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Ci si abitua a tutto. “Viaggio nel buio” di Jean Rhys

Ci si abitua a tutto. “Viaggio nel buio” di Jean RhysHo dovuto rileggerlo due volte per capire, non certo la trama poco importante, ma l’humus del personaggio, il “perché” della protagonista, il perché sia stata descritta in quel modo nel libro, che ho liberamente scelto di recensire, attratta dalla piacevole copertina di colore blu, dal titolo, Viaggio nel buio di Jean Rhys, che Adelphi Edizioni ripropone nella traduzione di D. Vezzoli.

Ho dovuto, dicevo, rileggerlo due volte per poter abbandonare la trama poco avvincente, isolare dal contesto il personaggio principale ed entrare nel suo animo, da subito impenetrabile o, in ogni caso, di difficile compenetrazione per il lettore.

Si, proprio così, perché Miss Anna Morgan, la protagonista del romanzo, non arriva facilmente al cuore del lettore, rimane imbrigliata tra le parole che la descrivono, quasi immobile nelle pallide pagine del libro.

 

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Scritto nel 1934, ambientato in Inghilterra, Viaggio nel buio racconta di una giovane donna, di anni diciotto, Anna Morgan, nativa delle Indie Occidentali, arrivata in Inghilterra con la matrigna Hester e con un piccolo bagaglio di ricordi.

Dapprima orfana di madre, dunque, alla morte del padre viene sradicata dalle sue radici e gettata in pasto alla vita, senza una seppur illusoria preparazione.

La scena si apre con Anna che è arrivata in Inghilterra:

«Fu come se fosse calata una cortina, nascondendo tutto ciò che conoscevo da sempre. Fu quasi come nascere un’altra volta. I colori erano diversi, gli odori erano diversi, la sensazione che mi davano le cose proprio in fondo all’essere era diversa».

Ci si abitua a tutto. “Viaggio nel buio” di Jean Rhys

Una Inghilterra quasi sempre sbiadita in tinte grigie, strappate da improvvise pennellate di colore solo allorquando Anna rievoca i luoghi natii:

«E a quell’ibisco – era così rosso, così fiero, con la sua lingua dorata che sporgeva. Così rosso che persino il cielo era solo il suo sfondo».

 

Di scena al Blue Walts, Miss Anna Morgan divide una stanza, affittata con fatica a causa del pregiudizio che all’epoca la società aveva per le donne di spettacolo e anche per il basso cachet, con la sua amica Maudie, che una sera la invita a uscire per bere un whisky e soda e in quella stessa sera conosce Mr Walter Jeffries.

Così inizia la sua discesa, il suo viaggio nel buio.

Attratto dalla riservatezza di Anna, Mr Jeffries, uomo benestante, molto più grande di lei, ha modi gentili che gli consentono di superare le iniziali paure di una fanciulla ancora vergine. A ogni appuntamento, Anna lo raggiunge a casa sua in Green Street e alle tre e mezza del mattino, prima che ella vada via, ogni volta, Jeffries apre la sua borsetta per lasciarvi cadere cinque sterline, garantendo per il suo mantenimento.

Anna Morgan, durante la relazione con Jeffries, è evanescente, dai contorni sfumati.

Un lettore romantico direbbe che ne è innamorata, ma non si rileva chiaramente nel libro, perché i sentimenti che ella esprime sono spesso controllati. Il pianto è contenuto, perfino la gioia è nascosta, è temuta.

Anna Morgan non sa abbandonarsi ai sentimenti, non sa esprimerli, forse li vive anche come una colpa, perché probabilmente non le hanno insegnato l’amore. Non lo ha visto. Anzi, l’insegnamento che sovente è ripetuto in più e diverse circostanze è quello che «ci si abitua a tutto», è l’invito a sopportare, a non ribellarsi, a ingoiare l’amaro destino, ancor di più se si è donna nel 1934.

Ci si abitua a tutto. “Viaggio nel buio” di Jean Rhys

Dapprima è la matrigna Hester a manifestare questo pensiero di vita:

«Oddio non mi piacerà questo posto non mi piacerà questo posto non mi piacerà questo posto – Ti ci abituerai continuava a dire Hester lo so che ti senti un pesce fuor d’acqua ma vedrai che ti abituerai – e adesso non fare quel muso lungo come diceva il tuo povero papà vedrai che ti abituerai...»

