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Chi sono gli innocenti? Un incontro con Paola Calvetti e il suo romanzo-concerto

Chi sono gli innocenti? Un incontro con Paola Calvetti e il suo romanzo-concertoPaola Calvetti, giornalista e scrittrice, torna in libreria con Gli innocenti (Mondadori, 2017), un romanzo molto intenso, che ruota attorno a tre temi importanti: l'amore, la musica, l'abbandono.

Jacopo è un affermato violinista che, nonostante sia ormai un uomo più che maturo, non ha mai accettato il fatto di essere stato abbandonato in fasce dalla madre: è infatti cresciuto nel famoso istituto degli Innocenti di Firenze, per poi essere adottato, all'età di sette anni, da una coppia senza figli e condotto a vivere in una bella casa di Fiesole, dove ha potuto iniziare a studiare musica e intraprendere la carriera che l'ha portato a essere primo violino di una grande orchestra. Per tutta la vita, però, il fatto di non poter risalire alle proprie origini è statoper lui un'ossessione costante, che ha influenzato negativamente il suo mondo affettivo, a partire dal rapporto con i genitori adottivi. Nemmeno Dasha, la giovane violoncellista albanese con cui ha allacciato un intenso rapporto nonostante la loro forte differenza d'età, è riuscita a renderlo davverofelice.

Al contrario di Jacopo, Dasha ha alle spalle una famiglia forte e felice, due genitori che si sono sacrificati per farla studiare nel conservatorio di Tirana, una sorella e un fratello. Nel 1991 si è ritrovata, quasi senza rendersene conto, imbarcata col fidanzato nella nave che ha portato migliaia di albanesi nel porto di Brindisi, dove è arrivata stringendo fra le braccia il suo violoncello. Grazie alla musica, Dasha è riuscita a trovare una collocazione nel mondo e a superare i suoi drammi personali, cosa che non è mai riuscita a Jacopo, tanto che il loro rapporto è fatalmente entrato in crisi.

Ora però, dopo mesi di separazione, Jacopo e Dasha si ritrovano per suonare insieme proprio a Firenze, dove dovranno eseguire, in uno spettacoloofferto agli anziani degenti di unacasa di riposo,il Doppio Concerto per violino e violoncello di Brahms, il cui svolgimento sembra ripercorrere le tappe della loro tormentata vicenda.

 

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Paola Calvetti, che ha alle spalle una lunga carriera per importanti testate giornalistiche, oltre a essersi occupata dell'ufficio stampa del Teatro alla Scala e del Maggio Musicale fiorentino, ha accolto un gruppo di blogger e librai nella sua bellissima casa milanese per raccontarci il suo nuovo romanzo.

Chi sono gli innocenti? Un incontro con Paola Calvetti e il suo romanzo-concerto

Da dove è partita per costruire questo romanzo?

Gli innocenti è nato da una frustrazione. Lavoravo a Firenze, che è una città bellissima, e pensavo di scrivere una storia con alcuni punti fermi: che fosse ambientata lì, che riguardasse un musicista e comprendesse il tema dell'orfanilità. L'Istituto degli Innocenti è il luogo eletto, perché è dal XVI secolo che accoglie bambini abbandonati. Così ho chiesto un appuntamento con la direttrice dell'archivio dell'Isituto (che vi invito a visitare perché è un posto bellissimo). Volevo da lei una storia risalente al dopoguerra e che riguardasseun musicista, ma al termine del mio lungo discorso mi è stato risposto che era impossibile. La legge vieta di divulgare i dati degli orfani prima che siano passati cento anni dall'abbandono.

Il romanzo è nato dal mio senso di frustrazione, così la storia si apre con il protagonista che non riesce a ottenere le sue informazioni e immagina la scena del proprio abbandono. All'archivio della «Nazione»ho letto tutto quello che era successo a Firenze il 9 dicembre 1950, così come i documenti che appaiono in calce al libro sono stati inventati sulla base di quelli autentici.

