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“Chi manda le onde” – Non una fiaba, bensì una favola reale

Fabio Genovesi, Chi manda le ondeMartedì scorso alla libreria Open di Milano abbiamo avuto la piacevole occasione di incontrare Fabio Genovesi, l’autore di Chi manda le onde edito di recente da Mondadori.

Uno scrittore simpatico e capace di suscitare ilarità anche parlando di argomenti letterari. Una persona la cui giovialità si esprime nella vita come nel suo ultimo romanzo, perché lui è così come il suo stile: semplice, diretto e ricco di simpatia. È stato un piacere intervistarlo e poter approfondire con lui molteplici aspetti della sua arte narrativa e discutere dei temi che mergono dalla lettura delle pagine del testo.

Chi manda le onde, come lo definisce lo stesso autore, è una favola reale, perché «non mi sono mai piaciute le fiabe tradizionali, io quand’ero piccolo ascoltavo le favole reali di mio nonno» e nella vita di tutti noi accade o può accadere sempre quell’avvenimento che genera meraviglia e ci fa vivere quasi in una favola. La magia della narrativa è dunque la bellezza di raccontare situazioni vere o verisimili, vivendole con lo stupore del fanciullo.

È proprio così! Nell’ultimo libro di Genovesi non si racconta di nessun caso eccezionale o fuori dal comune, ma la sua penna sarcastica e profonda, ironica e accattivante ti trascina come il flusso marino della Versilia. Allo stesso modo la vita dei protagonisti del romanzo è travolta da uno tsunami d’emozioni incontrollabili e destinate a modificare radicalmente le loro vite.

D’altronde non c’è un solo protagonista, ma diversi personaggi con le proprie storie di vita e le proprie idee, rappresentanti figure umane ben recise, atte a dar vita a una raffigurazione corale: Sandro, un quarantenne pigro e inconcludente; Serena, donna confusa e mascolina; Luna, dolce e intelligente bimba albina; Zot, ragazzino adolescente orfano e “vecchio”; Ferro, anzianotto toscano ricalcitrante nei confronti dell’età moderna, anzi sostenitore dei valori morali postfascisti.

Chi manda le onde prende questi “attori teatrali”, li fa muovere da un evento spiacevole (la morte di Luca, brillante ragazzo diciasettenne, figlio di Serena e fratello di Luna) e incastra le loro vite in una storia che sa regalare al lettore profonde emozioni, senza toccare mai l’eccessivo pathos, ma modellando la materia con una leggerezza calviniana, unita a una profonda meditazione pirandelliana.

***

Questa levità che si trova in ogni periodo da dove deriva e quanto lavoro costa all’autore?

In realtà ci ho lavorato 4 anni, perché c’è un lavoro di semplificazione e sottrazione per arrivare a quel che è giusto. 4 anni e 25 stesure. Per me da quando c’è il copia-incolla, il testo è un’amputazione, ma non può essere così. Ritoccare un capitolo vuol dire riscriverlo. Il mio sogno, la mia aspirazione è quella di scomparire nel testo come narratore. Così le prime stesure sono a penna, poi la terza a computer, ad ogni modo la mia presenza non deve mai avvertirsi.

Il racconto infatti è improvvisazione, perché un’affermazione quotidiana come “lo sai che oggi sono andato alla posta” può diventare un incipit di un racconto. L’esempio più evidente è quando ti ferma un signore anziano del mio paese e ti racconta qualcosa che gli è accaduto; ogni volta entra un nuovo elemento che modifica il racconto precedente, così è la mia idea della narrativa. Potrei dire che i vecchietti sono maestri in questo!

 

Ma nella sua mente c’è un inizio o una fine oppure no quando cominci una stesura?

No, non so mai quando comincia o finisce. Pensate che io volevo scrivere la storia di un ragazzo che aveva l’esame importante di terza media e s’è ridotto all’ultimo a studiare, ma una famiglia impertinente lo infastidiva. Poi più scrivevo di quel ragazzino, pui la famiglia, anomala protagonista nel testo, si creava da sé.

 

Il riferimento ai settantenni diForte dei Marmi è interessante, perché permette di cogliere una certa attenzione per il tema dell’età: un anzianotto, due bambini spersi e gli adulti che hanno vite confusionarie e disfunzionali e non riescono a dar loro un senso. Spesso si parla di giovani un po’ frustati, cosa ne pensa?

