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Come pubblicare un libro evitando 10 errori

Come pubblicare un libro evitando 10 erroriCome pubblicare un libro richiede consapevolezza. Avete lavorato con pazienza e metodo al vostro manoscritto e ora è lì pronto a contaminare il mondo con le sue possenti e speriamo chiare idee. Bene, e adesso? Gli errori in cui potrete incorrere sono molteplici e qualcuno, mettetevi l’anima in pace, lo commetterete di sicuro, gli scrittori sono ancora esseri umani, almeno molti di loro. Se la pensate diversamente, siete già di fronte al primo clamoroso errore che vi allontanerà dalla pubblicazione del vostro manoscritto.

Ho provato a condensare gli errori che potreste compiere nel lungo e travagliato (qui gli aggettivi “scoraggiativi” si sprecano) percorso che porta dal manoscritto alla pubblicazione per arrivare ai dieci più importanti. Non è stato facile e la lista non sarà di certo completa, ma se grazie a questa lettura potrete evitarne qualcuno sarò soddisfatto. Una grossa mano l’ho avuta da Pubblicare un libro di Maria Grazia Cocchetti (pubblicato da Editrice Bibliografica) in cui l’autrice dello storico manuale L’autore in cerca di editore ripercorre il suo viaggio fra editor, agenti, direttori editoriali e scrittori, fornendo molti consigli pratici a chi si vuole cimentare con il lavoro di scrittore.

E allora cominciamo dai primi 10 errori da evitare per riuscire a pubblicare un libro:

1.      Pensare che il proprio lavoro sia perfetto.

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È ovvio, nessuno lo pensa. Davvero? Ipotizziamo che abbiate impiegato due anni per mettere insieme la stesura (per voi definitiva) del vostro primo romanzo. Per lui avete sacrificato famiglia, amici, carriera, il piacere di fare una passeggiata in una giornata di sole senza pensare di perdere tempo. Avete curato la trama, sostenuto il ritmo, verificato la punteggiatura, declinato in ogni sfumatura i personaggi. Siete certi che se qualcuno muovesse una critica al vostro pargoletto non gli saltereste alla giugulare? Questo potrebbe essere il momento giusto per far leggere il vostro testo da un esperto. La scelta oggi è ampia: potreste inviarlo a un’agenzia di servizi editoriali, ve ne sono molte e su internet possiamo scovare anche le più serie partendo dai commenti di chi ha provato i loro servizi, oppure usare il vostro manoscritto come base di partenza per un laboratorio di scrittura creativa. Se poi avete la fortuna di conoscere qualcuno nell’ambiente editoriale del cui giudizio vi fidate, provate a chiedergli se è disposto a leggere un estratto del vostro manoscritto (qualche capitolo spesso può bastare a un addetto ai lavori per farsi un’idea del vostro stile e degli eventuali miglioramenti da apportare). Insomma mettersi in discussione serve sempre.

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2.      Le scuole di scrittura non servono.

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Giuseppe Pontiggia (inventore dei primi corsi di scrittura creativa in Italia) diceva: «Non conosco nessuno che sia nato scrittore; conosco alcuni che lo sono diventati». Dei corsi di scrittura creativa abbiamo avuto modo di parlare, ce ne sono certamente di validi (p.e. Scuola Holden, Raul Montanari, Laura Lepri Scritture, Scuola Omero, minimum fax), anche in questo caso non c’è la soluzione perfetta per tutti. Approfondite nei siti delle scuole: differiscono per approccio, numerosità degli insegnanti/mentori, tipologia di corsi proposti, obiettivo che si pongono. Sta a voi scegliere quello che più si adatta al vostro modo di concepire la scrittura, ma prima di considerarli inutili a priori, provate a seguire un seminario breve, quelli di un week-end. Bisogna sempre provare prima di dire che non fa per noi.

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3.      Gli agenti sono solo per gli autori famosi.

