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Chi sono gli ultimi ragazzi del secolo? Ce lo racconta Alessandro Bertante

Chi sono gli ultimi ragazzi del secolo? Ce lo racconta Alessandro BertanteVivere per non dimenticare. Scrivere per testimoniare. Leggere per ricordare. Si può sintetizzare in questo modo l’intima essenza de Gli ultimi ragazzi del secolo di Alessandro Bertante, romanzo uscito lo scorso 20 gennaio per Giunti e che narra del viaggio intrapreso dall’autore nell’estate del 1996 nei Balcani ancora feriti dalla guerra.

I personaggi che il narratore incontra sono sopravvissuti, non solo in quanto scampati a un destino altro, piuttosto perché condannati a vivere senza poter mai dimenticare l’orrore cui hanno assistito. La stessa sensazione che grava su chi, attraverso il potere della scrittura, sente il dovere di testimoniare per mantenere viva la memoria, una memoria che, a sua volta, è un diritto, soprattutto per chi, in quegli anni, ancora non era consapevole di convivere con una guerra che si combatteva praticamente fuori la porta di casa propria. Era l’estate del 1994, ero una bambina in villeggiatura con la famiglia sulla costa adriatica, e quasi ogni giorno vedevo il cielo limpido della mia stagione più spensierata solcato dagli aerei della Nato che pattugliavano la no fly zone. Mi chiedevo dove andassero e perché. Probabile: se a distanza di anni quella reminiscenza è riemersa prepotente durante la lettura è il segno tangibile che una traccia deve essere rimasta, benché nel frattempo sommersa da ricordi più lieti. Ma se i bambini non dimenticano, cosa è stato di quei ragazzi di una o due generazioni più grandi rispetto alla mia, quella generazione della quale Bertante si fa, in questo suo libro, né interprete né portavoce ma messaggero quasi involontario?

Ne parliamo direttamente con lui, in quanto narratore e protagonista stesso della vicenda raccontata in Gli ultimi ragazzi del secolo.

 

Chi sono e cosa rappresentano veramente “gli ultimi ragazzi del secolo”?

Sono i ragazzi che hanno avuto vent’anni per l’ultima volta nel Novecento ‒ ovvero la generazione nata fra la fine degli anni Sessanta e la fine degli anni Settanta – cresciuti durante la guerra fredda con delle categorie interpretative ideologiche novecentesche, per certi versi ancora moderne, ma allo stesso tempo proiettati inevitabilmente verso la nuova era della comunicazione globale. Una generazione di mezzo che non ha saputo creare una consapevole narrazione di se stessa.

 

Come racconterebbe, in breve, gli anni Ottanta a chi non li ha vissuti perché troppo piccolo o non ancora nato?

Gli anni Ottanta furono un periodo di cambiamenti frenetici sotto tutti punti di vista. Durante il decennio l’Italia perse ogni arcaismo e ogni memoria rurale del secondo dopoguerra per diventare un Paese apparentemente dinamico e al passo con il resto d’Europa. Ma furono anche anni di inganni e illusioni, sia che riguardassero la promessa di un eterno benessere economico e di una borghesia omnicomprensiva, sia che portassero migliaia di giovani a morire per overdose di eroina. Certo scorreva energia e si creavano nuove figure ma, a un occhio attento, già allora pareva che quel percorso pacchiano e sbriluccicante fosse destinato verso un angolo cieco.

 

Qual è il filo che annoda gli anni Ottanta alla guerra nei Balcani? Esiste un punto di intersezione, un rapporto di causa-effetto preciso, al di là degli avvenimenti di quel fatale 1989?

Non c’è nessun filo conduttore diretto se non una crisi economica devastante causata dalla fine del blocco socialista e delle sue dinamiche di scambio interne. Ma io credo che gli anni Ottanta durino di più del loro naturale decorso e si concludano con la fine della guerra civile in Bosnia. Nella seconda metà degli anni Novanta avviene un punto di svolta, finisce la post modernità e comincia l’epoca nella quale stiamo vivendo, impossibile da interpretare adesso.

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Chi sono gli ultimi ragazzi del secolo? Ce lo racconta Alessandro BertanteCosa ha portato con sé Alessandro Bertante da quel viaggio a Sarajevo del 1996, oltre alla “memoria” che fa da trama a questo libro? E vi ha fatto più ritorno?

Ho visto la guerra con le case distrutte, i giovani mutilati, gli sguardi feroci, gli uomini armati, i cimiteri lunghi chilometri. E non pensavo che un ragazzo della mia generazione potesse fare un’esperienza di questo tipo. Mi sono portato a casa la certezza di essere un privilegiato per diritto di nascita.

