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"Chiaroscuro", Danilo Chirico racconta luci e ombre della 'ndrangheta

"Chiaroscuro", Danilo Chirico racconta luci e ombre della 'ndranghetaChiaroscuro (Bompiani, 2017) è il primo romanzo di Danilo Chirico, calabrese trapiantato a Roma, giornalista e autore televisivo, oltre che presidente dell'associazione antimafia daSud.

Il protagonista, Federico Principe, è un giovane e ambizioso magistrato calabrese, che si è messo in luce conducendo inchieste impegnative e dichiarando senza mezzi termini ciò che pensa della 'ndrangheta, tanto che gli viene proposto di candidarsi a sindaco di Reggio Calabria. Per quanto dubbioso, Federico inizia ad accarezzare l'idea, sperando anche di cancellare il brutto ricordo lasciato dal padre, che anni prima aveva inspiegabilmente rinunciato alla candidatura a sindaco per motivi mai chiariti.

Subito dopo, però, nel corso di una festa a cui partecipano molti notabili cittadini, viene coinvolto in un oscuro episodio, che lo renderebbe facilmente ricattabile. Frustrato e deluso, Federico chiede il trasferimento a Roma, deciso a lasciarsi alle spalle la Calabria e i suoi problemi, anche se questo significa deludere amici e collaboratori:nemmeno nella capitale, tuttavia, è possibile liberarsi dai propri fantasmi personali, perché gli intrecci tra 'ndrangheta, criminalità comune e gestione del potere sono molto più fitti e complessi di quanto Federico potesse immaginare, e c'è sempre chi è pronto a ricordargli anche gli errori commessi dal padre.

"Chiaroscuro" è il mondo in cui si muove il protagonista, ma in cui ci muoviamo anche tutti noi, un mondo dove bene e male non sono mai distinti come forse si preferirebbe credere. Il ritmo della narrazione è incalzante, le situazioni e i fatti descritti  sono talmente verosimili da suscitare nel lettore l'impressione di leggere una grande inchiesta giornalistica più che un romanzo. Abbiamo fatto qualche domanda a Danilo Chirico su questa sua nuova esperienza letteraria, che arriva dopo diversi saggi sugli stessi temi che si ritrovano in Chiaroscuro.

 

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Lei ha già alle spalle una carriera importante come giornalista d'inchiesta e sceneggiatore, oltre all'impegno come presidente dell'associazione antimafia daSud. Quando e come ha deciso di trasferire in un romanzo gli argomenti di molte sue inchieste?

Chiaroscuro nasce per piacere e divertimento, bisogno di espressione e libertà. E naturalmente per la convinzione di avere una buona storia da raccontare. Una storia che avevo in testa da anni e che qualche tempo fa ha trovato finalmente la sua strada. Con un'intenzione letteraria che di certo subisce echi americani e richiami che vengono da lontano, fino a grandissimi maestri come Alvaro o Sciascia. Con un orizzonte preciso, che mutuo dalla frase (quasi una rivendicazione) che apre il profetico Le mani sulla città di Francesco Rosi: «I personaggi e i fatti qui narrati sono immaginari. È autentica invece la realtà sociale e ambientale che li produce».

Chiaroscuro insomma è questo. È un noir, fiction pura profondamente radicata nella contemporaneità con l'ambizione di volgere lo sguardo al futuro. Racconta la vita e le indagini di un magistrato con ambizioni politiche, Federico Principe, e della sua parabola professionale e personale che – in seguito a un fatto di sangue non chiarito – lo vedrà trasferirsi da Reggio Calabria a Roma. Una “partenza” a cui corrisponde una trasformazione: da strenuo combattente contro la 'ndrangheta e la corruzione a uomo in balia delle sue debolezze che cerca di cambiare vita e ricominciare. Le indagini e le storie di 'ndrangheta e malaffare – in Calabria, nella Capitale, negli Stati Uniti – si mescolano con la sua vicenda personale, gli amori, il rapporto con il padre, i suoi fantasmi.

È un romanzo di genere, un noir, che ha una sua precisa e originale identità, frutto di una ricerca linguistica rigorosa, di una miscellanea di suggestioni e linguaggi creativi e che prova a rispondere ad alcune esigenze personali, che mi sono reso conto essere collettive: la mancanza di un affresco di alcuni luoghi straordinari eppure trascurati dalla letteratura, un punto di vista nuovo sul rapporto tra la Calabria e il resto d'Italia, il processo di trasformazione economica e sociale che a causa delle mafie stanno subendo molte città italiane (in questo caso, Roma). Il desiderio di tracciare alcune linee per descrivere una generazione – quella dei trenta-quarantenni – irrisolta e irrequieta, generosa e insoddisfatta, capace di grandi slanci e piena di profonde contraddizioni. Incompiuta. E infine la voglia di rispondere ad alcune domande, che forse una vera risposta non ce l'hanno: che cosa è il potere oggi? è possibile tagliare i ponti con il passato e lasciarsi tutto alle spalle? È davvero tutta colpa dei padri se il mondo è diverso da come lo avremmo voluto o c'è una responsabilità (poco coraggio? Incapacità? Poca voglia?) di una generazione che s'è affacciata sulla scena pubblica e non ha saputo essere all'altezza della sfida epocale che aveva davanti?