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Le agenzie letterarie hanno fatto tanta strada in Italia negli ultimi dieci anni. Partite con più di vent’anni di ritardo rispetto al mercato anglosassone e muovendosi in un contesto assai più critico, le agenzie letterarie e gli agenti che le animano possono diventare un approdo sicuro per un autore esordiente. Anche in questo caso dovrete inviare il vostro lavoro in visione (il servizio di solito è a pagamento, un costo onesto dovrebbe variare tra i 150 e i 200 euro, ma si arriva a chiederne anche 800). In caso di parere positivo, l’agente vi proporrà di diventare suo cliente e guadagnerà quando riuscirà a vendere il vostro testo a una realtà editoriale. Insomma l’agente dovrebbe essere una “strana figura” che investe ancora sulle prospettive future. Diffidate di chi tesse lodi eccessive del vostro lavoro, scappate da chi vi chiede anticipi economici per promuovere il vostro romanzo.

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4.      Gli editori sono tutti uguali.

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Gli editori sono tutti diversi e se pensate di poter inviare il vostro manoscritto con la stessa lettera di presentazione a tutti gli editori che trovate su internet, rischiate solo di spendere una fortuna in raccomandate o a scrivere mail che difficilmente avranno una risposta. L’ansia del risultato (stringere fra le mani il proprio romanzo edito da Einaudi, Bompiani o Rizzoli) è un nemico pericoloso e una caratteristica molto comune nello scrittore esordiente e non. È naturale, avete lavorato e sudato (ricordate Thomas Edison e il suo aneddoto sull’ispirazione e la traspirazione?) e ora il vostro testo è lì ad aspettare e a fremere. Non fremete con lui, può solo farvi male. Ogni volta che siete attaccati dall’ansia pensate a Franz Kafka, le cui opere rimasero quasi del tutto ignorate fino alla morte nel 1924 e i suoi romanzi furono pubblicati solo postumi, diventando poi pietra miliare di tutta la letteratura occidentale del secondo Novecento. Pensate a quanto doveva essere affranto lui mentre lavorava in una compagnia di assicurazioni e quanto questi continui rifiuti lo abbiano aiutato a scrivere ciò che ha scritto. Sì, lo so non è un granché come consolazione. Ma se è la letteratura la vostra strada, la pazienza e la tenacia devono essere le vostre ancelle.

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5.      Scrivere per sé e non per il lettore.

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Non c’è molto da dire. Non potete scrivere solo per il vostro piacere e pensare che corrisponda al piacere di tutti, almeno se scrivete anche con l’obiettivo di veder pubblicato il vostro lavoro. Con questo non voglio dirvi di scrivere di ciò che non v’interessa o che non vi motiva, ma solo di provare a pensare a come far arrivare al meglio al lettore le vostre idee e la vostra motivazione.

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6.      Ignorare il mercato.

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Se volete pubblicare il vostro libro e volete anche che sia letto, non potete prescindere dal mercato editoriale a cui vi affacciate. Vale l’idea di F.S. Fitzgerald «non si scrive per dire qualcosa; si scrive perché si ha qualcosa da dire». La motivazione conta, la necessità che spinge dietro la motivazione conta ancor di più e da essa non si può prescindere, ma non è detto che il risultato sia quello che il mercato editoriale si aspetta o che pensa possa interessare al lettore. E possiamo credere che il mercato sbagli, che editori, editor, agenti e critici non sappiano cosa voglia leggere il lettore. Ok, forse è vero, ma se questi signori decidono quale storia pubblicare, sono loro che dovete convincere.

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7.      Non aver tempo di leggere.

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Questo proprio non possiamo permettercelo. Se non leggiamo quello che viene pubblicato, letto e amato dai lettori, come possiamo arrivare fino a loro? Una forte dose di classici è altamente raccomandabile per uno scrittore esordiente, ma non dimentichiamo di leggere gli autori italiani contemporanei. Cosa e come scrive chi fa il nostro stesso lavoro ed è un passo più avanti di noi può darci spunti utili per il nostro lavoro.