Si, ci sono tornato l’anno scorso, ho fatto lo stesso identico viaggio in macchina ma questa volta da solo: dovevo rivedere i posti, risentire gli odori, capire se le ferite si erano rimarginate o meno. La guerra per ora è stata accantonata, non credo però che dimenticheranno, non devono. Per quanto riguarda la memoria invece, sono sempre più convinto che sia la nostra prima forma di manipolazione. Noi ci consoliamo con la memoria e cerchiamo di isolarne gli aspetti più terrificanti.

 

Perché proprio la guerra nei Balcani? Quale significato ha avuto nella Storia dell’Europa della fine del ‘900 e, ancora, in quella di questo inizio del terzo millennio?

Per dirla come un personaggio del romanzo, la guerra è lo strumento più veloce ed efficace di accaparramento capitalistico, in Bosnia come in altri luoghi. Muove denaro, facilita e velocizza gli scambi commerciali, crea fortune private che possono essere reinvestite in attività produttive senza alcun controllo da parte dello stato, quasi sempre complice. Perché la guerra dei Balcani? Perché era a poche centinaia di chilometri da casa mia, era in Europa e ne ha sancito la fine politica, la fine di ogni possibilità di una strategia comune che nascesse da un’identità culturale condivisa.

 

«Non esiste nulla di più inaffidabile della memoria». La letteratura, l’arte, la cultura in generale si sforzano continuamente di tenerla viva. In cosa falliscono, se falliscono, secondo lei?

Un conto è la memoria individuale, inaffidabile e manipolatoria come ho scritto prima. Un conto è quella collettiva, oramai ridotta a mero richiamo pubblicitario a scadenza annuale, sia che riguardi tragedie epocali, sia che faccia parte della grande giostra del revival, macchina melanconica di consumo inesauribile.

 

Nel libro, afferma che il nostro tricolore è ormai diventato «un simbolo vuoto, privo di epica». Quali sono le ragioni di questa perdita di valore? E cosa rappresenta l’Italia oggi per un uomo della sua generazione?

Come simbolo è troppo recente e derivato. Inoltre è stato compromesso dalla dittatura fascista e dai suoi apologeti del dopoguerra. Inoltre noi italiani siamo municipalisti ancor più che regionalisti, della nazione ci è sempre interessato poco. E poi c’è poco da essere fieri, a livello militare siamo tendenti al tradimento. Questo ci racconta la storia degli ultimi cent’anni.

 

«Il Novecento che non abbiamo ancora capito» afferma a un certo punto del libro. Eppure il Novecento ha visto due guerre mondiali, una guerra fredda, il farsi e disfarsi di muri, il crollo di ideologie e di “ismi” più o meno rilevanti… Cosa significa, non per la politica, non per la Storia né per la sociologia, ma per gli uomini e le donne come lei o come me, come i nostri lettori, la mancata comprensione della lezione del Novecento? Quanto potrebbe avere influito sul nostro attuale approccio alla contemporaneità e alle sue contraddizioni?

Significa che adesso non abbiamo più nessun punto di riferimento etico, nessuna categoria interpretativa che possa aiutarci a comprendere il presente. Sono svanite le ideologie certo, c’è quasi una sorta di pudore infantile a rievocarle. Ma non può esistere solo il mercato, o la mistica del consumo, no? Eppure questa sembra essere l’unica narrazione rimasta, l’unica possibile per essere attuali, per essere convincenti.

Ma non può durare molto, fra pochi anni sarà il pianeta a farci pagare il conto.

 

Il suo romanzo è molto autobiografico. Non c’è separazione, filtro, distanza di sorta, sotto il profilo narratologico, tra autore e narratore. Non teme che questo annullamento, questo grado zero, possa influire sul rapporto tra libro e lettore? Mi spiego, talvolta per un lettore è più facile ritrovarsi tra le pieghe paradigmatiche di un protagonista fittizio piuttosto che confrontarsi senza pregiudizi con un autore in carne e ossa.

La questione non mi riguarda, lo deciderà il lettore come risolvere la mancanza di distanza fra scrittore in carne e ossa e io narrante. Io dovevo scrivere questo libro e dovevo scriverlo così. Un romanzo autobiografico porta con sé nella sua definizione una grande ambiguità: la biografia è comunemente intesa come garanzia di autenticità, di estremo realismo ma la forma romanzo rifiuta ogni categorizzazione, specie per quanto riguarda il rapporto fra vero e verosimile. La frase di Henry Miller che apre il romanzo spiega bene questo rapporto conflittuale: «Ciò che non è in mezzo alla strada è falso, derivato, vale a dire: letteratura».


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Commenti

Ho letto il libro di Bertante. Buon libro, non c'è che dire. Avere letto questa intervista non mi ha fatto bene, lo trovo un po'... presuntuosello!

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