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Come la ‘ndrangheta investe i soldi del traffico di droga. Ce lo racconta Nicola Gratteri

Come la ‘ndrangheta investe i soldi del traffico di droga. Ce lo racconta Nicola GratteriFiumi d'oro (Mondadori, 2017) è l'ultima opera di denuncia di Nicola Gratteri, Procuratore della Repubblica di Catanzaro, che da anni mette a disposizione dei lettori il frutto del proprio lavoro di magistrato scrivendo saggi in collaborazione con Antonio Nicaso, giornalista, saggista e docente universitario.

Impegnato da decenni nella lotta alla 'ndrangheta, Gratteri vive dal 1989 sotto scorta, ma non ha rinunciato a svolgere, accanto al suo lavoro di magistrato, un'intensa attività di divulgazione per far conoscere a tutti, e in modo particolare ai ragazzi delle scuole, le realtà della criminalità organizzata, che da molto tempo sono uscite dagli storici ambiti regionali per intessere trame a livello internazionale.

In particolare, Fiumi d'oro racconta proprio come la 'ndrangheta gestisca l'immenso flusso di denaro ricavato qualche decennio fa dalla stagione dei rapimenti, a partire da quello famoso di Paul Getty III, e poi dal commercio della droga, venendo in questo modo a controllare attività del tutto insospettabili.

 

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Durante la maratona di Bookcity a Milano, Nicola Gratteri e Antonio Nicaso sono stati protagonisti di una conversazione a più voci con il giornalista Mario Giordano, nell'affolatissima sala conferenze dell'Archivio Storico cittadino.

L'incontro è avvenuto a due giorni di distanza dalla scomparsa dello storico capomafia Salvatore Riina, che ha portato molti a porsi qualche domanda sullo spazio forse eccessivo dato a quella morte dai media, quasi un "omaggio alla fascinazione del male" come ha ipotizzato Mario Giordano.

Per Gratteri, Riina è stato solo l'ultimo di una lunga serie di persone legittimate, perché la politica non riesce a fare a meno dei soldi e dei voti dei mafiosi. Questa legittimazione è frutto di un disegno preciso, perché mafiosi, camorristi e 'ndranghetisti sono in genere persone mediocri, dotate soltanto di una grande furbizia, ma prive di una statura tale da favorire un loro riconoscimento, che, se avviene, è fortemente voluto da chi ha bisogno di loro.

Come la ‘ndrangheta investe i soldi del traffico di droga. Ce lo racconta Nicola Gratteri

Da anni Gratteri conduce la sua battaglia da magistrato indagando e studiando le varie mafie, anche attraverso indagini internazionali che l'hanno portato a intrattenere rapporti con le polizie e le magistrature di mezzo mondo, perciò si può considerare fondamentale il suo porre l'accento sulla 'ndrangheta come principale problema da affrontare oggi nell'ambito della lotta alla criminalità organizzata.

Tutto è iniziato per lui con la stagione dei rapimenti avvenuti in Italia negli anni Settanta e Ottanta, appannaggio quasi totale della 'ndrangheta mentre la mafia guidata dai corleonesi elaborava quello che sarebbe stato il periodo dello stragismo, vale a dire gli attentati compiuti contro lo Stato, un disegno rivelatosi in definitiva perdente.

Per la 'ndrangheta, scontrarsi con lo stato non conviene, a nessun livello: gli 'ndranghetisti, sostiene Gratteri, sono in genere detenuti modello, un po' perché sono abituati a un regime durissimo per essere affiliati, un po' perché il conflitto con le istituzioni viene accuratamente evitato.

 

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Da cosa si deduce che la 'ndrangheta è oggi il sistema criminale più forte e pericoloso? Dal fatto che i cosiddetti collaboratori di giustizia, vale a dire coloro che si pentono e decidono di fare rivelazioni a polizia e carabinieri, abbondano tra i camorristi e in parte tra i mafiosi, ma sono rarissimi tra gli affiliati alla 'ndrangheta.

Per Gratteri, «se arrestate quaranta camorristi a Napoli, almeno quindici diventano collaboratori di giustizia, e si portano appresso tutti i parenti. In Calabria, diventano collaboratori di giustizia quattro-cinque persone al massimo ogni mille, anche se ogni anno ne arrestiamo migliaia. Questo anche perché un 'ndranghetista che si pente viene considerato morto dalla famiglia».