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8.      Esiste solo il romanzo.

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Certo che no, esiste anche chi scrive per il cinema, il teatro, la TV, i new media, le riviste letterarie sotto forma di blog o webzine che siano, i fumetti. Tutte professioni altrettanto nobili di chi scrive romanzi. Pensateci e non per ridurre il numero di aspiranti romanzieri e ingrossare le fila degli aspiranti sceneggiatori televisivi o inventori di format. Solo per considerare tutte le opzioni, ricordando che qualsiasi sia la vostra scelta, non si improvvisa nulla. Chi sa scrivere un romanzo non è detto che sappia scrivere una buona sceneggiatura, regole, tempi, ritmi narrativi e utenti finali diversi, possono giocare brutti scherzi, bisogna studiare.

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9.      Per scrivere basta ispirazione e talento.

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Utili, certo, ma non bastano. C’è anche la tecnica, la conoscenza approfondita della lingua, la capacità di creare personaggi credibili, trame solide e ritmi coinvolgenti. Tutte cose che si imparano con l’esperienza, come per qualsiasi altro lavoro. Certo, se so disegnare con facilità fin da piccolo sarò un passo avanti a chi fa solo puntini e linee curve, ma non basta a farmi diventare Michelangelo. Lo stesso vale per la scrittura. Esercizio e studio dei classici (leggere, leggere, leggere), cercando di rubar loro tecniche e idee per poi farle proprie, innovando partendo da una base solida anzi, visto il momento difficile che spinge l’editoria a selezionare sempre di più, solidissima.  

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10.  Non ho abbastanza tempo per scrivere.

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Se non avete abbastanza tempo per scrivere, non volete davvero fare lo scrittore. Ok, l’ho messa giù dura, ma è così. Nessuno vuole un autore in più, ce ne sono già troppi e nessuno brama per ascoltare la vostra “voce”. Dovete essere voi a volerlo così tanto, da dedicare ogni momento alla scrittura anche se tutto (mercato, esperti, famiglia, amici) vi dicono il contrario. Se lo volete a tal punto da rinunciare a tutto il resto, allora troverete anche il tempo per scrivere. Sarà per il resto che potreste non avere più tempo.

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Ora che abbiamo visto come pubblicare un libro evitando dieci errori, dimentichiamoli per un attimo, ricordando quello che scriveva Rainer Maria Rilke a un autore esordiente.

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Commenti

Molto interessante questo articolo: punto per punto mi ha stimolato delle riflessioni di seguito riportate.

Pensare che il proprio lavoro sia perfetto;

Nulla è perfetto, tutto è perfettibile. Si sa. Ma quanto e fino a quando? Uno scritto non è come un programma di computer per cui esistono le versioni e le release: a un certo punto, magari fra dubbi che persistono ancora, bisogna darci un taglio e dire stop: è terminato. Se ci sarà un’evoluzione al meglio lo si vedrà negli (eventuali) scritti successivi. Ve l’immaginate un Ulisse 1.0, Ulisse.1.0.2, Ulisse 2.0 e così via? Tu che versione hai?
Al di là dell’ironico paradosso, questo fenomeno è assai raro nella narrativa. Ma è accaduto, anche di recente. Se la memoria non mi fa brutti scherzi, l’ha fatto Eraldo Baldini con la sua raccolta di racconti horror “Gotico rurale” (edito da Frassinelli) di cui io ho la prima ediziome. Lessi che, tempo dopo, l’autore la ripubblicò con l’aggiunta di un racconto, ovviamente non presente nella mia edizione.
Il fenomeno è meno raro nella saggistica (che adesso va di moda chiamare “non fiction”: perché? La parola “saggistica” fa schifo?). In questo campo ci possono essere delle riedizioni (diverse dalle ristampe) di uno stesso testo: esempio di fantasia: Mario Rossi, “Princìpi di Narratologia”, Trebaseleghe, CaroAmicoTiScrivo Editore, 2015, edizione riveduta e ampliata.