Ho visto i fascicoli del passato, ed è emozionante leggere le storie, osservare gli oggetti che venivano depositati e conservati per un eventuale, futuro ricongiungimento.

A Firenze, nel cortile degli Innocenti, faremo una presentazione del romanzo accompagnata da un concerto.

 

La scelta di un protagonista maschile è stata casuale o voluta?

È stata una sfida perché tutti mi dicono sempre che sono una scrittrice "femminile", ma stavolta ho voluto provare a immedesimarmi in un personaggio maschile e spero di esserci riuscita. È un uomo un po' particolare, fragile e complicato, ma è comunuque un uomo maturo. Un mio collaboratore giovane mi ha confessato di aver pianto, leggendolo, mentre un altro ha telefonato a sua madre. Mi hanno detto che è un libro per tutti e non troppo "femminile" come altri miei libri precedenti.

 

È stato difficile scrivere dal punto di vista maschile?

Più che altro mi preoccupava il linguaggio. Ho tanti amici dell'età di Jacopo e quindi figure maschili di riferimento, ma per uno scrittore si tratta proprio di lavorare tanto sul linguaggio: non volevo rischiare di usare parole che un uomo non userebbe mai, ad esempio. Per me poi il problema è sempre quello di togliere: volevo scrivere un romanzo dove non ci fossero parole di troppo.

 

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Però anche quest'uomo, alla fine, risolve i suoi problemi grazie a una donna.

Noi donne siamo sempre più forti, ma in ogni caso il problema del buio sulle proprie origini può essere devastante anche per persone in apparenza mature e solide. Non avete idea di quanti ex Innocenti mi hanno scritto... Il vuoto che prova Jacopo gli fa temere i sentimenti, non è freddo ma avverte la sua mancanza personale, così come in altri, nelle stesse condizioni, resta la rabbia.

Ho conosciuto un attore che è stato adottato da una famiglia che l'ha reso felice, ma il padre adottivo è morto quando lui aveva tredici anni, e anche se adesso ne ha più di quaranta ha impiegato anni a superare il sentimento di un doppio abbandono.

Chi sono gli innocenti? Un incontro con Paola Calvetti e il suo romanzo-concerto

E cosa ci dice del binomio musica-casa di riposo?

Mi hanno fatto notare che ne avevo già parlato in un mio libro precedente, Parlo d'amor con me (Mondadori, 2013), una storia ambientata nella Casa di Riposo Giuseppe Verdi di Milano, che avevo pensato per il centenario verdiano, ma che non era un vero e proprio romanzo.

Mentre scrivevo Gli innocenti ho visto un documentario su un neurologo che cerca di curare l'Alzheimer facendo ascoltare ai pazienti la colonna sonora della loro vita, e così ho trovato una base scientifica al potere della musica. Ho riletto anche Musicofilia di Oliver Sacks. La casa di riposo mi è servita anche per seminare indizi e qualche falsa pista per la ricerca di Jacopo.

 

Qual è allora per lei il tema fondamentale del libro?

Un mio amico giornalista mi ha detto che in questo libro ci sono tutti i miei temi preferiti: storie d'amore e di morte, la musica, l'abbandono. Difficilmente riuscirei a scrivere un romanzo d'avventura, magari mi piacerebbe misurarmi con una storia che contenga un mistero reale. Ci dovrò lavorare.

 

Ha pensato ad altre opere famose sul tema dell'abbandono o le ha rilette?

No, ho solo rivisto un film straordinario che è Il piccolo Archimede di Gianni Amelio: la storia bellissima, tragicissima, di un bambino adottato da una ricca famiglia e che alla fine si suicida. Ho parlato con orfani e ho ascoltato molte storie vere. E poi conosco molto bene il significato della parola "orfano", anche quando si sopravvive a fratelli che non ci sono più. Diciamo che conosco la materia.

