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Come rispondere a una critica. Il bellissimo esempio di Alessandro Manzoni

Come rispondere a una critica. Il bellissimo esempio di Alessandro ManzoniRispondere a una critica per uno scrittore non è mai facile perché alla fine a essere sotto attacco è un tuo libro, un’opera su cui hai lavorato a lungo e che percepisci come una tua creatura. Insomma come potresti non prenderla come un fatto personale? A maggior ragione se la critica proviene da un amico e allora rispondere non solo è difficile ma può provocare non poco dolore perché sei portato a mettere in discussione il rapporto di amicizia. Ma sei proprio certo che non ci sia un’alternativa? Cioè sei sicuro che non si possa tenere un tono pacato e dunque rispondere a una critica conservando inalterata l’amicizia verso l’interlocutore?

Prima di rispondere in maniera negativa, ti invitiamo a leggere la seguente lettera che Alessandro Manzoni scrisse il 7 febbraio 1820 a Gaetano Giudici, suo carissimo amico che aveva espresso alcune critiche a proposito della tragedia Il conte di Carmagnola.

 

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Fin dall’inizio Manzoni riconosce e valorizza al massimo grado l’amicizia che Giudici prova nei suoi confronti e che gli ha apertamente manifestato più volte, non ultima nella lettera ricevuta poco prima dallo stesso Manzoni. Allo stesso tempo l’autore de I promessi sposi, anche se già consapevole delle critiche mossegli dall’amico gli rinnova i suoi sentimenti di gratitudine e di amicizia, segno che quello di cui stanno discutendo non solo non inficia i loro rapporti ma è anzi segno che rende ancora più evidente la reciproca stima e amicizia.

 

All’ab. Gaetano Giudici, a Milano.

 

Carissimo e pregiatissimo amico,

Parigi, 7 febbraio 1820.

Sarei impacciato a ringraziarvi degnamente, non solo dell’amabile pensiero che avete avuto di scrivermi, ma anche della pazienza che avete posta a regolare la vostra penna in modo, che nulla per me fosse perduto dei preziosi sentimenti vostri; se non sapessi da lungo tempo quanto sia facile saldare con voi questi conti, e che voi vi tenete pagato d’ogni cosa, quando sappiate che con essa abbiate fatto piacere altrui. Sappiate dunque che la vostra lettera me ne ha cagionato uno dei più vivi e durevoli, che per me si potessero provare, e che letta e riletta fra noi, ha fatto una specie di festa di famiglia. Io non dubitava della continuazione della preziosa vostra amicizia, sapendo che è questo un dono, che voi non prodigate né ritirate leggermente, all’uso del mondo; ma le assicurazioni e le espressioni di essa, nutrendo le più care memorie dell’animo mio, l’hanno profondamente e giocondamente occupato. Già sufficientemente stabiliti in questa peregrinazione provvisoria, noi ci siamo ormai avvezzati alla nostra nuova situazione, ed io principalmente mi trovo in uno stato di quiete d’animo, della quale non saprei forse dare le ragioni io stesso; ma una mancanza, alla quale nulla può supplire, uno spazio che null’altra cosa può occupare, è sempre per me l’assenza d’alcuni pochi amici, e quella singolarmente di uno, il quale mi ama come merita egli d’esser amato. Non saprei altrimenti esprimere l’idea che ho dell’amicizia vostra; e se il riconoscere la mia fortuna può darmi traccia d’orgoglio, preferisco quest’accusa a quella d’ingratitudine. La venerazione e l’affetto, ch’io nutro per voi, sarà, spero, un sentimento ereditario nella mia famiglia, e Giulietta che ha più memoria nel cuore che nella mente, me ne ha già dato un segno, contandomi di essere più volte rallegrata qui alla domenica dal pensiero che si andrebbe in casa Giudici: né l’interruzione, né la mutazione degli oggetti hanno potuto impedire, che nascesse in lei questo pensiero così dissociato da tutte le sue attuali abitudini.

 

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Manzoni inizia a entrare nel vivo delle critiche espresse da Giudici, ancora una volta confermando la stima verso l’amico e come abbia ritenuto molto positive le obiezioni ricevute:

Serbando la legge del silenzio, così ragionevolmente imposta agli scrittori in ciò che riguarda i loro parti, io non vi avrei certo fatto parola di quel povero Carmagnola; ma voi mi avete aperto un adito, e addio silenzio! Lasciate adunque che io vi ringrazio dell’avermi voi dato il più bel premio, e nello stesso tempo la più utile scuola, che un manifatturiere di poesia possa desiderare, cioè la cognizione dell’impressione, che un suo lavoro ha prodotta su un animo elevato, e su un ingegno grande ed esercitato. Benché voi abbiate alla fine ritirate le prime vostre obbiezioni, non vi meravigliate, se io non mi tengo pienamente assoluto da una seconda sentenza, che posso forse attribuire alla vittoria dell’amicizia sull’imparzialità. Vi esporrò quindi brevemente i motivi, che mi hanno condotto nei passi che vi urtarono dapprima, acciocchè voi giudichiate anche le mie intenzioni, e mi sia il giudizio vostro una norma per l’avvenire. Io aveva sentito, che le circostanze e le azioni del Carmagnola non erano in proporzione coll’animo suo, e coi suoi disegni; ma questa dissonanza appunto è quella, che io ho voluto rappresentare.