La generazione dei quarantenni di oggi è una generazione in difficoltà, spesso definita come un insieme di bamboccioni o schizzinosi. Non è vero nulla. Ci siamo trovati a dover lottare per i giovani, ma se ci sarà qualcosa, non la vivremo più noi. Anche io sono quarantenne di mezzo, combattente senza esser più giovane. Capisco poi loro che si sono ritrovati genitori senza farne delle tappe biologiche. Si potrebbe parlare di genitori – fratelli e vedono quelli più grandi, gli anziani, che danno consigli su cose che non esistono più. I quarantenni sono preparatissimi per il nulla. Così mi piaceva fare protagonisti dei figli più maturi di loro. Tutto il nostro disagio è dovuto anche a situazioni strutturali, però c’è da dire che siamo oro puro per la narrativa. Non sono gli impiegati anni Ottanta la mia ispirazione, ma i quarantenni che vanno sulla spiaggia con il metal detector (il riferimento è a un bizzarro episodio del libro, ndr). Per me la narrativa è disagio della situazione attuale, con un’aspirazione a migliorarla.

Fabio Genovesi, insieme ai blogger

 

Il fascino del testo è dato anche dai cambi dei punti di vista, con conseguente variare della focalizzazione. Una scrittura che denota un’alta capacità di costruzione narrativa. In quale personaggio è stato difficile calarsi?

Il cambio di persona è un’altra delle cose masochiste che faccio. Io scrivo sempre in prima, seconda e terza persona. In genere metto in prima persona, il personaggio che più mi parla e nel caso specifico ho scelto Luna, in seconda c’è sempre la donna-ragazza. Perché si identifica con la ragazza sicura che potrebbe dar molto a sé e agli altri, ma rappresenta un po’ quelle persone che si castrano da sole ed è come se avessero un auto-giudizio, una specie di specchio che non le fa muovere. Così mi innamoro delle persone che mi fanno rabbia, per l’appunto come lei, perché potrebbero dare molto a sé e agli altri, ma non si autoconvincono.

Prima, seconda e terza: raccontare tutto come se lo dicesse il personaggio. Il mio modello è una scrittura automatica, dove la voce deli altri emerge, anche a scapito della corretta consecuzione temporale e di certi stilemi retorici. Ecco spiegato perché uso aggettivi come bello e favoloso, non è un’incapacità di trovare sinonimi, ma è una mia scelta per far parlare il personaggio.

 

Dunque, non s’indentifica in nessuno dei protagonisti?

Sinceramente no, non ce n’è nessuno, forse un po’ Sandro per la vicinanza d’età, ma sono tutti una parte di me stesso. Per esempio nella traduzione cerchi di sparire e così cerco pure io di sparire. Cerco di far in modo che il libro sia scisso da me, io sono un’altra cosa. Voglio i protagonisti in scena, li racconto senza giudizio, se subentra il giudizio nasce la storia. Io li faccio raccontare con la loro voce.

Una delle peculiarità della sua penna è questa verve comico-ironica che caratterizza in modo perfino buffonesco i personaggi, ma costringe il lettore a ridere liberamente senza mai perdere la sensibilità della storia.

Le battute o certe scene rappresentative vengono da sole, anche se in parte recuperano situazioni vissute nel passato, come il caso di un professore-giovane che non ha voglia di lavorare in classe, come Sandro, ragazzo pigro. O il caso delle ragazze olandesi sulla spiaggia che approcciano i turisti come succede con Rambo e Marino, verificatosi ad alcuni amici. Infatti si può parlare di racconti autonomi dentro al racconto del testo e molte parti potevano essere allungate di gran lunga.

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Fabio GenovesiNella sue storie le vite vanno raccontate in modo corale. Dal loro cozzarsi nasce la narrativa, ma come fa a gestire tanti fili tutti insieme?

In genere cerco un gruppo di persone che possono dirsi qualcosa fra loro, ma quando inizio è drammatico, perché non so nulla di loro, ho solo un’alternanza di voci. Governo poco la trama, ma dopo tutte le stesure posso ricombinare tutto alla perfezione. Quello è il mio intervento di regia, per cui so che una scena deve collocarsi in una parte del testo, ma l’ordine finale è l’ultimo tassello. Questo non saper bene cosa fare è la chiave migliore per raccontare la vita. Io adoro raccontare le cose che nascono dal nulla. Le scene più belle sono quelle ininfluenti per la trama, ma non lo sono per me. Il caso è l’elemento più interessante.

 

Scrivere così dà sofferenza o divertimento?

All’inizio il taglio del testo è divertente, ma con il lavoro di editing è stressante. Nella fase di mezzo fra l’dea e la stesura mi diverto, poi nella fase del non convincimento mi stresso.

