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Come sfuggire alla futilità del quotidiano. “Se mi guardo da fuori” di Teresa Righetti

Come sfuggire alla futilità del quotidiano. “Se mi guardo da fuori” di Teresa RighettiIl 4 settembre una giovane scrittrice, Teresa Righetti, ha esordito in libreria con il suo primo romanzo, Se mi guardo da fuori, pubblicato da DeA Planeta Libri. Quanto si sa della Righetti è poco; la scarna biografia del retrocopertina dice solo: «vive a Milano, ha una laurea in Lettere e una discreta esperienza come cameriera». Una ragazza normale dunque, proprio come la protagonista del suo primo libro, Serena: anche lei studentessa di Lettere presso la Statale di Milano, anche lei milanese, anche lei alle prese con un lavoro di cameriera per l'estate. Il rispecchiamento della scrittrice nel suo personaggio non si nota però solo attraverso queste coincidenze biografiche fra la vita reale della Righetti e quella, "di carta", di Serena, ma pure attraverso altre scelte di stile. Tra queste, la scrittura in prima persona e il titolo: quel Se mi guardo da fuori che riassume l'impressione che abbiamo avuto durante tutta la lettura, ossia che la Righetti usi Serena per "dare sfogo" a se stessa ed esprimere la sua visione del mondo.

Serena è il personaggio che non si sente capito, che si sente invisibile e vorrebbe farsi vedere. Che si tratti della sorella, dei colleghi o del suo rapporto con gli uomini, Serena si percepisce sempre un passo indietro agli altri. Tutti sono più sicuri di lei, più ciarlieri, più cool, o è così che riescono ad apparire. E qui sta il punto, la ragione della rabbia "mostruosa" della Righetti e di Serena:in una società in cui tutto è apparenza, la sostanza di una persona non conta più nulla se non viene esibita, mostrata.

«Ho l'impressione di essere invisibile. Che tutti stiano giocando nel loro ruolo in un modo impeccabile mentre io sto in panchina».

 

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Così, in una trama realistica sulla "vita di ogni giorno", Serena si destreggia tra i tavoli del Chiosco dove lavora, e le "chiacchiere da bar" che la assalgono sia durante l'orario di lavoro, sia fuori, quando esce con gli amici. In un contesto e nell'altro, tuttavia, il "cerimoniale sociale" a cui Serena si sottopone è sempre lo stesso: sproloqui su cosa si è fatto o non si è fatto nel weekend, su quanto sia fantastica Ibiza e su cosa sia piùtrendy in fatto di moda. Parole che non valgono nulla, di cui non solo Serena, ma anche il lettore è troppo spesso vittima innocente. Tutto questo riferire di chiacchiere di "amici di amici" se, da un lato, può essere un buon modo per riportare il senso di inconsistenza da cui Serena, dall'alto del suo moralismo, si sente circondata, dall'altro finisce per essere ridondante e stancante. Sono tante le pagine in cui veniamo a sapere da individui di passaggio "cose" che però finiscono per essere subito rimosse perché inutili ai fini della trama.

Come sfuggire alla futilità del quotidiano. “Se mi guardo da fuori” di Teresa Righetti

All'opposto, oltre questo futile chiacchiericcio, c'è Serena con la sua voglia di trovare qualcuno che la valorizzi per quello che è, al di là dei suoi silenzi. Parte di questo senso di inadeguatezza verso un mondo troppo appariscente sembra venire rimosso da Leo, abituale avventore del bar che, anche lui giovane e incompreso, pare accorgersi di Serena, alla cui diversità si apparenta. La storia d'amore, annunciata fin dal primo capitolo, prende così il via, ma sul finale la Righetti si salva dal cadere nel clichè romantico per eccellenza. La relazione fra Serena e Leo inizia a scricchiolare per banalità quotidiane che, però, a lungo andare, rivelano la vera ragione di quello che sarà il loro distacco: un diverso modo di rapportarsi al senso di responsabilità.

Leo è anche lui uno studente, ma lo è controvoglia. Non sa cosa fare della sua vita e probabilmente nemmeno di Serena, la sua ragazza. Lei, invece, ha una crescita ammirevole: passa da essere la ragazza insicura del primo giorno di lavoro a "danzare fra i tavoli" gestendo responsabilmente il suo lavoro: si trova a coprire turni che non le spetterebbero, a sostenere e ascoltare colleghe in crisi e a collaborare con le stesse, malgrado i disaccordi.

«Mi vedo ridere e parlare e ballare: la ragazzina schiva che ero il primo giorno sembra non avere più niente a che fare con me. Il merito è tutto di Valerio. Dice – Hai imparato molto di più qui che in qualsiasi ufficietto – e intende: ti ho insegnato a rapportarti con le persone di tutte le età, ad assumerti delle reasponsabilità, a capire quando essere seria e quando scherzare [...] Non ti ricordi com'eri due mesi fa? E io non me lo ricordo».

Come sfuggire alla futilità del quotidiano. “Se mi guardo da fuori” di Teresa Righetti

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Il lavoro la rende migliore e le consente di "farsi vedere", o meglio, "stare nel mondo" in un modo dignitoso e ammirevole, anche da sola. Un modo che non è fatto delle parole superficiali citate sopra, ma di ascolto, di responsabilità, di resistenza e di forza individuale.Grazie al lavoro, Serena diventa adulta, trova un suo modo di relazionarsi agli altri e di prendersi cura di sé.

Non è un caso, infatti, se, a conclusione del romanzo, assistiamo al suo allontanamento dal nido familiare e al suo trasloco nella nuova casa, non più in attesa di essere notata da qualcuno, ma accettandosi per quello che è e trovando una felicità in questo spazio.

«Piango un po' prima di rientrare in Casa. È un pianto liberatorio che mi scende sugli zigomi e dietro le orecchie, e per un momento sono sola e sono felice. Una felicità che mi cresce dentro come una creatura che mi sia stata affidata perché proprio io, tra un milione di altre persone, sono capace di prendermene cura».


Per la prima foto, copyright: Papaioannou Kostas.

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