 

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Ed ecco finalmente la risposta di Manzoni alle critiche e perplessità di Giudici:

V’erano due difficoltà. Una di diritto per così dire: un uomo di animo forte ed elevato, e desideroso di grandi imprese, che si dibatte colla debolezza e colla perfidia dei suoi tempi, e con istituzioni misere, improvvide, irragionevoli ma astute, e già fortificate dall’abitudine e dal rispetto, e dagli interessi di quelli che hanno l’iniziativa della forza, è egli un personaggio drammatico? Su questa quistione, che può spiegare tutto un sistema drammatico, io aspetto da voi, quando vi piacerà occuparvene, la soluzione la più ragionata ed autorevole.

L’altra difficoltà era per me il ridurre questa idea, quando sia plausibile, ad una lodevole pratica; ma in questo il vostro giudizio non mi sarà tanto sicuro, poiché si esercita sopra un amico. Il Coro era fatto certamente coll’intenzione di avvilire quelle stesse guerre, a cui io voleva pure interessare il lettore: vi è contradizione tra questi due intenti? Io non saprei certo affermare né il sì né il no; ma vi sottometto brevemente i motivi, che mi hanno fatto credere possibile di eccitare questi due sentimenti. Mi sembra che lo spettatore, o il lettore, possa portare ad un dramma la disposizione a due generi d’interesse. Il primo è quello che nasce dal vedere rappresentati gli uomini e le cose in un modo conforme a quel tipo di perfezione e di desiderio, che tutti abbiamo in noi: e questo è, con infiniti gradi di mezzo, l’interesse ammirativo, che eccitano molti personaggi di Corneille, di Metastasio e d’infiniti romanzi.

L’altro interesse è creato dalla rappresentazione più vicina al vero, di quel misto di grande e di meschino, di ragionevole e di pazzo, che si vede negli avvenimenti grandi e piccoli di questo mondo; e questo interesse tiene ad una parte importante ed eterna dell’animo umano: il desiderio di conoscere quello che è realmente, di vedere, più che si può, in noi e nel nostro destino su questa terra. Di questi due generi d’interesse, io credo che il più profondo, ed il più utile ad eccitarsi, sia il secondo; credo che si possano anche riunire in un’azione e un personaggio, purchè si trovino uniti spesso nel fatto; e tengo poi fermamente che sia metodo vizioso quello di trasportare negli avvenimenti la perfezione, che non è che nell’idea, e che quando sia rappresentata in idea è veramente poetica e morale.

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E infine ecco come Manzoni ritorna al normale rapporto di amicizia, mettendo dunque da parte la discussione e la sofferenza che questa potrebbe avergli causato.

Voi vedete che ho voluto tentare di conservare entrambi questi mezzi di commozione e di riflessione, impiegandone uno nella tragedia e l’altro nel Coro. A persuadermi di non aver riuscito ci vuol poco, perché sento anch’io quanto l’esecuzione sia lontana dall’idea; ma a provarmi la falsità dell’idea sarebbero necessarie molte ragioni, che spero di non sentire da voi, perché amo credere che penserete in questo, com’io. Ben inteso che voi supplirete a questi cenni confusi e scritti alla sciamannata. La carta mi manca, e quel che è peggio è il tempo. Non voglio ritardare a domani questa lettera, per ridurla in più ragionevole figura intrinseca ed estrinseca. Dacchè ho perduta la speranza di divenire un giorno Accademico della Crusca, mi sono lasciato andare agli eccessi i più straordinari della licenza: il peggio si è che la più parte di queste mie ciarle peccano contro il senso, ma a questo supplirà il vostro, e a tutto l’indulgente vostra amicizia. Vorrei arrabbiarmi contro Torti che non mi scrive, ma con che diritto? Non tocca a me di negare i privilegi della pigrizia; ma se voi lo spingete, chi sa che non sia generoso! Ricordatemi alla domenica e al venerdì; ringraziate Mario dei cari saluti, che gli rendo ben cordialmente. Alla degnissima vostra famiglia poi presentate l’espressioni della mia stima e della riconoscente mia amicizia, coi più affettuosi complimenti di mia madre, di Enrichetta e di Giulietta. Chi sa che il signor Castillia non mi porti qualche altra vostra lettera! Questo pensiero mi tiene allegro. Scrverò al Canonico fra pochi giorni, intanto vi prego di fargli i miei più teneri e rispettosi saluti. E voi accogliete le assicurazioni della profonda stima, e della inalterabile affezione del vostro amico vero

A. Manzoni.

 

 

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Dunque se devi rispondere a una critica perché non lasciarti ispirare dall’approccio tenuto da Alessandro Manzoni?


Per la prima foto, copyright: rawpixel su Unsplash.

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