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Come vincere la malinconia? Pietro Giordani lo spiega a un giovane Giacomo Leopardi

Come vincere la malinconia? Pietro Giordani lo spiega a un giovane Giacomo LeopardiGiacomo Leopardi sta per compiere vent’anni quando, a seguito di uno scambio epistolare intenso che aveva permesso di costruire una solida amicizia, decide di confidare al settantenne Pietro Giordani le sue paure e la sua malinconia.

Giordani risponde al giovane di Recanati con tutto l’amore e l’affetto possibili, provando a fargli coraggio e raccomandandogli di fare del suo meglio per uscire da questo stato di malinconia da cui, come Giordani stesso afferma, si può e si deve guarire.

Vi proponiamo qui di seguito lo scambio tra Giacomo Leopardi e Pietro Giordano svoltosi tra il febbraio e il marzo 1818 e avente ad oggetto proprio la malinconia di Leopardi e tutti i suoi dolori.

 

Lettera di Giacomo Leopardi

 

Recanati, 13 febbraio 1818.

Perché avete lasciato di scrivermi, o carissimo? V’ha forse dispiaciuto qualche cosa nell’ultima mia? Se così è, già sapete di certo ch’ella dispiace molto meno a voi che a me; ma io non so che cosa possa essere stata. […] Ma non perdonerete voi un primo fallo o anche un terzo e un quarto ad un amico? e ad un amico come son io? e un fallo poi senza dubbio involontario poichè nè pure congetturando posso conoscere nè come nè se io abbia fallata. Ma se anche voleste punirmi, punitemi altrimenti che col silenzio, e non vogliate usare con me l’estremo del rigore. M’abbandonereste anche voi così solo e abbandonato come sono? E quando ho bisogno di conforto per sostenere questa infelice vita, voi seguitando a tacere, seguirete a sconfortami infinitamente come fate? O vi sono improvvisamente uscito dalla memoria, ed è possibile che vi siate scordato affatto di uno, il quale sapete che se morendo potrà ricordarsi, morendo si ricorderà di voi? O c’è forse qualche altra ragione del vostro silenzio? Per amor di Dio, scrivetemelo, e subito: e qualunque cosa e comunque sia scrivetemi, e fatelo come vi piace, che, purché mi scriviate, sarò contento.

 

Lettera di Pietro Giordani

 

Milano, 21 febbraio (1818).

Mio carissimo Giacomino, Per pietà non mi scrivete mai più lettere come quest’ultima del 13, alla quale subito rispondo. Non potete immaginare quanto di confusione e dolore provo per avere (involontariamente) rattristato un angelo come voi, che io adoro. Ma inchiodatevi bene bene in testa che è affatto impossibile che io mi dimentichi di voi; se non muoio, o non divento matto, o in qualunque altro modo non mi dimentico prima di me stesso. Un altro impossibilissimo è che da voi esca mai niente che mi dispiaccia. Se anche voi mi bastonaste, io (come i veri innamorati) lo avrei caro da voi. Figuratevi poi, essendo voi d’una bontà e dolcezza sovrumana. Dovrei essere una gran bestia, se mai mi disgustassi con voi. Mio caro: io ho gran disprezzo e molto abborrimento della razza umana in generale; perchè la conosco. Ma crediatemi che i pochissimi buoni li so conoscere, e so adorarli come cose divine. – Ma dunque perchè non risposi alla vostra del 16 gennaio? – Oh qui bisogna che siate buono e indulgente; e perdoniate. Ho sempre avuto desiderio di scrivervi; ma figuratevi quante brighe ha chi abita un paese grande; e riceve molto incumbenze da molti abitatori di piccoli paesi. […] Non mi difendo d’aver torto: ma perdonate qualche tardanza a chi è debole di salute, bisognoso di molto sonno, e di molto camminare, e pieno di brighe: perdonate a chi vi ama infinitamente […]. Mi accorate, mostrandomivi così malinconico. Oh se io potessi rallegrarvi! Per carità fatevi coraggio: voi mi atterrate, quando mi vi mostrare in languore e patimento. […] Come va la salute, che non me ne dite niente? Oh abbiatene gran cura. È pur corsa una stagione favorevole. Fate moto? Camminate molto? Se vi ostinate a non aiutarvi, e conservarvi, io perdo pazienza. […] Caro Giacomino, vi raccomando la salute e l’allegria. Se alla salute è indispensabile l’uscire un poco di costì, m’inginocchierò a vostro padre, e forse si troverà modo a conseguirne questa grazia. Eh, se vi toccasse di patire quel che ho patito io, e tanti altri, che fareste allora? Sappiate godere tanti vantaggi che avete. Amatemi, e non dubitate mai di me; che v’assicuro mi fareste grande ingiuria. Non crediate che io sia egoista, come i più. Benchè lontano, benchè non prima veduto, vi amo tenerissimamente; e vi amerò constantissimamente. Così potesse rallegrarvi e giovarvi il mio amore. Addio, addio.

 

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Come vincere la malinconia? Pietro Giordani lo spiega a un giovane Giacomo Leopardi

Lettera di Giacomo Leopardi

 

Recanati, 2 marzo 1818.