Le scuole di scrittura non servono

Può darsi. Molti scrittori entrati nella Storia della Letteratura, mi sa non le abbiano mai frequentate, per il semplice motivo che, ai loro tempi, nemmeno esistevano. Sospetto, a volte, visto che son nate, se ho ben capito, negli Stati Uniti, che l’originaria spinta che le ha volute e viste nascere sia di natura più imprenditorial-commerciale che artistica.
Ascoltare altri scrittori su come abbiano affrontato la scrittura e le problematiche a questa connesse, può essere illuminante. Mai vincolante. Alle scuole di Scrittura Creativa potrebbe essere utile sottoporre gli iscritti a una prova d’entrata per determinare poi i gruppi di livello a cui assegnare gli allievi a seconda delle loro conoscenze ed esperienze maturate prima dell’iscrizione. I gruppi (aventi necessariamente programmi diversi), potrebbero essere, indicativamente, i soliti: principianti, intermedi e avanzati. Questo per evitare - o tentare di evitare - spiacevoli situazioni in cui un allievo pagante si sente spiegare, come fosse la prima volta, concetti e nozioni che conosce già da tempo; il che gli darebbe la forte impressione di vedersi servita aria fritta o minestra riscaldata e pagare per ricevere un simile servizio non fa piacere a nessuno. Chi insegna - o ha la pretesa di farlo - deve partire dalle conoscenze pregresse di ogni singolo allievo e non fare dei suoi studenti un unico fascio. Avendo ben chiaro cosa i suoi allievi già sanno, potrà individuare e programmare gli argomenti da trattare nelle lezioni evitando quelli già conosciuti dai suoi studenti.
Conoscere anche approfonditamente una materia non implica né significa automaticamente saperla insegnare. Nelle librerie non è difficile imbattersi in titoli del tipo: “Manuale di Scrittura Creativa” o “Come si scrive un romanzo” (e un racconto no?). Devo ancora imbattermi in titoli come: “Manuale di Didattica della Scrittura Creativa” o “Insegnare Scrittura Creativa”. Resta comunque fermo il fatto che “l’istruzione è cosa ammirevole ma ogni tanto ci farebbe bene ricordare che non si può mai insegnare quel che veramente vale la pena di conoscere”, lo diceva uno che non credo abbia mai frequentato scuole di Scrittura Creativa (Oscar Wilde, ne “Il Critico come Artista”, 1890); “quel che veramente vale la pena di conoscere” ossia quella capacità di saper vedere, il non visto o addirittura l’invisibile, di comunicare l’ineffabile e l’incomunicato. Non credo alcuna scuola di Scrittura Creativa possa trasmettere tale capacità ai suoi allievi. Potrà farne dei buoni, talvolta ottimi, artigiani della penna, ma scrittori che lasciano il segno nella mente e nel cuore di chi ha la disponibilità e la bontà di leggerli, per di più nel tempo, è cosa quanto meno ardua. O tutt’altra cosa.
Se, in assoluto, è falso affermare che le scuole di Scrittura Creativa non servono, che possano rivelarsi in qualche misura inutili a certuni che le frequentano è, al contrario, drammaticamente vero.

