembrare strano, però sono passata dal mondo della discoteca, dove più che altro si espone il corpo, a una dimensione in cui sei obbligato alla coppia, a stare all'interno di un rapporto, e devi imparare una cosa importantissima, che è la giusta distanza, perché devi stare all'interno del tuo ruolo.

Frank nasce in un posto dove il liscio è il pane quotidiano e cresce nella balera dei genitori. Mi sono chiesta se fosse veramente felice di una vita che non si è scelto ma si è trovata pronta: c'è una cosa che gli sta stretta, e sono proprio le regole, perché il liscio ha regole precise. La grazia la impari col tempo.

Frank le regole le patisce. Si è obbligato a prendere in mano la balera alla morte del padre, e c'è solo un momento in cui si chiede "se" la sua vita sarebbe potuta essere differente, a livello affettivo e lavorativo. È un personaggio umano: in apparenza è elegante, sicuro, deciso e cacciatore di donne, ma in realtà le tre donne che ha amato sono riuscite ad accarezzare le sue ombre e a farlo sentire fragile.

"Confessioni audaci di un ballerino di liscio", il Polesine senza tempo di Paola Cereda

Come mai ha scelto di raccontare la storia da un punto di vista maschile?

La mia agente una volta mi ha suggerito di scrivere una storia d'amore,e non perché negli altri romanzi non ci fosse, ma perché io l'amore lo racconto in modo un po' particolare.

Allora ho pensato che avrei voluto scavare nell'argomento, scrivendo un romanzo di formazione affettiva, ma mi piaceva fare la fatica di farlo dal punto di vista maschile. La mia professoressa d'italiano ci diceva "ragazzi, dovete fare la fatica di andare verso i libri" e a me piace la fatica di andare verso i personaggi, entrarci, crescere un po' insieme a loro. Ho chiacchierato con tanti uomini, abbiamo parlato in momenti informali anche delle questioni sentimentali. Volevo divertirmi scrivendo, ma facendo una cosa che non avevo mai fatto prima.

 

Frank compare nel momento in cui fa un bilancio della sua vita, perché ha appena compiuto cinquant'anni, e il libro è pieno di abbandoni. Come mai questo tema?

Probabilmente i temi che ci stanno di più a cuore sono quelli di cui abbiamo meno consapevolezza, è vero che ci sono tanti abbandoni ma si possono vedere da due punti di vista: Frank è uno che abbandona, seduce le donne e le lascia, a volte anche in maniera molto dura, ma nella sua esistenza ne ha pure subiti. Certi abbandoni sono comunque necessari, perché fanno crescere.

 

Le figure femminili mi sono sembrate molto forti, emblematiche del mondo della provincia.

Raccontando il mondo da un punto di vista di un uomo, quelle che vengono messe di più in risalto sono per forza le donne. Mi piace molto raccontare le donne, ma mi piacciono l'immediatezza, la semplicità, la vita quotidiana, quello che vedo e che posso immaginare perché di sicuro c'è anche qualcosa d'altro dietro quello che vedo. La bellezza certe volte sta nei gesti delle persone, ed è questo che io cerco di raccontare.

Non m'importa che queste donne siano bellissime o abbiano lavori eccezionali. Mi basta che possano emozionarmi con la loro quotidianità, col mettersi il borotalco che nessuno usa più e profumare di violetta.

 

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Com'è nato il personaggio di Vladimiro Emerenzin, l'amico di Frank che è quello più particolare del libro?

In  quasi tutti i romanzi ci sono dei personaggi che esistono veramente, e un Emerenzin esiste davvero. Uno dei miei rifugi sul Po si chiama "la spiaggia di Mario" e Mario è un pensionato che faceva il carrellista, vive solo e ha deciso di prendersi cura di questa spiaggia lungo il fiume, facendo dei piccoli lavori, ripulendola, costruendo una panchina, il posto dove fare le grigliate, cose così, tanto che la spiaggia ha cominciato a vivere. Poi ha preso delle pietre e ha iniziato a scriverci sopra i nomi degli innamorati che passavano di lì, mentre all'Emerenzin ho fatto scrivere sui ciottoli i suoi pensieri. A novembre dello scorso anno una piena del Po ha portato via la spiaggia, e quando siamo andati a trovarlo eravamo dispiaciuti di non trovarla più, mentre Mario era beatamente felice e ci ha detto "il fiume è vivo ed è viva anche la spiaggia, per cui possiamo ricominciare il lavoro." L'ispirazione è venuta da lui.

 

E la rivalità tra le balere del Polesine e quelle della Romagna?

Questa cosa viene dalla nota malinconica che volevo inserire. Ci sono due regioni attigue, che hanno due modi di vivere diversi sulle rive del fiume. Frank invidia un po' la vita di Romagna, senza dubbio più spensierata, ma deve continuare a convincersi che dove vive lui c'è il meglio: non può permeteersi di dire che da qualche altra parte si possa vivere meglio facendo magari cose diverse.

 

Lei continua a ballare?

No, lo facevo in Brianza, ma poi mi sono trasferita a Torino, e lì il liscio è considerato davvero un ballo da vecchi, lo praticano solo gli ultrasettantenni, mentre in Brianza eravamo un gruppo di giovani e ogni mercoledì sera andavamo insieme in un dancing dove c'erano persone di tutte le età. Ho fatto anche preagonismo, e avevo un ballerino con cui mi  allenavo dentro il deposito dei camion di mio padre, che ha una piccola azienda di trasporti. Al sabato pomeriggio ballavamo con lo stereo con le pile e le cassette di Casadei. Lo so che sembra strano, ma per me continua a essere un bellissimo ricordo.

