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«Con i social network possiamo comprendere l’anima di uno stilista e avvicinarci al mondo della moda», Tony di Corcia

Tony di CorciaNon ha dubbi sul cambiamento epocale prodotto nella comunicazione della moda e nella moda con il web, ma soprattutto con i social network, Tony di Corcia, giornalista e scrittore di moda. Ha scritto di Gianni Versace (Gianni Versace. Lo stilista dal cuore elegante, Utopia Edizioni; Gianni Versace. La biografia, Edizioni Lindau), di Valentino (Valentino. Ritratto a più voci dell’ultimo imperatore della moda, Edizioni Lindau), così come del marchio simbolo dello stile britannico Burberry (Burberry. Storia di un'icona inglese, dalla Regina Vittoria a Kate Moss, Edizioni Lindau). Per quest'ultimo lavoro ha ricevuto pure un encomio da parte della Regina d’Inghilterra Elisabetta II e dal Principe Carlo nella sua residenza di Clarence House, ringraziandolo per aver dato lustro, con il suo lavoro, a un simbolo del Made in England.

 

Si è conclusa da poco la Milano Fashion Week: oggi le sfilate di moda si guardano in tempo reale su Instagram, Facebook e Twitter, non è più dunque solo un evento per addetti ai lavori?

I social network hanno portato un’autentica rivoluzione. Oggi la moda si appoggia a nuove forme di comunicazione. Con una foto della sfilata su Instagram è possibile raggiungere milioni di utenti nel mondo, che è un risultato eccezionale, straordinario: quale campagna pubblicitaria sarebbe in grado di fare altrettanto? Ormai sono lontani i tempi in cui ci si accontentava di fare pubblicità sulle riviste e la sfilata, che è un momento cruciale per ogni maison, deve essere presente sui social. Il sito internet è quasi obsoleto, al confronto, e non ci dice nulla dello spirito creativo di uno stilista, cosa che invece con i social riusciamo a vedere, e sul quale possiamo confrontarci immediatamente.

 

Un grande fenomeno degli ultimi anni è quello delle fashion blogger: tutto ciò avvicina al mondo della moda e garantisce la diffusione di un maggiore gusto estetico?

Ciò che conta sono le competenze, non il supporto. Oggi chiunque può aprire un blog – e questo rappresenta un grande traguardo di democrazia – ma non significa che dietro ci siano le qualità effettive per evidenziare le tendenze. Non basta scattare foto selfie (http://www.theblondesalad.com/) con un improbabile abbinamento di stili e colori per dirsi trendsetter. Certo, molte fashion blogger hanno un grande seguito e le case di moda se le contendono, ma mi piacerebbe che il fenomeno venisse preso per quello che è davvero. Io non so che cosa saprebbero fare queste ragazze tra dieci anni, nel caso in cui diventassero giornaliste per una rivista di moda. Molte fanno chiacchiericcio, si vestono in maniera bizzarra, solo per avere qualche like in più, ma senza avere conoscenza dei marchi storici, della storia di alcuni modelli, dell’evoluzione che ha avuto la moda fino ai giorni nostri. Certo, sempre di frivolezze si parla, ma bisogna farlo con coscienza e consapevolezza, senza cedere al delirio collettivo.

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Tony di Corcia, ValentinoChe fine hanno fatto le grandi firme del giornalismo di moda? Tu quali preferisci in assoluto?

Per l’Italia non ho dubbi e scelgo Natalia Aspesi, tra le poche in grado di leggere una sfilata e interpretarla con lo spirito giusto. Oggi la cultura della moda è cambiata radicalmente, se non drasticamente peggiorata e pressoché assente. La Aspesi è, secondo me, inarrivabile. Sul piano internazionale scelgo Susy Menkes dell’«International Herald Tribune», l’unica ad essere rimasta inflessibile.

 

E la temutissima Anne Wintour di «Vogue», cui si sono ispirati nel film Il Diavolo veste Prada?

Anne Wintour è potente. Quando dico che la Menkes è inflessibile mi riferisco alla lucidità di valutare obiettivamente l’opera di uno stilista. Oggi le riviste tendono ad uniformarsi e a dire che è tutto bello, e a non evidenziare i passi falsi, anche perché le maison sorreggono l’economia dei giornali con la loro pubblicità.

 

Ci eravamo abituati alla moda in Tv grazie ai servizi nei Tg o a Nonsolomoda

Nonsolomoda è stato un programma cult di cui si avverte la mancanza, ma sia questo che i servizi dei Tg, storici quelli di Mariella Milani sul Tg2, sono surclassati dai social network o da internet, dove puoi vedere la sfilata in tempo reale.

 

Che differenze hai trovato lavorando a un libro su Valentino e a uno su uno storico marchio inglese?

Mentre scrivevo il libro su Valentino, facevo interviste e raccoglievo materiale, mi sono sentito proiettato sempre più in una dimensione internazionale. È stato fantastico. Davvero Valentino è “The Last Emperor”. Al contrario, avvicinandomi alla storia di Burberry, veramente eccezionale e singolare per certi aspetti, ho avuto l’impressione di scrivere qualcosa di molto italiano, forse per la popolarità che Burberry gode nel nostro Paese.

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