Gli agenti sono solo per gli autori famosi

Suona come una contraddizione in termini: se gli autori son già famosi perché mai avrebbero bisogno di un agente letterario? Perché curi il loro contratti con gli editori? i quali, è da presumere, non saranno privi di iniziative e idee da proporre agli scrittori soprattutto se famosi per legarli a sé. Son propenso a credere che spesso, per non dire sempre, possa più la fama che la bravura nello scrivere, fosse anche soltanto un onesto e buon artigianato della penna.
Sbaglierò, ma mi pare riduttivo vedere la figura di un agente letterario come una persona che si occupa esclusivamente di contrattare con gli editori. Penso che accanto a questo suo compito fondamentale - e anche principale, diciamolo pure - se ne affianchino altri non meno importanti e impegnativi come conoscere e guidare gli autori (alle prime armi e non), al fine di valorizzare - ammesso ci siano - le loro potenzialità perché le affinino e le migliorino sempre, curandone così l’immagine da presentare agli editori e, quando sarà il momento, anche davanti al pubblico dei potenziali lettori che - per quanto sia fuor di dubbio, in Italia siano pochi - ci sono e quei pochi esistenti la voglia di leggere ce l’hanno eccome! E trovare il tempo per farlo non è per loro un problema.

Gli editori sono tutti uguali

Dal punto di vista imprenditoriale ed economico è vero… non ci piove! Devono sbarcare il lunario come tutti. È il tipo di articolo che producono ad essere non di rado sfuggente. Un Editore può decidere di confezionare un prodotto puramente commerciale, sicuro, ad alto e facilmente prevedibile tasso di vendita (libri da edicola, di tipo molto preciso e circoscritto: polizieschi, rosa, fantascienza, spionaggio, azione… ); ma se appena appena decide di allargarsi a tipologie di libri più varie e ampie, le cose possono complicarsi e non poco. E siccome il lunario lo deve pur sempre sbarcare, deve anche per forza diversificare il tipo di libro prodotto e, con esso, il tipo di possibile potenziale cliente-lettore. Dovrebbe andar da sé che a colui (o colei) che si occupa di fornire il contenuto del prodotto libro (che, non si dimentichi, è un esterno alla fabbrica del libro, all’editore) converrebbe per quanto gli/le è possibile cercare chi con ogni probabilità ha maggior interesse a comprare ciò che egli/ella può fornire. Anche in questa ricerca, un agente letterario può ed è d’indispensabile aiuto.
L’Editore come fautore di Cultura? È un’aspirazione non poi tanto segreta di molti Editori. Ma far Cassa viene prima di far Cultura: anche in ordine alfabetico: e ha, perciò, la priorità. L’Editore è un imprenditore, disposto ad accollarsi, al pari di qualsiasi altro imprenditore, i rischi dell’affare: sa che ci sono, ed è ovvio abbia tutto il sacrosanto diritto per quanto può di minimizzarli. Se far Cultura può essere una sua palese aspirazione, proprio perché far Cassa viene prima di far Cultura, di un’altra cosa, forse meno evidente e assai più capricciosa, deve costantemente tener conto: del gusto (letterario o meno) del pubblico, cercando di prevederlo, prevenirlo per provvederne. E guadagnarne. Se pubblica il libro giusto farà Cassa, se pubblica il libro giusto al momento giusto (in un dato arco di tempo, anche ampio) farà Cultura (o Letteratura, quella che poi si dovrà studiare a scuola). E non sarà, probabilmente un Editore qualsiasi. Perché diverrà parte della Cultura che ha contribuito a creare.
Ci si potrebbe chiedere se quel gusto del pubblico lo determini lui con i libri che pubblica e immette sul mercato. Solo in parte. Il Caso e la combinazione delle circostanze (e il momento) sono troppo aleatori, troppo stocastici per essere dominati. A meno che, poi, non sia una questione già accertata, un Editore non può nemmeno dire se quel libro che pubblica entrerà nella Letteratura (con la L maiuscola): altri, lo decreteranno, non lui. Ben si sa quanto spesso fortuna letteraria e fortuna editoriale di un testo non siano andate di pari passo. Non fosse altro perché la prima - la fortuna letteraria - ha bisogno di una prospettiva storica non necessaria alla seconda, la fortuna editoriale. William Shakespeare quando scriveva i suoi drammi per la compagnia in cui lavorava non credo immaginasse quale e quanta sarebbe stata la propria fortuna letteraria: era un uomo di spettacolo e doveva anche lui sbarcare il lunario: le biografie dicono lo sbarcasse pure bene.