 

Successivamente, Miss Anna fa proprio il pensiero della matrigna Hester:

«Naturalmente ci si abitua alle cose, ci si abitua a tutto. Era come se avessi sempre vissuto così. Solo che qualche volta, dopo essere tornata a casa, mentre mi svestivo per andare a letto pensavo: “Dio mio, questo è un modo ben strano di vivere, Dio mio, come è successo?”»

 

E ancora:

«Presi i soldi da sotto il cuscino e li misi nella borsa. Mi ci ero già abituata, era come se li avessi sempre avuti».

 

Proprio per questa immobilità del personaggio, per la sua capacità di abituarsi a tutto in una sofferta rassegnazione, il lettore è imprigionato dalla sensazione di impossibilità di cambiare il destino. Nel susseguirsi degli eventi, la ballerina nativa delle Indie Occidentali non collabora con il desiderio, di chi legge, di vederla reagire, ma si lascia trasportare dagli avvenimenti.

Una risposta mi ha colpito di Anna Morgan, che è diventata per me rivelatrice del suo animo, quando Mr Jeffries le chiede:

«Ho aspettato una tua lettera per tutta la settimana scorsa» disse «e non mi hai mai scritto. Perché?»

«Volevo vedere se mi avresti scritto tu».

 

Questa non è la risposta di una fanciulla orgogliosa, ma di una ragazza bisognosa di amore, di sentirsi amata da qualcuno che veda il suo dolore e la vada a prendere per portarla via da lì.

Maudie Beardon, Laurie Gaynor e le altre ballerine sue amiche appaiono risolute e già svezzate per la vita che fanno, esse scelgono e si compiacciono della conquista di uomini ricchi che possano mantenerle, sebbene tutte sperino in una favola d’amore. Miss Anna Morgan no, non esprime nemmeno quale sia il suo sogno, quasi come se a lei non fosse stato concesso di sognare, portata troppo in fretta in una dura realtà.

Dopo la separazione da Mr Jeffries, altri uomini la possiedono, altri incontri finiscono con il gesto di aprire la borsetta per lasciarvi cadere le cinque sterline, fino a non sapere chi sia l’uomo che la feconda, amplificando così il deserto e la pena di Anna.

In realtà, il dolore non ha bisogno di urlare o di piangere per essere percepito da un attento lettore, Miss Anna Morgan ha gridato il suo dolore in tutto ciò che non ha detto e, soprattutto, in tutto ciò che non ha saputo fare, incatenata all’abitudine di sopportare.

Con ogni probabilità, Anna Morgan è la personificazione del dolore e della pena che ha vissuto la stessa Autrice. Gran parte della vita di Anna Morgan, infatti, corrisponde al periodo londinese in cui Jean Rhys, all’età di sedici anni, intraprese la carriera di ballerina di fila, riscuotendo poco successo e vivendo con le difficoltà di chi è lontano dai propri affetti e dai cari luoghi natii.

 

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Jean Rhys attraverso Viaggio nel buio ha buttato fuori di sé le sofferenze patite, come un parto, per liberarsi e dare nuova vita, senza urlare e senza ribellarsi ad esse, ma con una forza d’animo che disorienta allorquando scrive:

«Quando le loro voci si interruppero, il raggio di luce filtrò di nuovo sotto la porta, come l’ultimo affondo del ricordo prima che tutto venisse cancellato. Rimasi sdraiata a guardarlo e pensai a come sarebbe stato ricominciare da capo. Come nuova. E alle mattine, e alle giornate di nebbia, quando può succedere qualsiasi cosa. Ricominciare da capo, tutto da capo...»

 

E dunque, su questa visione di speranza mi domando se, alla fine, Miss Anna Morgan è più forte di quanto avessi intuito, perché ha fatto della forza di ricominciare un’abitudine. Ci si abitua a tutto.


Per la prima foto, copyright: Allef Vinicius su Unsplash.

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