Non guardate, o mio carissimo, a quello che la malinconia e molto più l’amore immenso m’ha potuto far dire; […] Io per lunghissimo tempo ho creduto fermamente di dover morire alla più lunga fra due o tre anni. Ma di qua ad otto mesi addietro, cioè presso a poco da quel giorno ch’io misi piede nel mio ventesimo anno, ho potuto accorgermi e persuadermi, non lusingandomi, o caro, nè ingannandomi, chè il lusingarmi e l’ingannarmi pur troppo è impossibile, che in me veramente non è cagione di morir presto, e purché m’abbia infinita cura, potrò vivere, bensì strascinando la vita coi denti, e servendomi di me stesso appena per la metà di quello che facciano gli altri uomini, e sempre in pericolo che ogni piccolo accidente e ogni minimo sproposito mi pregiudichi, o mi uccida: perchè in somma io mi sono rovinato con sette anni di studio matto e disperatissimo in quel tempo che mi s’andava formando e mi si doveva assodare la complessione. E mi sono rovinato infelicemente e senza rimedio per tutta la vita, e rendendomi l’aspetto miserabile, e dispregievolissima tutta quella gran parte dell’uomo, che è la sola a cui guardino i più, e coi più bisogna conversare in questo mondo: e non solamente i più, ma chiccessia è costretto a desiderare che la virtù non sia senza qualche ornamento esteriore, e trovandonela nuda affatto, s’attrista, e per forza di natura, che nessuna sapienza può vincere, quasi non ha coraggio d’amare quel virtuoso, in cui niente è bello fuorchè l’anima. Questa ed altre misere circostanze ha posto la fortuna intorno alla mia vita, dandomi una cotale apertura d’intelletto perch’io le vedessi chiaramente e m’accorgessi di quello che sono, e di cuore perch’egli conoscesse che a lui non si conviene l’allegria, e, quasi vestendosi a lutto, si togliesse la malinconia per compagna eterna e inseparabile. Io so dunque e vedo che la mia vita non può esser altro che infelice: tuttavia non mi spavento, e così potess’ella essere utile a qualche cosa, come io procurerò di sostenerla senza viltà. Ho passato anni così acerbi, che peggio non par che mi possa sopravvenire: con tutto ciò non dispero di soffrire anche di più: non ho ancora veduto il mondo, e come prima lo vedrò, e sperimenterò gli uomini, certo mi dovrò rannicchiare amaramente in me stesso, […] perchè io sono risolutissimo e quasi certo […] che la mia vita sarà un continuo disprezzo di disprezzi, e derisione di derisioni; […] Addio.

 

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Lettera di Pietro Giordani

Come vincere la malinconia? Pietro Giordani lo spiega a un giovane Giacomo Leopardi

Milano, 10 marzo (1818).

Mio carissimo Giacomino, Vorrei che per un poco di tempo voi aveste meno ingegno e meno eloquenza; acciocchè meno di forza avesse la vostra malinconia, e io dall'espressione di lei meno dolore. La vostra del 2 marzo mi fa pensare e parlare così. Ad ogni modo, conta questo male ch’è il più fiero di tutti, bisogna armarsi e resistergli, e impedirgli i progressi, e vincerlo (che è vincibile) e liberarsene. Ma come fare? direte voi. Benchè io sia stato malinconico al pari di voi, ed ora non sia allegro; ho nondimeno grande speranza di potervi confortare e consolare, e farvi trovare il vigore per superare questa malattia. Una certa disposizione malinconica è naturale agli ingegni, ed è necessaria al far cose non ordinarie: ma l’eccesso uccide. E dovrebb’esser cura degli educatori l’impedirla; chè per lo più l’educazione la fa germogliare, o anche la inserisce negli animi. Nulladimeno è manco male che abbiate a combattere una malattia piuttostochè de’ vizi. Crediatemi che guarirete: e tanto, che vi ricorderete poi con maraviglia il passato. Intanto abbiatevi cura, fate moto, prendete aria; e non v’immergete tanto negli amari pensieri. Certo il muovervi di costà un poco mi pare necessario: vedremo se si potrà ottenerlo. Non v’ingannate, no, credendomi cordialissimo ed immutabile amico, secondo tutto il valore ch’ebbe questa parola in altri tempi. Io vi sarò amico per tutta la vita; e non lascerò altro che l’impossibile a tentare di tutto quello che potesse giovarvi, o ragionevolmente piacervi. E quantunque io sappia c’io non posso niente, e voi meritate ogni cosa; nondimeno così conosco gli uomini, ch’io vi riputerei di rara fortuna se in trent’anni trovaste due amici di animo eguale. Ma io spero che piglierete tanto vigore, che basterete a voi stesso. Bisogna ora sopra tutte le cose cercare forze al corpo; la cui debolezza atterra gli spiriti. […] Oh Giacomino mio, quanto sospiro di vedervi, e di potervi guarire. Crediatemi che si guarisce di gran mali, e io l’ho provato. […] Addio amatissimo e desideratissimo Giacomino. Crediatemi che vi amo con tutto il cuore. Addio.

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