Scrivere per sé e non per il lettore

Se mettere nero su bianco, serve a chiarirsi e definire e meglio le proprie idee, benvenga! Direi sia un atto necessario. Ma ogni scrittura presuppone una lettura. Di chi? Chi lo sa? Fosse anche un invisibile lettore. Ce lo ricordiamo il nostro “caro diario” adolescienziale a cui davamo pure del “tu”?
Gli studiosi lo chiamano “lettore implicito” contrapposto al “lettore empirico” che sarebbe quello vero in carne ed ossa. Scrivere è un’attività solitaria ma soprattutto è un atto drammatico, teatralmente drammatico in quanto presuppone un io (che scrive) e un tu (che legge). Questo perché scrivere, nella sua essenza, è un atto comunicativo (come tutta l’Arte, del resto: so di dire una mostruosa ovvietà ma, talvolta, è bene rammentarlo) Ogni scrittore cerca di coinvolgere col proprio testo il o i lettori la cui sensibilità è più vicina alla sua. Cerca di comunicare quell’ancora non detto, quell’ancora non visto che il lettore magari vagamente intuisce ma non sa esprimere: lo fa per lui lo scrittore stabilendo cosi tra ambedue più di un contatto: un’intesa. È l’uomo che parla all’uomo! È l’instinto di narrare (http://www.sulromanzo.it/blog/jonathan-gottschall-a-milano-l-istinto-di-...) fin dai tempi quando con una lingua gutturale e gesti si raccontavano storie attorno al fuoco nelle caverne, ad ora che c’è l’e-book: cambiano i mezzi per trasportare e diffondere la storia, l’informazione, non l’intenzione e il gesto.

Ignorare il mercato

L’Editore non lo può fare. In nessun caso. Forse gli autori di bestseller possono permetterselo, tanto sanno di esser talmente affermati che qualsiasi cosa scrivano (anche di valore in sé modesto) non solo verrà pubblicata ma venderà comunque. E molto. L’autore che non è ancora entrato in questa cerchia di happy few, deve decidere cosa vuol scrivere: o letteratura “alimentare”, per dirla con Simenon, più semplicemente libri di natura commerciale: scritti per sbarcare il lunario (anche lui come l’Editore lo deve fare), del tutto privi di alcuna ambizione letteraria. O cercare di realizzare quest’ultima ed essere però conscio che ogni suo scritto proposto e (forse) pubblicato equivarrà ad una puntata alla roulette: uscirà il suo numero?
Come in molte situazioni, la verità sta nel mezzo. Non è giusto scrivere ossessionati dalle oscillazioni e dalla mutevolezza del mercato e del gusto del pubblico e asservire a questi la propria creatività e immaginazione; ma non lo è nemmeno snobbarli a priori: li si consideri indicatori preziosi: non tanto sul cosa scrivere ma sul quando e come presentare al meglio la propria produzione.

Non aver tempo di leggere

E si ha quello per scrivere? Davvero singolare! Di questo passo, però, l’inevitabile intertestualità va a farsi benedire. A parte queste considerazioni. da bambini alle elementari s’impara prima a leggere e poi a scrivere. “Chi vuole scrivere impari prima a leggere”! Ce lo canta anche il noto trio Fabi, Silvestri, Gazzè (“Come mi pare”: https://www.youtube.com/watch?v=xQ7-mFbEWAI)

Esiste solo il romanzo

Che è come dire che nella variegata cucina italiana c’è solo la pizza. Tutto il resto è digiuno preghiera? I tre principali generi letterari sono Prosa, Poesia e Teatro. L’autore, per ciascuna delle proprie idee valuterà quale potrà essere la forma più congeniale ed efficace per concretizzarle con la scrittura.

