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Chi è Mario Draghi? Alla scoperta di un enigma

Chi è Mario Draghi? Alla scoperta di un enigmaEsistono persone nate per essere dei leader, capaci di irrompere sulla scena nei momenti più difficili della storia e cambiare le sorti della narrazione. È il caso di Mario Draghi, consacrato dall’ormai celebre «whatever it takes» del luglio 2012, ed evocato ancora oggi come possibile guida di un governo tecnico, che sia in grado di archiviare la difficile situazione socio-economica innescata dal covid-19.

Può dunque un uomo delle Istituzioni lasciare un ricordo così vivido del proprio operato? La risposta sembrerebbe proprio di sì, soprattutto se consideriamo le parole pronunciate lo scorso marzo dall’attuale Governatrice della BCE Christine Lagarde, che affermò: “«La Bce sosterrà i Paesi in difficoltà, ma non siamo qui per ridurre gli spread». Cosa avrebbe fatto Draghi se fosse stato ancora a capo della Banca Centrale Europea? E perché la sua presenza sembra così necessaria al giorno d’oggi?

Ne abbiamo discusso con Marco Cecchini, autore di L’enigma Draghi (Fazi Editore). 

 

In questi mesi si è molto parlato di un governo di unità nazionale a guida Draghi. Quale valore aggiunto avrebbe potuto apportare “Super Mario” in questo frangente così delicato?

Bisogna distinguere il piano politico da quello tecnico. Sul piano politico è chiaro che Draghi avrebbe bisogno di un’ampia e solida maggioranza per governare, la cui formazione potrebbe essere dettata solo dall’eccezionalità delle circostanze e dalla conseguente necessità di unire le rappresentanze parlamentari in un unico sforzo. Sul piano tecnico i vantaggi sarebbero molti: innanzitutto un balzo all'insù della credibilità internazionale del Paese e poi uno stile di gestione molto efficace. Draghi è uomo d'azione, è molto determinato e sa come raggiungere gli obiettivi che si prefigge. Se dovesse accettare la guida del governo perché lo chiama la Patria lo farebbe per riformare in profondità l'Italia e forse ci riuscirebbe.

 

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Uno dei pilastri del libro è il celeberrimo “whatever it takes”. Perché questa frase è stata così importante, e in che misura il suo spettro ha aleggiato sulle recenti decisioni dell’Europa?

Nel luglio 2012 quando Draghi pronunciò quella frase l'euro agonizzava. Gli investitori internazionali lo davano per spacciato perché nonostante i governi avessero raggiunto un mese prima per merito soprattutto di Mario Monti un accordo per la riforma dell'Eurozona, alle dichiarazioni non stavano seguendo i fatti. Il presidente della Bce ebbe l'abilità e il coraggio di intervenire al momento giusto esponendosi personalmente. Non è esagerato dire che con l'euro Draghi salvò l'Unione europea intera. La scelta di tempo fu determinante. Draghi sapeva che i mercati puntavano sull"immobilismo dei governi europei e sul conseguente crollo della moneta unica e pensava che un’iniziativa forte che desse un messaggio di determinazione a fare di tutto per salvare la moneta avrebbe rovesciato le aspettative degli investitori inducendo a comprare invece che vendere. I fatti gli dettero ragione. Sui retroscena del whatever it takes sono fiorite molte interpretazioni. Ma io credo che Draghi fosse quasi certo che Angela Merkel e François Hollande l'avrebbero appoggiato e così fu.

Chi è Mario Draghi? Alla scoperta di un enigma

Quanto hanno inciso aspetti come l’attenzione meticolosa per la propria immagine, l’abitudine di rispondere a una domanda con un’altra domanda, l’essere riconosciuto come una delle figure più competenti nel proprio campo sulla carriera di Draghi?

Moltissimo. Aggiungerei la riservatezza e la capacità di tenere molto coperte le proprie carte, una dote inscindibile per chi vuole operare sulla scena internazionale. In un’intervista al «Wall Street Journal» l'economista Carsten Brezki ha dato questa definizione di Mario Draghi; non sai mai cosa pensi dietro quella faccia da poker. Draghi unisce all"imperscrutabilita una grande competenza. Giuliano Amato racconta e lo scrivo nel libro che quando ha di fronte un interlocutore dubbioso Draghi gli dice «Guarda, si fa così» e lo convince con argomentazioni imbattibili. Poi c'è la grande sicurezza. Al culmine della crisi dell'autunno 1992 quando l'Italia era veramente a centimetri dal default il suo amico e consulente Francesco Giavazzi gli disse: mi sembra di essere sul punto di cadere da un grattacielo. «Se abbiamo fatto le cose bene troveremo una rete» gli rispose Draghi. Così fu.

 

Il pragmatismo di Draghi dovrebbe essere d’esempio per l’azione di qualsiasi Istituzione. Invece continuiamo a perderci in cavilli di ogni genere. Per quale motivo?

A mio parere la risposta è che gli interessi alla conservazione dello status quo sono maggiori di quelli al cambiamento. Da quanto tempo sappiamo che cosa occorre fare? Giustizia, burocrazia, istruzione, innovazione, eccetera. Ma ogni volta che il governo di turno ci prova gli interessi soprattutto nei primi due settori si muovono e il governo che cerca in primis il consenso fa marcia indietro. Poi c'è l'instabilità politica. Negli ultimi nove anni l'Italia ha avuto sei governi e cinque Ministri dell'economia, la Germania due a coalizione invariata. Così non si fa nulla, si galleggia. Forse un Draghi sostenuto da un ampio arco di forze aiuterebbe.

Chi è Mario Draghi? Alla scoperta di un enigma

Alla fine della fase acuta dell’emergenza Covid stanno fioccando inchieste e denunce circa il modus operandi di alcuni esponenti delle istituzioni. Quanto gioverebbe al nostro Paese prendere esempio da Mario Draghi, soprattutto in un momento e in un contesto così delicato?

Gioverebbe. Ma occorre che si creino le condizioni affinché le forze politiche siano disposte a fare posto a un tecnico per quanto autorevole. E come si creano queste condizioni? Con l'emergenza politico-finanziaria. La storia dell’Italia dimostra che la classe dirigente del Paese deve arrivare sul ciglio del burrone per capire che occorre agire. È in quel momento che si chiamano i tecnici. Draghi è indubbiamente una delle poche riserve della Repubblica rimaste, certamente la più autorevole. Bisogna vedere se nel caso sarebbe disposto a fare quello che per sua natura non credo vorrebbe fare.

 

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All’inizio della propria carriera Mario Draghi non era esattamente un “euroentusiasta”. Eppure è unanimemente considerato il salvatore dell’euro. Quali sono state le ragioni profonde di questo cambiamento?

L'iniziale euroscetticismo di Super Mario nasceva dalle sue frequentazioni americane. A fine anni Novanta gli economisti americani pensavano che una moneta senza Stato non potesse reggere. Draghi ha accantonato, se così si può dire, le sue perplessità per senso dello Stato e per fedeltà al duo Carli-Ciampi, per la convinzione che l'adesione alla moneta unica sarebbe potuta servire da sprone al Paese per ridurre la presenza dello Stato nell'economia, efficientare il sistema imprenditoriale e bancario, ridurre il debito pubblico di cui lui aveva la responsabilità. I fatti gli hanno dato in parte ragione.

 

Potremmo considerare Draghi come un esempio per la classe dirigente che verrà?

Assolutamente sì. L'uomo tende a essere indecifrabile ma è unico. Se la Patria lo chiama sarà difficile anche per lui dire no.


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