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Come difendersi dall’odio online?

Come difendersi dall’odio online?Nell'era di internet è aumentata la libertà di espressione oppure la Rete rende tutti bersagli più esposti e meno tutelati?

Cyberbullismo, troll e haters sono tra le più diffuse manifestazioni di odio online. Ma cosa le caratterizza rispetto alle tradizionali forme di odio razziale, politico o religioso?

Giovanni Ziccardi è professore alla Facoltà di Giurisprudenza dell'Università degli Studi di Milano, dove tiene anche corsi post-laurea in Informatica Giuridica, Computer Forensics e Investigazioni Digitali. È autore di libri e scritti sul tema della libertà e delle sue violazioni, sui crimini informatici e le nuove tecnologie.

In L'odio online. Violenza verbale e ossessioni in rete (Raffaello Cortina Editore, 2016) descrive le varie forme di manifestazione di odio in rete, le sue peculiarità nonché le differenze rispetto a quelle tradizionali.

Le forme di odio online originano una “immaginaria piramide”. Come riconoscerle? Come difendersi? Abbiamo chiesto informazioni e delucidazioni direttamente a Giovanni Ziccardi in un'intervista.

 

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Tra cyberbullismo, troll e haters il mondo dell’odio online sembra davvero molto variegato. Proviamo a circoscriverne le caratteristiche specifiche anche rispetto all’odio offline e le ragioni della diffusione?

Nel mio libro ho diviso l’odio in tre grandi categorie, sia online sia offline.

La prima è quella delle espressioni d’odio in senso stretto, richiamandomi alla tradizione giuridica e politica post seconda guerra mondiale. In tal senso per espressioni d’odio vanno intese quelle espressioni volte a istigare odio politico, razziale o religioso e anche, nei tempi più recenti, omofobico o, comunque, contro minoranze ben individuate.

Il secondo, grande ambito dell’odio è il cosiddetto odio interpersonale, dove a generare espressioni d’odio da una persona verso un’altra (o da più persone verso una singola) sono temi non solo correlati alla politica, alla razza o alla religione ma anche argomenti comuni.

Il terzo ambito è il terrorismo che si basa, in tutto il mondo, anche sulla propaganda d’odio, ossia da un lato l’esaltazione delle azioni e degli attentati nel tentativo di trovare adepti e di radicalizzare i simpatizzanti e, dall’altro, la denigrazione dei nemici politici.

Le caratteristiche specifiche dell’odio online sono la capacità di amplificazione del danno, la persistenza delle espressioni d’odio in rete, la capacità di “tornare” in maniera imprevista e la possibilità che sia trattato con sistemi automatizzati di natura semantica. Nel primo caso, l’amplificazione del danno, non sempre chi odia in rete è consapevole della potenza che hanno le espressioni circolanti in internet. Nel secondo caso, la persistenza, l’odio rimane per sempre in rete, una volta pubblicato, e ha successo a seconda di quanto la discussione diventi “di tendenza”.

Come difendersi dall’odio online?

È possibile definire un identikit dell’odiatore online? Come possiamo riconoscerlo e difenderci?

È molto difficile perchè l’odio è diventato, in un certo senso, “comune”. Non è più solo correlato a grandi temi quali il razzismo, la religione o la politica, ma si può generare da ogni tema. Quindi a diffondere espressioni d’odio può essere, come una volta, l’estremista (di qualsiasi fazione politica) ma anche il semplice utilizzatore di internet che decide di alimentare un dibattito con toni violenti. La difesa può essere o evitando la discussione, o segnalando alle forze dell’ordine o ai gestori della piattaforma le espressioni offensive o, infine, cercando, con la “controparola” (non d’odio, ovviamente) di fare ragionare l’altra parte.

 

Quale ruolo svolgono i social network nella diffusione e radicalizzazione dell'odio online?

I social network sono oggi una piattaforma importante sulla quale circolano la maggior parte delle espressioni d’odio semplicemente per il fatto che su di esse circolano la maggior parte delle espressioni online umane in generale. Questo è il motivo per cui i gestori di tali piattaforme sono da anni attenti a cercare di capire come fare per contribuire a limitare la circolazione delle espressioni d’odio senza intervenire sul diritto fondamentale di libertà di manifestazione del pensiero o a come riuscire a intervenire in tempi rapidi sulle segnalazioni degli utenti. In alcuni Stati, ad esempio la Germania e la Francia, si sostiene da tempo che i gestori delle piattaforme non facciano abbastanza per contenere l’odio (e in alcuni casi, anzi, lo agevolino perché genera profitti), per cui cercano di concordare insieme alle grandi società delle politiche di “reazione” che siano efficaci e che tutelino le minoranze, soprattutto in periodi di forti sconvolgimenti politici.

 

Nella “immaginaria piramide” dell'odio digitale lei colloca al vertice «le espressioni e le azioni di odio così come sono disciplinate a livello internazionale, politico e normativo, spesso con accordi tra stati». In cosa consistono esattamente queste manifestazioni di odio e perché le colloca in cima alla piramide?

