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Coetzee, Moehringer e la terra della gioventù

John Maxwell CoetzeeArticolo pubblicato nella webzine Sul Romanzo n. 1/2014.

Immaginate una terra dura come il grano tostato e una luce che spezzi le montagne. Immaginate una corsa di giovani fanciulle in peplo e dei ragazzi che le inseguono in tunica, con tanto di calzari ai piedi. Sono leggeri e inermi, sono sicuri che ciò che li aspetta è una spiaggia dalla grana così sottile da dover essere assaggiata per accertarsi che non sia zucchero. Immaginate di sedervi in mezzo alla loro corsa e di osservarli e non comprendere più perché una volta voi eravate uno di loro. Immaginate ora di guardare sotto di voi e di scoprire che appena oltre la sabbia c’è un altro mondo, parallelo e opposto, dove un ragazzo si è seduto in mezzo alla vostra corsa e vi osserva e si chiede: «Com’è possibile che io ora sia uno di loro?»

Lo so, lo sforzo che vi chiedo è sempre più profondo, smuovo paletti che con tanta fatica avete conficcato nella vita che state stendendo sotto i vostri piedi, ma permettetemi di farlo, anzi proviamo a farlo insieme. La terra su cui cammineremo con il quinto numero della rubrica Voglia di Protagonismo è quella degli scrittori e dei poeti, ma non quella che vivono o hanno vissuto, bensì quella che ritenevano di dover vivere mentre scrittori e poeti tentavano di diventare, anche a loro insaputa. La terra della gioventù, la terrà dell’inevitabile assoluto che continua a rimanere sotto di noi ogni giorno e oppone il suo rifiuto alle ragioni economiche, sociali ed emozionali con cui abbiamo risposto alle sue critiche. Quando si esplora una nuova terra è utile avere una buona guida: noi ne avremo due. Due protagonisti di due ricerche molto diverse intrappolate in due romanzi autobiografici di formazione diversi per stile, ritmo narrativo ed emozioni che si vogliono suscitare nel lettore, ma accomunati dal coraggio di guardare dritto negli occhi quel mondo parallelo e opposto che ci segue e persegue per tutta la nostra esistenza. Parleremo di Gioventù di John Maxwell Coetzee (prima edizione in lingua originale, 2002;, Einaudi, 2002) e de Il bar delle grandi speranze di J.R. Moehringer (prima edizione in lingua originale 2005;x) e, quindi, parleremo di John e J.R. , protagonisti che condividono con i loro creatori il nome, lo sguardo sul mondo, la difficoltà di affermare che la strada migliore sia una e una sola e la necessità di somministrare questo dubbio ai propri lettori.

In un articolo del 2001 dedicato a Robert Musil, Coetzee analizza l’opera I turbamenti del giovane Törless, altro romanzo fortemente autobiografico in cui Musil racconta la violenza e il sadismo in un collegio maschile dei primi del Novecento. Törless è un personaggio che vive una profonda crisi, morale, sessuale ed esistenziale, dopo aver partecipato all’umiliazione di un compagno, e su questa crisi e sul suo superamento si fonda la narrazione di Musil. Ciò che interessa maggiormente Coetzee è la necessità che prova Törless di mettere in discussione il proprio comportamento e di osservare gli inquieti interrogativi che ne possono derivare. Coetzee decide di non credere alla versione che fa intravedere al lettore Musil, ossia alla possibilità di non mettersi in discussione con il passare degli anni, di smettere di osservare cosa accade sotto e dentro di noi. «In un mondo in cui Dio non detta più le regole, in cui è il filosofo-artista a dover indicare la strada, è giusto che l’analisi dello scrittore arrivi a mettere in scena i propri impulsi più oscuri? […] L’arte ha sempre la meglio sulla morale?»[1] Questo interrogativo è l’interrogativo su cui viene costruito il protagonista di Gioventù. Siamo negli anni Settanta e John decide di tagliare la sua vita orizzontalmente. Un colpo netto alla sua terra (il Sudafrica), ai suoi amici e alla sua famiglia, a sua madre, a tutto ciò che lo vuole far continuare a essere ciò che non è. Perché John sa benissimo ciò che non vuole (non vuole diventare l’impiegato di una multinazionale livellatrice, non vuole avere un rapporto stabile con una donna, non vuole sentire sensi di colpa per ciò che non dice o non fa per la sua famiglia), tutte cose che poi finirà per fare, inevitabilmente, e da cui tenterà di scappare in maniera assoluta e rovente, lasciando tutti sbigottiti. O almeno è questo che lui penserà e lo penserà perché quel senso di colpa da cui tenta di fuggire lo inseguirà per tutto il romanzo, costringendolo ad analizzare e ri-analizzare, senza sosta, ogni sua azione compiuta o ancora da compiere e le relative conseguenze. Dalla lotta con se stesso John uscirà spesso sconfitto e questo lo porterà a isolarsi sempre di più, con la speranza che la sua presunta diversità lo porti più vicino al suo desiderio più profondo: essere un artista. Ma un artista non rispetta le regole, è un dato di fatto secondo John, lo pensano tutti, è la regola che il mondo gli ha dato e a John le regole piacciono, le regole sono la sua griglia di riferimento. Ed è qui che il suo sistema entra in conflitto con se stesso e lo blocca. Ma non è proprio nella frattura della regola che si nasconde il pensiero? Domande. A John piacciono molto le domande, se le pone e ce le pone a grappoli, come uva matura e dolce, non riesce a smettere di inanellarle, ancora e ancora, Coetzee arriva senza problemi a blocchi da 8, 10, 12 domande articolate e autoanalitiche, che il lettore legge infastidito e atterrito per la loro necessità e inutilità al contempo. Sono domande esistenziali, sono domande cui ognuno trova la sua risposta, ma per trovarla dovrà guardare al mondo di sotto, al suo parallelo e opposto e anche distogliere lo sguardo sarà considerata una risposta. Anche J.R. è alla ricerca di un se stesso da scegliere, ma per farlo usa un metodo molto diverso. Mentre John sceglie l’isolamento, la ricerca di J.R.passa per gli altri.