Per scrivere basta ispirazione e talento

Direi che bisognerebbe prima saper scrivere. È imprudente darlo per scontato. Poi c’è il modo e il metodo di lavorare, diverso per ogni autore. C’è l’autore che lavora ogni mattina dalle…. alle… come un impiegato e chi invece scrive quando… gli viene. Chi prepara una dettagliata scaletta di ciò che vuole scrivere (metodo top-down) e chi pur avendo in testa un impianto (direi più una pianta) generale della storia, comincia dagli episodi (o capitoli) più salienti per poi proseguire e, alla fine, cucire coerentemente il tutto (metodo bottom-up). “A ciascuno il suo” (1966) per dirla con Sciascia.
Ispirazione? Talento? In ambito creativo potrebbero avere significati quanto mai vaghi. Forse è un po’ più preciso quello di talento: “abilità innata di fare qualcosa”; quello di “ispirazione lo è già molto meno: “folgorazione celestiale; vivacità spesso immediata che porta alla creatività e/o [quindi] all’attività in qualcosa.” (da Wikidizionario: https://it.wiktionary.org/wiki/ispirazione). Sinceramente, non ne so più di prima. Che non sia meglio chiamarli “imagination” con Coleridge?
Comunque sia, dalla prima vaga idea di una storia a un dattiloscritto (forse) finito, ce ne corre.

Non ho abbastanza tempo per scrivere

Fai a meno! Non ti crucciare!
Se però interiormente senti davvero l’urgenza e il piacere di scrivere, non ti preoccupare se non riesci a trovare abbastanza tempo per farlo. Se non riuscirai a trovarlo tu, sarà lui a trovare te. Come la morte.

Grazie per il commento e per le tante riflessioni che hai voluto condividere con i lettori del nostro blog.
Concordo sulla riflessione finale, la necessità di scrivere se è tale non è alienabile.

Al punto 1: no, le "agenzie di servizi editoriali" no. Mi è successo più volte di esaminare, per conto degli editori per i quali ho lavorato, opere passate attraverso una cosiddetta agenzia di servizi editoriali. Ho chiesto sempre di poter leggere anche l'opera nella versione precedente al "trattamento". E, nei casi in cui si è deciso di pubblicare l'opera, si è sempre partiti da quella versione lì.
Un lavoro di editing, o è fatto presso l'editore che ha deciso di investire sull'opera, ed è quindi svolto pensando specificamente a quell'editore lì, alle sue collane, alla sua linea editoriale, eccetera; o non ha molto senso.
Secondo me.

A Sfranz, sul punto 2: in qualunque scuola esiste una relazione precisa tra "personalizzazione" dell'insegnamento e costo dell'insegnamento stesso.

Il "Manuale di didattica della scrittura creativa" è in cantiere.

Tutto ciò che avete evidenziato,commentato è decisamente interessante ma io 'sto con i piedi per terra ' e guardo con occhio critico e non virtuale la realtà che ci circonda.Ne traggo una profonda convinzione :uno scrittore in erba difficilmente avrà modo di scorinare al vento le sue riflessioni, i suoi pensieri , i suoi scritti ad un pubblico vasto perché vige la regola del più forte, del più noto, del più famoso e di chi ha la fortuna di avere dalla propria parte "santi in paradiso" .Ho scritto tre libri:due narrativa per ragazzi e un romanzo...... ma chi mai li ha letti?Amici e parenti e magari per loro sono interessanti.Ma chi mi dà un giudizio vero sincero su ciò che scrivo e se vale la pena continuare?Se volessi mandare un mio manoscritto ad esempio a Camilleri col cavolo che trovo un indirizzo o sito!Tutto è fatto a "una a umma",del resto :non è così la nostra società? È stato uno sfogo, comunque grazie .Professoressa Giuseppa Virga. NON ATTENDO RISPOSTA

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