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Come raccontare la propria mamma. “La Bambola” di Ismail Kadare

Come raccontare la propria mamma. “La Bambola” di Ismail KadareLa Bambola. Chi è la Bambola protagonista dell’omonimo romanzo di Ismail Kadare, pubblicato da La nave di Teseo? Per l’autore albanese, la bambola è la madre, alla quale lo scrittore dedica questo suo ultimo romanzo. Anzi, il testo è una vera e propria narrazione biografica che ha al centro la mamma e la sua intensa vita. La narrazione prende il via dal 1994, quando Ismail parte con la moglie Helena da Parigi, per raggiungere Argirocastro, la città di nascita, dove la madre è in fin di vita. Arrivato qui non trova la donna nella propria casa, ma in quella di una parente e, guardandola da vicino, l’uomo-figlio ha la netta sensazione che la donna che gli ha dato la vita abbia una consistenza così leggera e fragile da sembrare di carta.

Da questo evento drammatico e dal dialogo con un amico sul valore del termine “mamma” come parola e come rimando alla persona fisica si scatena un vero e proprio flashback che ci porta indietro nel tempo, nella giovinezza della bambola piccola e fragile come la cartapesta. Quello che Kadare compie è un vero e proprio cammino a ritroso, attraverso il quale l’autore albanese va a recuperare il tempo andato dal quale emerge il ritratto della donna e del mondo in visse.

Questo libro è di certo l’omaggio di un figlio alla donna che gli ha dato la vita ma, allo stesso tempo, è anche un netto tentativo letterario di comprendere una donna che non si è mai mostrata in modo completo, tanto è vero che all’inizio del romanzo troverete scritto:

«Anche le sue lacrime avevano la stessa irrealtà dei cartoni animati. Nella maggior parte dei casi non ne capivo la ragione, così come non riuscivo a capire com’era possibile che per anni interi non l’avessi mai sentita entrare e uscire dal bagno, come se non ci andasse mai. “Le madri sono gli esseri più difficili da comprendere” mi disse durante una cena a Parigi Andrej Voznesenskij».

 

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Scenario di ambientazione di questo romanzo è l’Albania, dalla fine degli anni Trenta in poi. La bambola, arrivata nella casa del marito, ha l’aria stralunata, spaesata e timida. Inoltre, anche se non lo dice apertamente, conosce bene le diversità tra la sua famiglia e quella di cui entrerà a far parte: i Kadare (quasi tutti morti e poveri) ben diversi dai Dobi (vivi e benestanti).

Come raccontare la propria mamma. “La Bambola” di Ismail Kadare

Il romanzo non solo narra il tentativo non facile della mamma dello scrittore di ambientarsi nella nuova casa, a contatto con i mobili e le stoviglie del tutto sconosciute. No. Kadare cerca di portare alla nostra mente di lettori anche le persone – parenti e amici – con le quali la fragile donna protagonista dovette confrontarsi nella sua esistenza. Una su tutte fu la suocera, la madre del marito, una donna con un carattere forte e difficile da trattare. Tanto è vero che durante la narrazione, scopriamo come tra la madre dell’autore e la suocera spesso ci furono delle discussioni e il figlio dell’anziana e marito della bambola fu costretto a mettere pace tra le due donne, comportandosi come una sorta di giudice che non sempre riesce a essere del tutto imparziale.

La madre dell’intellettuale albanese sopportò con pazienza la suocera, il loro fu un vero e proprio confronto, dal quale la giovane sposa ne esce un po’ sconfitta e abbattuta, perché l’anziana era fortemente legata alle tradizioni delle terre balcaniche e per lei una delle scelte di vita irrinunciabili come il ritirarsi in una clausura volontaria, scelta incomprensibile e inspiegabile per la nuora.

Per la bambola, la suocera fu una sorta di fortino inespugnabile, incomprensibile, un animo forte, ben salda sulle sue posizioni e profondamente scorbutica. Il suo attaccamento alla tradizione era qualcosa di indissolubile e per la bambola la convivenza con questa donna divenne una sorta di prigione dalla quale era quasi impossibile evadere. Le cose cambiarono un po’ alla morte dell’anziana, avvenuta nel 1953.

La scomparsa della parente per la bambola potrebbe essere il momento della rinascita, ma la sua sensibilità sarà ferita in modo profondo quando i figli, compreso Ismail, lasceranno la casa dei genitori per andare a studiare in giro per il mondo. Un duro colpo per questa mamma che si trovò a vivere in una casa vuota e ad assistere impotente al cammino di crescita dei figli, compreso quello dell’autore, il quale dopo aver preso una laurea a Tirana decise di andare a perfezionarsi a Mosca (dove rimase poco per incompatibilità con il regime russo), soggiornando poi in Cina, negli USA e in Francia, dove nel 1990 ottenne l’asilo politico. Solo con la caduta del regime albanese, nel 1992, Kadare tornò in patria, dividendosi tra Albania e Francia.

Come raccontare la propria mamma. “La Bambola” di Ismail Kadare

Lasciata Argirocastro, la bambola e il marito si trasferirono a Tirana e qui, dopo una fase inziale di spaesamento, la donna sembrò pronta a trovare una nuova pace esistenziale in un ambiente del tutto nuovo, dove però a scombussolare tutto ancora una volta ci pensò l’inaspettato fidanzamento del figlio Ismail e il successivo matrimonio con la bella Helena.

 

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L’ultimo romanzo dello scrittore albanese, tradotto da Liljana Cuka Maksuti, è la narrazione di una vita, quella della mamma chiamata Bambola, delle sue paure, dei timori, dell’ansie di una donna nuora, madre, moglie e vedova (il marito morirà nel 1975) che, nella pagine di La Bambola dimostra di non essere mai riuscita a liberarsi in modo completo dalla costrizione di valori di una famiglia e di un Paese forti e marchianti, impresa riuscita invece a Ismail Kadare, il figlio autore del romanzo.


Per la prima foto, copyright: Leandro Cesar Santana.

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