"Chiaroscuro", Danilo Chirico racconta luci e ombre della 'ndrangheta

Secondo lei perché, a livello nazionale, della 'ndrangheta calabrese si parla molto meno che della mafia o della camorra, anche se si tratta ugualmente di un fenomeno criminale di vasta portata?

Dirompente forza militare e sconfinata liquidità economica. Raffinata abilità nelle analisi della globalizzazione e rara oculatezza nella selezione degli affari. Ossessiva cura delle tradizioni e meticoloso controllo del mercato della droga. Spregiudicata modalità di conquista dei territori e preziose relazioni con magistrati e forze dell'ordine. Imprevedibili rapporti ad alto livello e chirurgico ed efferato utilizzo della violenza. Ampio e trasversale consenso sociale tra i cittadini e formidabile capacità di adattamento ai contesti in cui si radica. Sono molte le caratteristiche che fanno oggi della 'ndrangheta la più potente delle mafie. Una, spesso trascurata, è tuttavia quella strategica: il silenzio. Nessuno la nomina, nessuno la conosce, nessuno la capisce davvero, la 'ndrangheta. Al punto che – come chiunque può rilevare leggendo un giornale o ascoltando la tv – sbagliano persino a scriverla o a pronunciarla. La scrivono n'drangheta, la pronunciano andrangheta. Succede troppo spesso, anche a giornalisti e intellettuali, politici e presentatori televisivi, persino a chi di mafie si occupa per mestiere. Lo sostenevo quasi dieci anni fa, è ancora così. Nonostante la 'ndrangheta sia ormai protagonista assoluta della scena italiana e mondiale. Naturalmente non è soltanto una banale questione di forma, è piuttosto il segno inequivocabile che mai nessuno l'ha presa sul serio. L'hanno derubricata a banale questione di banditi e cafoni, l'hanno confinata in fondo allo Stivale come se questo potesse scongiurarne l'ascesa, l'hanno considerata un problema locale, persino quando – nella stagione dei sequestri di persona – ha costretto il Paese a occuparsi di lei. Probabilmente perché la Calabria – e con lei la 'ndrangheta – è rimasta storicamente schiacciata dentro un cono d'ombra che le ha negato una rappresentazione di sé oltre il Pollino. Le ragioni sono profonde: è una regione piccola, poco popolosa ed economicamente fragile, non ha una tradizione informativa solida (il giornale più diffuso in Calabria è siciliano, nessun quotidiano nazionale ha una redazione locale), s'è trovata a subire una sorta di patto non scritto per cui il Paese l'ha considerata una terra persa per sempre e quindi non meritevole di attenzione, racconto, investimenti, perfetta quindi per le operazioni politiche o imprenditoriali più spregiudicate, quando non proibite. Soprattutto la Calabria ha avuto, ed ha, una classe dirigente – delegittimata dai fatti, spesso compromessa – poco ambiziosa e incapace di interpretare le esigenze dei cittadini e immaginare un qualche futuro possibile. E non ha saputo affrontare, e risolvere, le proprie contraddizioni di terra orgogliosa eppure rassegnata, chiusa dentro incomprensibili rancori e capace di generosi gesti di accoglienza.

La 'ndrangheta – mente raffinata e braccio violento – ne ha approfittato: tenendo la sua base in Calabria, ha scelto l'inabissamento e il lavoro nell'ombra, ha sfruttato la crisi di Cosa nostra, cavalcato e piegato ai propri fini le leggi del capitalismo, lo strabismo interessato e spesso complice delle classi dirigenti, la poca curiosità dei media nazionali e l'incapacità di intellettuali e studiosi di interpretare il presente. Il risultato – sotto gli occhi di tutti quelli che vogliono vedere – è un'organizzazione criminale dotata di una straordinaria capacità di stare nel potere, essere potere. La mafia più ricca e potente e, al contempo, la più sconosciuta.

 

Quanto ha in comune la sua scelta di continuare a occuparsi dei problemi della Calabria pur vivendo a Roma con la scelta del protagonista del suo romanzo, Federico, magistrato che anche dopo il trasferimento nella capitale si ritrova a indagare sulla sua regione di provenienza?