 

Un’impressione comune è stata quella di trovarsi davanti a un romanzo dove tutto scorre: la vita che si impone, travolge il personaggio, ma si impone anche contro i miti dell’infanzia. Nello stesso tempo per i personaggi caratteristici si ha un happy end all’americana, si ha l’impressione di essere davanti alla favola?

Non è una favola nel senso tradizionale del termine, però è una favola reale, così come le mie favole d’infanzia, non quelle letterarie, ma quelle di vita vissuta: la vita delle persone singole che diventa meravigliosa, se la guardi con il senso perenne della vita. Il mio romanzo è una favola nel senso che non è successo niente che non possa accadere nella vita reale, eppure è meraviglioso.

 

Il libro è piuttosto analogico, atemporale: è voluta questa connotazione? Si può denotare che non c’è nessun riferimento tecnologico, a tal punto che ci sono i soli messaggi, per giunta trascritti dalla madre di Luca. Sembrano più telegrammi che sms. Non lo nasconde il nostro scrittore che non adora l’elemento social nei suoi testi e in generale nella sua vita.

Secondo me Facebooke e Twitter in un romanzo uccidono la narrativa, con Google Earth addirittura non ci sarebbe stata Divina Commedia, solo per dirne una. Credo che Facebook e altro non ci saranno più fra qualche anno e troveremo meccanismi diversi. Se oggi scrivo qualcosa con dentro i nostri social, i miei romanzi non avranno più senso fra qualche anno. La tecnologia la uso, ma mi piace vedere gli altri che non la sanno usare e creano confusione.

La narrativa è difficoltà! Mi fanno paura le persone ipertecnologiche, io son un Neanderthal! Per evitare che il mio romanzo suoni ridicolo e datatissimo non inserisco elementi social. Odio i fanatici che vivono in funzione di foto, hard disk, oggetti che in un attimo puoi perdere. Io comprendo le cose fisiche, non quelle digitali!

 

Eppure proprio nulla è salvabile del mondo digitale?

Per me toglie il piacere del mistero. L’aver a portata di mano notizie su film o gruppi musicali, vedendoli su youtube, significa aver la realtà a portata di mano; tutto ciò toglie un certo effetto di fascino e mistero, che io adoro.

Salvo la possibilità di creare una fanzine digitale attraverso siti e blog e saper che possono leggermi in tutto il mondo! Con una certa libertà di parola, senza sottostare a vincoli precisi, ma potendo scrivere con piena conoscenza della materia che si tratta!

 

Questo è un libro che per alcune caratteristiche, per le immagini affascinanti della Versilia, delle passeggiate sulla spiaggia a meditare davanti al mare, della riproduzione dei alcune scene molto simpatiche potrebbe diventar un film. Fabio, peraltro, scrittore di sceneggiature, che ne pensa?

Ovviamente lo faccio per lavoro, ho scritto dei soggetti. Ma scrivere è libertà quasi totale, mentre nel cinema, soprattutto i produttori devono rispettare anche esigenze economiche dei costi. Un film si lo vedrai tratto da questo romanzo, anzi si sfrutterebbero le armi del cinema: immagini, musica; solo che mentre un lettore può immaginare e rispettare i tempi della scrittura, nel film è necessario correggere il soggetto. Potrebbe perdersi anche quel senso di molteplicità dei punti di vista che c’è nei miei testi.

Fabio Genovesi

 

La storia del libro è il racconto di peripezie e casualità che portano i cinque personaggi principali a trovarsi a vivere insieme. Si potrebbe definire una famiglia atipica. È un intento cercato dalla penna di Genovesi oppure no?

Credo che la famiglia naturale ormai sia una cosa antica. Ci sono famiglie naturali orribili! La famiglia è il posto dove c’è chi ti vuole bene. Detesto i romanzi che parlano di decadenze delle famiglie aristocratiche. Io adoro queste nuove famiglie di oggi sia quelle eterosessuali che omosessuali, sono novità raccontabili.

Dostoevskij non poteva raccontare le famiglie di oggi, io posso e l’idea che ci siano famiglie scisse, strane o altro mi piace.

***

Qualche puritano storcerà un po’ il naso davanti a questa affermazione. Poco male, stiamo parlando di uno scrittore che ha scritto un libro emozionante, giocoso e allo stesso tempo intenso e profondo. Quando lo leggi ti guardi molto al tuo specchio più dei protagonisti stessi e provi una sensazione di fiducia interiore.

Nessuno si scandalizzerà per un’adesione così convinta alle nuove realtà miste, soprattutto se la sua mano ti porta in un mondo meraviglioso: una favola appunto. 


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