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“Come fossi solo” di Marco Magini

Marco Magini, Come fossi soloUn risveglio. Un biglietto sul tavolo. Un gin tonic e del ghiaccio. Poi una tv accesa, un uomo che parla a se stesso, una rassegna di fotografie. Il passato. Un impeto d'odio. Distruzione e infine il sangue che scorre tra le mani. Ora.

Dev'essere stato difficile per Marco Magini scrivere l'inizio di Come fossi solo (Giunti, 2014), concentrarsi su qualche scena in particolare e scegliere a chi dare voce, perché di romanzo polifonico si tratta, e i tre protagonisti si passano la palla senza che nessuno di loro sappia esattamente cosa farne, se non guardarla come gli fosse rimasta incollata alle dita e per di più pesasse chili e chili.

È un fardello insopportabile quello del massacro di Srebrenica per Dirk, soldato olandese delle Nazioni Unite (è lui che segna l'incipit appena raccontato), per il giudice spagnolo della Corte Penale Internazionale Romeo González e soprattutto per Dražen, nato in Bosnia da genitori croati e arruolato nell'esercito serbo. Ognuno di loro si ritroverà con le sue colpe, le sue recriminazioni e le sue domande senza risposte, molte: un vero leitmotiv del libro questo coagulo di interrogativi ai quali nessuno ha potuto trovare spiegazioni, nemmeno la storia, tanto meno la legge.

La narrazione alterna la prima persona al tempo presente dei due soldati con la terza al passato del giudice Romeo, in un flusso continuo di coscienze sbandate, scosse dalla sconvolgente potenza del male, che poi è l'uomo, e dal fatto, inevitabile e indiscusso, che non c'è vittoria di fronte alla guerra, mai e comunque.

La voce più forte è quella di Dražen, contraddizione vivente che va incontro all'orrore di questa inutile lotta fratricida e che sputa frasi come «Se ho delle responsabilità non le voglio sentire, non sono io a premere il grilletto e questo mi basta per dormire la notte», e poi, parlando dei commilitoni, dice di Goran «fa quello che c'è da fare senza troppe discussioni» e di Cedomil «ama la guerra e non lo nasconde» e ancora «è stata la guerra a dargli un ruolo nella società. La guerra gli ha dato una ragione di esistere, la guerra lo ha fatto sentire speciale per la prima volta nella sua vita e lui intende godersi questa sensazione fino in fondo»; e in seguito dirà di sé amaramente «Cazzate. Non ci si abitua mai al pensiero della morte, non io».

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Marco MaginiMa non ci sono soltanto le vite di tre persone a fare da contorno alla strage di Srebrenica. C'è anche il calcio di Boban al poliziotto sul campo della partita Dinamo Zagabria-Stella Rossa di Belgrado del 1990 (basta vedere su YouTube), ci sono colpi di mortaio e granate e carri armati, violenze sessuali che rendono partecipi contro la propria volontà e in un attimo un minimo di eccitazione si trasforma in disgusto e poi vomito, l'esecuzione in diretta di un bambino, una lista di nomi che cinquant'anni dopo richiama alla memoria quella di Schindler ma che non ebbe la stessa fortuna, la fase processuale che porta cinque giudici a dibattere su una decisione per niente scontata (si nominano anche il processo di Norimberga e l'architetto Albert Speer per avvalorare alcune ipotesi) e ovviamente un fiume di morte che arriva fino ai giorni nostri.

 

Difficile anche per me, lo ammetto, scrivere questa recensione dopo che del romanzo si era detto di tutto e fioccavano i commenti, gli articoli di una rassegna stampa in espansione continua. Scritto da un ventinovenne laureato in Politica Economica Internazionale, Come fossi solo non si può che “giudicare” (concedetemi il termine) in maniera positiva: messe facilmente da parte qualche ingenuità di sorta e alcune imprecisioni relative alla lingua slava (dettagli che ho scoperto leggendo altre recensioni ma sui quali sorvolo perché ritengo del tutto superflui), denota uno stile che molti hanno definito asciutto (termine un po' inflazionato e abbastanza vago, sarete d'accordo), ma che a me piace definire “vero”. Magini è giovane e sa quello che dice, lesina sulle parole per usare quelle giuste (come direbbe Carver, usa «un linguaggio comune ma preciso»); il suo, insomma, è uno stile onesto (e qui invece mi viene in mente Čechov, che diceva «verità e onestà sono alla base della buona scrittura»), che si avvicina alla verità delle cose, così come devono essere raccontate. Ed ecco che allora le atrocità che si sono consumate in una “terra dimenticata da Dio” o “terra di nessuno”, così come la definisce lui, ci riportano a quel maledetto luglio del 1995. Vorremmo non fosse successo davvero. Vorremo dimenticare. Ma non è possibile.

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