Su cosa si basa allora la fortuna della 'ndrangheta? Su una struttura militare altamente organizzata, sul fatto che molti calabresi si sono addirittura trasferiti a vivere in quei paesi del Sudamerica dove acquistano la droga da rivendere in Europa, e su un calcolo semplicissimo: in Colombia con mille euro si compra un chilo di cocaina purissima, che viene subito tagliata al venticinque per cento, così il peso si moltiplica per quattro. Se si considera che ognuno dei quattromila grammi ottenuti verrà rivenduto tra i cinquanta e i cento euro l'uno, il ricavato finale di quei mille euro iniziali diventa una cifra che non sarebbe possibile ricavare da nessun altro tipo di investimento.

 

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In Fiumi d'oro si parla quindi espressamente di queste quantità di denaro che gli 'ndranghetisti non riescono nemmeno a spendere perché, con poche eccezioni, fanno una vita non ostentata, quasi sottotraccia. Questa è una delle loro caratteristiche: mantenere il profilo basso è una scelta di vita.

Non sono nemmeno in grado di riciclare il denaro da soli, ma dispongono di una schiera di professionisti esterni che mettono la loro professionalità al servizio dell'organizzazione criminale per riciclare: un trafficante di cocaina non è in grado di spostare soldi, ma un commercialista sì. Davanti a questa realtà, è molto difficile parlare di contrasto alle mafie, se i colletti bianchi e i pubblici amministratori sono disposti a vendersi.

Come la ‘ndrangheta investe i soldi del traffico di droga. Ce lo racconta Nicola Gratteri

Secondo Gratteri, il punto di svolta della 'ndrangheta è stato la strage di Duisburg, avvenuta nell'omonima cittadina tedesca il 15 agosto del 2007, durante la quale sei giovani calabresi vennero assassinati davanti a un ristorante italiano, all'interno della cosiddetta "faida di San Luca" che mieteva vittime dal 1991. Il fatto di aver commesso questa strage in Germania, oltre ad aver gettato nel panico le autorità tedesche, del tutto impreparate a investigare su quel tipo di crimine, ha costretto le polizie di mezza Europa a occuparsi della 'ndrangheta, considerata fino a quel momento un fenomeno strettamente locale limitato alla Calabria.

La 'ndrangheta ha quindi cessato da molto tempo di essere un fenomeno locale: non per niente, dopo Duisburg anche gli Stati Uniti, oltre ad altri Paesi europei, hanno inserito l'organizzazione nelle loro liste nere. Tuttavia, Gratteri è contrario all'istituzione di una procura federale europea per contrastare la malavita organizzata, come è stato a volte auspicato, perché ritiene che sarebbe un passo indietro rispetto alla situazione italiana, che è più avanzata dal punto di vista investigativo, ma che essendo un paese debole non sarebbe in grado di imporre il proprio sistema. Del resto, quello che è accaduto negli ultimi due anni col terrorismo dimostra che l'Europa non è preparata ad affrontare certe situazioni. PerGratteri, che ha lavorato con tutte le polizie europee e americane, la nostra polizia giudiziaria è la migliore al mondo, ma potremmo correre il rischio che una unificazione europea cancelli decenni di positiva legislazione antimafia.

 

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Le mafie sono state sempre combattute antropologicamente, come prodotto di un Sud arretrato rispetto al Nord, ma si sono affermate grazie al connubio tra potere economico, politico e sociale, offrendo ad esempio lavoro in cambio di voti, e questo è un concetto esportabile: non per niente, mafia e 'ndrangheta si sono affermate in regioni come la Lombardia, o addirittura in Canada e in Australia, dove sono arrivate a corrompere i politici locali.

La corruzione è il terreno in cui le organizzazioni mafiose proliferano: sono stati davvero in tanti a cercare un modo non legale di avere introiti tali da non abbassare il proprio livello di vita a dispetto della crisi, ma se trent'anni fa era il mafioso ad andare a casa del politico per chiedere favori, ora è il contrario. Questo è molto triste, ha concluso Gratteri al termine dell'incontro in cui ha trattato i punti salienti di Fiumi d'oro,  perché significa che le mafie sono più forti di chi ci vuole governare. Purtroppo, non dobbiamo pensare che i politici vengano da Marte, perciò, quando ci lamentiamo di loro dovremmo ricordarci che sono degli italiani, e che li abbiamo votati noi.

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