È l’idea di odio che si è diffusa nel mondo dopo l’olocausto e la soluzione finale programmata dai nazisti. Mai, prima, si era visto l’odio dell’essere umano nei confronti dei suoi simili arrivare a simili livelli, non si credeva possibile. Da allora, dopo le ceneri di Berlino e della seconda guerra mondiale, si elaborò un’idea di odio e di propaganda che voleva punire, in primis, le espressioni d’odio correlate alla razza, alla politica o alla religione. Ciò perché si erano rivelate “sul campo” le più idonee a creare totalitarismi, a generare persecuzioni e stermini, a funzionare da propaganda razzista, ad accendere genocidi. Questo è il motivo per cui tali espressioni sono anche definite “espressioni d’odio in senso stretto”: per la loro capacità nociva.

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Alla base di detta piramide invece si trovano quelle espressioni non considerate di odio né offensive. Di cosa si tratta e in base a quali criteri è possibile stabilire se qualcosa sia offensivo o meno?

Si tratta di tutte quelle espressioni che possono essere accese, o violente, o offensive, ma che non sconfinano nell’istigazione all’odio o alla violenza politica, religiosa e razziale. In questo caso la percezione della offensività è soggettiva, e sono espressioni che possono dar vita ad altri reati (ad esempio la diffamazione) ma che non si ritengono idonee a generare, ad esempio, discriminazione nei confronti di minoranze o a istigare violenza nei loro confronti.

 

Nel testo lei sottolinea l'importanza di non divulgare espressioni tecnicamente scorrette e cita tra i vari esempi «le parole del presidente del Consiglio italiano Matteo Renzi, con la suggestiva idea di “taggare” i potenziali terroristi» e «l'approccio di Donald Trump nel corso della campagna presidenziale statunitense del 2016, con la surreale proposta di chiudere internet negli Stati Uniti d'America». Perché alcuni capi di Stato e/o di governo, in carica o candidati, tendono a una generica criminalizzazione della rete?

La politica ha sempre, nel corso degli anni, criminalizzato la rete, perché la rete è spesso il primo soggetto visibile in una catena di responsabilità e, soprattutto, perché vi è un timore diffuso, in tutti i legislatori, nei confronti dell’informatica e nei confronti del sapere tecnologico (meglio: di chi ha più sapere tecnologico dei politici). Ciò ha portato a norme che criminalizzano comportamenti, che prevedono responsabilità oggettive, che non stimolano l’imprenditoria e l’evoluzione tecnologica ma che, anzi, tendono a frenarla. Alcuni aspetti della rete quali, ad esempio, la crittografia, o un possibile anonimato, sono storicamente i punti che più preoccupano la classe politica.

Come difendersi dall’odio online?

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In L'odio online lei si sofferma a lungo sulla differenza tra l'approccio nordamericano e quello europeo. Perché, dopo il nazismo, gli europei tendono a limitare la protezione delle espressioni di odio?

Vi sono due grandi approcci, quello all’europea e quello all’americana. In Europa abbiamo vissuto la seconda guerra mondiale sul nostro territorio, con milioni di ebrei sterminati e con partiti totalitari che hanno fatto dell’uso delle espressioni d’odio la loro forza politica. Vi è quindi un approccio più concreto, volto a far sì che il governo possa intervenire per regolare anche un aspetto così delicato come quello della parola e della opinione al fine di impedire che determinate situazioni si ripetano.

Negli Stati Uniti invece vi è l’idea, tutelata dalla Corte Suprema, che il governo non debba intervenire nel mercato delle idee altrimenti si rischia una alterazione degli equilibri del mercato stesso, dal momento che comunque l’idea “buona”, anche nel confronto con le idee d’odio, alla fine riuscirà a emergere. Qui vi è l’idea che il legislatore non si possa permettere di intervenire come “guardiano della mente” del cittadino.

Sono due aspetti – e approcci – molto diversi tra loro ma con entrambi una grande tradizione costituzionale.

Come difendersi dall’odio online?

L'odio razziale, pur essendo una delle espressioni maggiormente lesive della dignità umana, rimane purtroppo una delle manifestazioni di odio più diffuse. Cosa è cambiato al riguardo oggi rispetto al passato? L'uomo bianco continua consciamente o inconsciamente a lavorare per mantenere inalterata la propria superiorità?

Oggi non è cambiato molto rispetto agli inizi del Novecento se non nell’uso dei mezzi per diffondere le idee di superiorità. Una cosa molto particolare, che si nota, è che l’odio razziale oggi è strettamente connesso a eventi politici e di cronaca, per cui in momenti di emergenza (ad esempio: una crisi politica di gestione di flussi migratori) si notano picchi d’odio (che spesso si sgonfiano in pochi giorni). È come se l’odio razziale in rete fosse fluido, strettamente connesso agli eventi.

Inoltre è abbastanza comune la generazione di odio razziale anche in casi non politici ma, ad esempio, di costume. Un caso clamoroso furono gli attacchi razzisti a Miss America di alcuni anni fa, la cui unica colpa era quella di avere sangue indiano nelle vene.


Leggi tutte le nostre interviste a scrittori.

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