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J.R. MoehringerDegli altri e delle loro esperienze J.R. si nutre senza ritegno: «La gente non capisce quanti uomini ci vogliono per fare un brav’uomo. […] Per costruire un uomo solido, ci vogliono tanti uomini quanti ne servono per costruire una torre»[2] Prima fra tutti sua madre, sarà lei a insegnargli la tenacia e l’immaginazione, sarà lei a permettergli di frequentare un bar che appare al lettore un gradevole frullato fra i personaggi che fluttuano nelle feste di Gatsby e gli avventori di un oscuro pub vittoriano (il nome scelto da Moehringer per il locale è Il Dickens), un luogo popolato da una miriade di personaggi minori portatori di consigli, nevrosi e decisioni mancate che faranno scoprire a J.R. la vera nemica da battere per poter osservare il mondo sotto i nostri piedi e poi tornare a quello intorno a noi: la paura. Lo scoprirà grazie a due personaggi (Bill e Bud) che la loro battaglia con la paura sembrano averla persa (vivono rinchiusi in una libreria senza clienti, passando tutto il tempo a leggere senza parlare mai con nessuno che non sia J.R.), eppure consigliano ancora di combatterla, rafforzando un’idea molto radicata nella cultura nord-americana: la necessità di combattere per ottenere ciò che si vuole, sempre e comunque, vedendo in questa strada l’unica possibile per il successo. E se domande se ne porrà molte anche J.R. durante gli anni della sua crescita, non metterà mai davvero in discussione il suo sistema di valori. Ne ha troppo bisogno. E tutti i personaggi che incontrerà serviranno solo a dimostrargli che il suo paradigma èinattaccabile. Lui amerà Bill e Bud, eternamente grato per le letture e le chiacchierate che gli avranno offerto, ma non penserà nemmeno per un attimo che la loro scelta di isolamento sia quella giusta. John, invece,partirà proprio da qui. L’isolamento per lui è l’unica scelta possibile per arrivare all’arte. Non c’è spazio nelle pagine di Gioventù per le strade di Londra, né per i suoi colori e tantomeno per i suoi abitanti, non ci sono i mille personaggi e i mille nomi di Moehringer a fare compagnia al lettore, ma solo demoni dostoevskijani e “la gente”. Un coacervo informe di uomini in abito nero e camicia bianca che fanno, realizzano e si muovono, mentre John cerca una strada che non trova e per questo si sente in colpa, per questo ha paura, non sa che fare, persistendo nella sua idea romantica dello scrittore diverso, incompreso, ribelle. Questa stessa scelta, però, è messa costantemente in discussione dal sistema di regole in cui è nato e cresciuto e che tutti gli altri sembrano riuscire a rispettare così bene. È per questo che, a un certo punto, il protagonista di Gioventù si rinchiuderà sempre più in se stesso, lasciando il lavoro e rintanandosi nel suo appartamento a tentare di scrivere, cibandosi di salsicce fatte di patate e di formaggio che produce lui stesso mettendo il latte a cagliare in una calza. «Non gli sono mai piaciute le persone che disobbediscono alle regole. Se si ignorano le regole la vita cessa di avere un senso: tanto vale togliere il disturbo, come Ivan Karamazov. Eppure Londra sembra piena di persone che ignorano le regole e la fanno franca. […] Cosa dovrebbe fare allora? Dovrebbe seguire l’esempio di Ivan? Dovrebbe seguire quello di Miklos?»[3] Domande. Domande continue, che renderanno spesso John insopportabile al lettore, perché non farà altro che guardare al mondo di sotto, utilizzandolo come metro di valutazione per quello di sopra, per poi capovolgere la prospettiva repentinamente e ricominciare. E voi? Riuscirete a rimanere immobili al centro di una corsa folle, mentre dall’altra parte del mondo non fate che scappare?

Per leggere gli altri articoli pubblicati sulla nostra Webzine n. 1/2014, clicca qui.



[1]J.M. Coetzee, Lavori di scavo, a cura di Paola Splendore, traduzione di Maria Baiocchi, Einaudi, 2010.

[2]J.R. Moehringer  Il bar delle grandi speranze, traduzione di Annalisa Carena,  Piemme, 2007.

[3]J.M. Coetzee, Gioventù , traduzione di Franca Cavagnoli, Einaudi, 2002.

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