Ho voluto riproporre qualcosa che sentivo come positivo, fonte di benessere: mi piace che una persona si prepari, si vesta, si trucchi per andare a ballare. E poi in balera ti fanno ballare solo se sei veramente capace di farlo.

Ho anche vissuto per un certo periodo a Buenos Aires, dove ci sono le milonghe, equivalenti delle balere, che però sono di due tipi: ci sono quelle per turisti, dove si balla il "tango nuevo", e poi ci sono quelle vecchie, dove le coppie sono soprattutto anziane e ballano con molta delicatezza, molta grazia. Tra le due guerre anche il tango era considerato un ballo da vecchi, poi qualcuno ha pensato di riproporlo, cambiando un po' gli arrangiamenti e facendone un fenomeno mondiale, per cui mi sono anche chiesta se questo non potrebbe succedere prima o poi con il liscio.

Se ci pensate bene è qualcosa che ci appartiene, che è legato alla nostra cultura. Per scrivere il libro ho fatto molte ricerche sul liscio e ho scoperto che ha un'origine nobile: è nato grazie a Carlo Brighi, primo violino dell'orchestra Toscanini, quindi con una formazione classica, che ha diffuso i balli delle corti europee, dove ballavano tenendosi a distanza, nei cortili popolari, dove si balla abbracciati. Tutto poi si è evoluto e trasformato, soprattutto con i Casadei (Secondo Casadei, che ha iniziato la dinastia, era il secondo violino di Brighi) e le orchestre spettacolo: l'origine nobile si è persa, i testi si sono impoveriti. La musica di Brighi, tra l'altro, non prevedeva testi cantati.

Mio padre cantava sempre quando ci portava in giro sul lago di Como la domenica, e tra le sue vecchie canzoni c'era Simpatia che dedicava a me, e questo fa parte dei miei ricordi più belli. Forse la passione per il liscio viene pure da lì.

 

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"Confessioni audaci di un ballerino di liscio", il Polesine senza tempo di Paola Cereda

Tornerà in Polesine?

Spero di farlo per presentare il libro, mi piacerebbe molto.

Ho scritto il mio primo romanzo ambientandolo in Brianza, ma i successivi si svolgono in zone diverse, uno su un'isola dell'arcipelago toscano, l'altro in Calabria, questo in Polesine. A volte, perciò, mi chiedono: "ma tu non sei di lì, perché ci ambienti una storia?"

Tanta gente colloca le proprie storie in luoghi diversi, ma qui in Italia il regionalismo è molto forte e la gente rimane molto legata al territorio, mentre a me viene voglia di cambiare. Faccio ricerche, m'informo.

È un po' come per i dialetti, che a me piacciono molto. Nella mia famiglia si parla, e trovo che abbia una capacità di raccontare, di sintetizzare e di scaldare che l'italiano a volte non ha. Se devo usare un altro dialetto mi faccio aiutare, ma non voglio perdere quelli che sono i colori della regionalità.

Stando all'estero mi sono resa conto di quanto la regionalità sia bella. Mi piaceva tornare a casa, mettermi in bocca qualcosa e capire da quello dove mi trovavo. Magari poi sbaglio e non riesco a cogliere tutto di un luogo, ma in fondo i libri sono esperienze, percorsi verso i personaggi e con i lettori. È questo che mi appassiona.

 

C'è qualcosa che è rimasto fuori, che è stato eliminato o cambiato?

Sì, tantissimo. Avevo approfondito molto la storia dell'alluvione del 1951, e ne avevo fatto un capitolo corposo, che poi ho eliminato. Io m'innamoro anche di tanti personaggi che sono minori per la storia, ma non per me, per cui a volte mi piace raccontare altre cose di loro, ma alla fine non si può esagerare. Però Frank è uno e sulla pista del Sorriso ballano in tanti: questo è un romanzo corale, con tante voci e tante anime.

Quando inizio a scrivere un romanzo, di solito mi do una parola guida attorno cui lavorare. Parlando di balera la parola chiave era "solitudini" al plurale, perché in una balera ci sono più solitudini che entrano in contatto. Certe vite avrebbero avuto molte cose da dire in più, ma un autore deve anche ammettere che certe cose possano essere eliminate, o anche che risultino meno belle.

 

Affronta facilmente la fase di riscrittura e sistemazione?

Ci sono due discorsi diversi da fare: ci sono cose che tu come autrice elimini spontaneamente, perché capisci che non funziona, anche se magari ci hai dedicato settimane o mesi, ma vedi da sola che non ci sta, e e poi c'è il lavoro che fai con l'editor, che reputo importante. L'editor di solito ti dà due tipi di suggerimenti: quelli che ti vanno e quelli che non ti vanno. I primi, in genere, li avevi già pensati per conto tuo, ma avevi messo da parte il problema. Se però te lo dice qualcuno, capisci che dovrai lavorare di più per sistemare qualcosa, m lo farai.  Per le cose che invece non ti vanno, rispondi di no o cerchi di far finta di niente, ma il lavoro sul testo è sempre necessario per migliorare la qualità del tuo libro.


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