 

Come è riuscita a rendere così bene con le parole la magia del legame che si crea tra Jacopo e Dasha attraverso la musica?

Chiacchierando con un professore del Maggio Musicale fiorentino gli ho chiesto il nome di un concerto che unisse violino e violoncello, che sono i miei strumenti preferiti. Il Doppio Concerto di Brahms è davvero una conversazione tra i due strumenti: l'orchestra c'è, ed è anche possente, però sembra davvero che i due strumenti parlino solo tra loro. Il romanzo "è" il concerto, ed è breve perché un concerto non ha la vastità di una sinfonia.

 

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Dasha corrisponde a una persona vera?

No, ma la sua storia si ispira a un vero sbarco, che ricordo ancora bene. Ho visto un sacco di filmati e ho letto il diario del sindaco di allora di Brindisi, e sono molto orgogliosa perché sarà lui a presentare il libro in quella città. Non eravamo pronti a ricevere migliaia di persone in un colpo solo, era stato un fatto straordinario.

 

Da dove è venuta l'idea di fare di Dasha una delle tante albanesi sbarcate a Brindisi nel 1991?

Volevo che fosse una violoncellista e che fosse completamente diversa da Jacopo. Pur avendo vissuto sotto un regime tremendo ed essendo stata separata presto dalla famglia per studiare al conservatorio, Dasha rimane una persona solida, perché ha sempre la famiglia alle spalle, anche se non le è strettamente vicina. E poi mi piaceva l'immagine di questa ragazza che fugge abbracciata al suo violoncello.

Chi sono gli innocenti? Un incontro con Paola Calvetti e il suo romanzo-concerto

In un'intervista del 2013 lei diceva che al tempo della crisi l'amore dev'essere soprattutto solidarietà. La pensa ancora così?

Credo che uno dei sentimenti dominanti di quest'epoca, usciti o no dalla crisi economica, sia la paura, e quindi la risposta alla paura resta la solidarietà, nel senso più caldo edesteso del termine, lo"stiamo insieme" in una società dove tende a prevalere l'io, perché io preferisco ancora il "noi". Abbiamo tutti un po' più paura ma credo che il concetto resti valido. Anche in una coppia la solidarietà è bella, perchè c'è sempre uno che in qualche momento ha bisogno della solidarietà dell'altro.

 

Quanto è stato complesso inserire più  temi in un romanzo che voleva così compatto e conciso?

Vi cito un film, Manchester by the sea. Ho cominciato a piangere  al terzo minuto, perché il personaggio appare incazzato con la vita anche quando spala la neve davanti a casa, poi nei momenti topici nessuno parla, ci sono solo musica e labiale. Per scrivere una cosa drammatica non c'è bisogno di tante parole e tante pagine. Uno dei commenti più belli che ho ricevuto da un amico giornalista è stato "non hai fatto pornografia del dolore", perché era molto facile cascarci. Tra l'altro per me scrivere è sempre faticoso, a parte il lavoro di ricerca. Non sono una che lo fa con estrema facilità.

 

Lei è stata capo ufficio stampa, giornalista e scrittrice. Come concilia questi tre modi diversi di scrivere?

L'ufficio stampa è sempre stato il mio lavoro. Scrivere comunicati stampa richiede una tecnica di scrittura precisa, si tratta di riportare fatti e non opinioni. La narrativa per me è sempre stata un extra: questo è il primo romanzo che ho scritto senza andare in ufficio.

Il giornalismo è una via di mezzo tra gli altri due modi di scrivere, ma per me è sempre stato abbastanza letterario, anche se conservo l'anima della cronista, che si rivela nella mia ricerca delle fonti. Pureper questo romanzo c'è stata una ricerca: è vero, ad esempio, che il 9 dicembre 1950 a Firenze pioveva forte, perché sono andata a consultare i giornali dell'epoca. La scrittura è il luogo del cuore, un comunicato stampa si può scrivere anche senza passione.


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