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Chi chiami cattivo? Cosa può dirci il caso di Alessandra Mussolini

Alessandra MussoliniChi chiami cattivo? Chi mira soltanto a incutere vergogna.

Che cos'è per te la cosa più umana? Risparmiare vergogna a qualcuno.

(Friedrich Nietzsche, La Gaia Scienza, trad. Ferruccio Masini, Adelphi, Milano, 1977)

 

Cosa c’è di peggio che colpire un uomo a terra? Colpire una donna a terra.

Le reazioni in rete alle recenti vicissitudini di Alessandra Mussolini sono l’espressione di come Internet ci stia trasformando in lupi. O in maiali che si credono lupi. Ah, la rete! Ci dà l’opportunità di dire quello che pensiamo su qualsiasi argomento nel momento in cui lo pensiamo, senza fermarci a riflettere se il nostro pensiero ha dignità di pensiero, se vale la pena esprimerlo, se non è il riflesso del nostro ego perennemente e pateticamente alla ricerca di un applauso (di un “like”). Senza fermarci a riflettere che in realtà pensiamo quasi sempre quello che han già pensato altri, che i nostri pensieri sono pensieri altrui. Senza fermarci a riflettere che forse stiamo mancando di rispetto a una persona, che stiamo facendo del male.

Vorrei che tornassimo ad essere gentiluomini e gentildonne. Sfoglio Facebook e mi sorprende la mancanza, con poche eccezioni, di solidarietà femminile; mi sorprende che persino quegli amici che apprezzo per discrezione e riservatezza, sentano il bisogno di affidare le proprie impressioni sull’episodio al pubblico. La rete ci corrompe, sollecitando la nostra brama di piacere e «la inveterata pratica umana che consiste nel giudicare subito e di continuo tutto e tutti – nel giudicare prima di e senza aver capito»[i]. La rete è diventata il nostro pulpito. Commentiamo, analizziamo, predichiamo. Puntiamo il dito. E nemmeno ci accorgiamo che la chiesa è vuota.

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In quest’ultima storia: sarcasmo a fiotti, crudele, volgare. Come se non si stesse parlando di una persona, di un essere umano, di una donna. Una donna che non ha fatto nulla, non ha commesso alcun crimine – una donna che sta vivendo, con e per i suoi figli, un dramma.

No, no, non adoperiamo parole che evidentemente non toccano più a sufficienza: una donna che ha ricevuto una coltellata allo stomaco, con e per i suoi figli. E noi giù a lapidarla e a sghignazzare. Soprattutto attraverso la satira – la forma di moralismo per eccellenza. Chi fa satira detiene la verità, è senza macchia e senza paura, e il nemico della verità va distrutto, annichilito; non esiste compassione per il nemico, non esiste la percezione che la sua colpa di oggi possa essere la nostra di domani, che forse il peccato che deridiamo violentemente potrebbe appartenerci – oh, no. Al contrario dell’umorismo, che fra il bianco e il nero coglie le mille sfumature e ben sa che la verità non esiste ed è per questo dotato sempre di un fondo solido di compassione[ii]; e diversamente dall’ironia, simile alla satira ma almeno fornita di eleganza; la satira non riconosce travi nei propri occhi e possiede bagagli di pietre da scagliare.

E poi chi fa satira sa di poter godere dell’applauso istantaneo del pubblico del circo che, eccitato dalle ilari sevizie, piazza il suo “like”;e più l’ego si compiace, più la violenza verbale s’intensifica. Nella democratica internet, regna la più antidemocratica delle forme retoriche – la satira.

Vorrei che tornassimo ad essere gentiluomini e gentildonne. Ho letto addirittura che la signora Mussolini se la sarebbe cercata, che il sarcasmo di cui è oggetto oggi è figlio del suo atteggiamento verbalmente aggressivo di ieri (viene citata, fra le altre, la sua frase «meglio fascisti che froci»). Ma scherziamo?

Le dichiarazioni o le azioni pubbliche di chiunque vanno discusse, criticate, contrastate al momento, non quando l’avversario è a terra; il nemico politico va affrontato nell’arena politica; se il nemico politico si rende colpevole di una dichiarazione avventata o greve, non si risponde in modo avventato e greve, ma con classe. E non quando il nemico è ferito a morte, al suolo.

Nella prefazione al Ritratto di Dorian Gray, Oscar Wilde sottolinea come ogni sorta di critica, da quella più alta a quella più bassa, sia una forma di autobiografia[iii]– ebbene, non riesco ad immaginare critica più infima del sarcasmo nei confronti di una persona in difficoltà, di un avversario colpito, di un nemico a terra, di una donna che sta soffrendo.



[i]Milan Kundera, I testamenti traditi, trad. Maia Daverio, Adelphi, Milano, 2000.

[ii]Luigi Pirandello, L’umorismo, Garzanti, Milano, 2004.

[iii]Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray, trad. Franco Ferrucci, Einaudi, Torino, 2005.

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Commenti

Bell'articolo, anche se ritengo sia una battaglia persa.
Queste cose ci sono sempre state, le critiche feroci, gli sbeffeggiamenti, soprattutto di coloro che vengono identificati con "il potere", probabilmente fanno parte di ogni società umana. Lo stesso "ridere" nasce di fronte ad uno sconvolgimento, o rovesciamento, della realtà.

Il problema, semmai, è che ora tutto questo, con i social network, si amplifica all'ennesima potenza. Se prima certi sghignazzi rimanevano circoscritti nelle piazzette di paese, nei bar o sui marciapiedi, ora tutto viene messo nella grande piazza di Facebook, e ogni essere vivente che si trova una tastiera davanti pensa di avere il diritto a dire la sia, convinto, magari davvero, di aver qualcosa di originale, o quantomeno di intelligente, da dire.

Una soluzione? Al momento non c'è. Probabilmente, come già avvenuto nella storia dell'uomo, dovremmo solo aspettare che si sedimenti il tutto. Al resto ci penserà, probabilmente, l'evoluzione. Quella informatica, in questo caso.

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