Ho scritto questo romanzo rivolgendo lo sguardo e il pensiero alle mie due città, Reggio Calabria (dove sono nato e cresciuto) e Roma (che ho scelto per vivere e lavorare). Il racconto che ne è venuto fuori è stato il frutto della ricerca della parte più libera e incerta di chi le abita e le anima e anche di chi ha deciso di lasciarle. Sembra una frase fatta, ma – lo dico davvero - Chiaroscuro senza queste due città non sarebbe mai stato scritto. Perché Reggio Calabria e Roma non sono soltanto i luoghi principali in cui si svolgono i fatti, ma sono due vere e proprie coprotagoniste del romanzo: sono due città molto differenti – per dimensioni, storia, caratteristiche, sentimenti – eppure le loro vicende si intrecciano ogni giorno di più: per ragioni legate all'emigrazione (tantissimi giovani di Reggio Calabria scelgono Roma per motivi di studio o lavoro, per cercare una propria dimensione), per ragioni economiche, per ragioni criminali. Sono convinto infatti che deve ancora emergere il quadro reale del potere della 'ndrangheta nella Capitale.

Ma c'è di più. La verità è che il disagio sociale e la povertà, la corruzione e le mafie, le classi dirigenti inadeguate e una certa tendenza alla rassegnazione sempre più diffusa le stanno avvicinando: non è ancora evidente a tutti, ma Reggio Calabria e Roma si somigliano sempre di più. Chiaroscuro in qualche modo costruisce un asse – politico e criminale, ma anche economico e sociale – che mette in relazione, direi tiene insieme, questi due mondi.

 

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"Chiaroscuro", Danilo Chirico racconta luci e ombre della 'ndrangheta

In Chiaroscuro sono comunque i toni scuri a prevalere, anche nei personaggi positivi: Federico, ad esempio, non è certo un eroe senza macchia e senza paura, ma presenta molti aspetti contraddittori, se non francamente negativi. Perché questa scelta?

Nella vita reale, quella di ogni giorno, la dicotomia bianco-nero o buono-cattivo non ha senso. Banalmente non esiste. Piace ai media ed è frutto di una costruzione manichea che serve a rassicurare, a farci sentire buoni (anche quando diciamo, pensiamo, facciamo le cose dei cattivi). Il risultato è una lettura superficiale delle cose del mondo e, forse, il principio di un drammatico passaggio di senso: ci sentiamo dalla parte giusta e tentiamo ottusamente di tenere i problemi distanti da noi. La conseguenza è che invece di essere una parte della soluzione, diventiamo parte del problema.

Il magistrato Federico Principe, come tutti i personaggi - come tanti - non è né buono né cattivo: sceglie ogni giorno da che parte stare, con fatica. In un percorso personale sincero e doloroso, pieno di curve, imparando ad accettare contraddizioni e ansie, attraversando momenti di ribellione e altri di rassegnazione. Non tutto sta nelle nostre mani, non tutto è sotto il nostro controllo. I cavalieri senza macchia e senza paura esistono solo nelle favole. Prima facciamo pace con tutto questo, meglio è.

 

Ci può raccontare qualcosa della sua esperienza a capo di un'associazione antimafia? Che speranze nutre per il futuro?

L'associazione daSud nasce ormai 12 anni fa per costruire la possibilità di un racconto della realtà scevro da pregiudizi, certezze, stereotipi. Per costruire un nuovo immaginario delle mafie e dell'antimafia. Per ragionare attorno ai nuovi linguaggi creativi al servizio dei diritti sociali e civili. Nasce in un momento in cui sentivamo – ma sentiamo ancora molto forte – la mancanza di intellettuali capaci di affondare il coltello nella complessità del presente. Basta guardarsi intorno, vecchie ricette, vecchi racconti, vecchie strategie: un fallimento e l'impossibilità di comprendere le trasformazioni del mondo. In questo senso - dal principio – abbiamo cercato di stimolare una riflessione culturale e sociale, di tenere insieme cultura e sociale, creatività e realtà, sperimentazione di linguaggi ed educazione non formale. Abitare un'associazione come daSud per scrittori, giornalisti, registi, attori insomma è stata ed è una cosa naturale. Oggi che abbiamo dato vita all'Accademia Popolare dell'Antimafia e dei Diritti dentro una scuola della periferia di Roma ancora di più.

Ma  la straordinarietà di daSud – per me – è avere avuto l'occasione di vivere dentro le contraddizioni, di stare a contatto con i bisogni delle persone e con la vita vera, di lavorare al fianco di giovani e giovanissimi. Di vivere le periferie, non soltanto di raccontarle come semplici visitatori. DaSud mette le mani nei problemi, cerca strade nuove e soluzioni e si accolla il rischio di sbagliare. Stare nel gorgo delle vite ti impedisce di dimenticare le ingiustizie e i bisogni, di dimenticare chi sei e da dove vieni.


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