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“Chelsea Hotel” di Sherill Tippins: un viaggio nel palazzo dei sogni

Sherill Tippins, Chelsea HotelNew York è una città brulicante di simboli. Il Chelsea Hotel è uno di questi, anche se il nome non vi è familiare: basta evocare la tragedia di Sid Vicious e Nancy Spungen, però, e il “palazzo dei sogni”, così identificato nel sottotitolo del saggio di Sherill Tippins, prende forma. Il sogno di Philip Hubert, un architetto che incarna la tradizione americana del self made man precipita nell'incubo dell'artista che vede distrutto il proprio talento e la possibilità di influire sulla società.

Per la lettura di Chelsea Hotel, pubblicato in Italia da EDT nel 2014 grazie alla traduzione di Anna Lovisolo, consiglio di immergersi nell'atmosfera newyorkese, circondandosi di voci, suoni, immagini della città statunitense, perché il libro è la storia di un edificio e dei personaggi leggendari che lì hanno abitato. Scorrere le pagine alla ricerca di nomi famosi è come giocare con le figurine, una caccia al tesoro per scoprire chi conosciamo già e chi ignoriamo. Qualche esempio in ordine di apparizione? Thomas Wolfe, Edgar Lee Masters, Peggy Guggenheim, Dylan Thomas, Arthur Miller, Allen Ginsberg, William Burroughs, Jackson Pollock, Bob Dylan, Andy Warhol, Leonard Cohen, Jackson Browne, Lou Reed e Nico, Janis Joplin, Jimi Hendrix, Grateful Dead, Joni Mitchell, Stanley Kubrick, Patty Smith e Robert Mapplethorpe.

Il Chelsea Hotel era, nelle intenzioni del fondatore, un progetto cooperativistico che doveva concretizzare le teorie socialiste di Charles Fourier: un esperimento di vita comunitaria che aggregasse famiglie di diversa estrazione sociale, per rappresentare ogni competenza professionale in un clima di autosufficienza materiale e di scambio culturale e creativo. Erano previsti infatti spazi comuni per la socializzazione e atelier per gli artisti che già frequentavano il quartiere, un'isola bohémien nel cuore della città più capitalista. È una delle contraddizioni che racchiude il Chelsea Hotel: come può sopravvivere uno spirito anticonvenzionale, libertario e ribelle in una società votata al guadagno, al commercio, al successo economico?

La prima risposta che si danno gli abitanti del Chelsea Hotel è rifondare l'identità americana attraverso la ricerca dell'autentica voce del popolo. Gli artisti avrebbero dovuto «combattere l'amnesia cronica» catturando «la pienezza dei tempi, orrori e gioie» della vita quotidiana. Prendere ispirazione dalla realtà comporta un doppio senso di marcia della creatività: un'entrata nella profonda intimità dei soggetti rappresentati e un'uscita sul palcoscenico dell'impegno politico. Gli artisti sono animati dalla consapevolezza che «rendere pubblico il privato» possa smuovere la coscienza sociale, «squarciare il velo delle inibizioni». La confessione di sé innesca un processo catartico nella mente di chi gode dell'opera d'arte, se l'autore sceglie di esporsi nella sua integrità, affrontando con sguardo vergine e innocente la propria esperienza di vita.

Chelsea Hotel, New York, pic by faungg's photo

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Sherill TippinsGli artisti offrono alla società nuovi linguaggi, dalla poesia alla fotografia, dal cinema alla musica, per condividere le trasformazioni del momento storico che attraversano, fino a mettere a nudo la società contemporanea e profetizzare lo strapotere della comunicazione in tempo reale. Ecco un'altra antinomia che trova residenza al Chelsea Hotel: è lo stile di vita libero e comunitario che nutre la sperimentazione della forma, o è la volontà di sentirsi artisti e fare arte a determinare le proprie azioni?

È di nuovo un problema di costruzione dell'identità: da spinta propulsiva che «liberò le voci affinché si mescolassero alle altre in un crescente coro controculturale», la forza simbolica dell'albergo si ritorce sugli artisti, che accusano il peso dell'opposizione al sistema e temono di esserne divorati. S'infrange il sogno di poter cambiare il mondo attraverso l'arte, perché è il mondo che sta inquinando i valori del movimento alternativo nel tentativo di mercificarlo. La cultura underground si raggomitola su sé stessa, rifugiandosi nella contaminazione tra le arti anziché con la realtà: l'emarginazione si trasforma in alienazione e nichilismo, fino a giustificare l'autodistruzione con lo stereotipo dell'artista folle. Il Chelsea Hotel imbocca la china di «una sorta di clinica illegale per disturbi mentali», una discarica di macerie materiali e spirituali documentate dalla cupa visione iperrealistica di William Egglestone. L'edificio si cristallizza in una specie di mausoleo che custodisce la memoria degli antichi fasti: non più generatore di arte ma esclusivo oggetto di celebrazione.

La ricerca storica di Sherill Tippins, accurata ma mai pedante, è un omaggio a un luogo che rischia di inserire il proprio nome al termine di una melanconica litania di persone scomparse: nel 2011 l'edificio è stato acquistatoda una delle maggiori società immobiliari di New York, che non ha chiarito quali progetti stia studiando per il Chelsea Hotel. L'unica certezza è la permanenza nell'immaginario collettivo di una zona magica, che continua ad attirare coloro che l'hanno compresa e amata: «derubati dalla realtà», i suoi antichi ospitiattendono una risposta sul destino non solo di un esercizio commerciale ma anche di una visione della società americana. Il Chelsea decadente non abdica al suo ruolo oracolare: nella terra dalle mille anime, c'è ancora spazio per l'arte? Può esserci ancora autenticità in un'identità assurta a mito?

Il libro Chelsea Hotel di Sherill Tippins ci indica in ogni periodo storico, in ogni stanza dell'albergo una poltrona su cui accomodarci per far parte della grande famiglia che ha nutrito scrittori, pittori, fotografi, registi, attori, musicisti. C'è un cuore che continua a pompare creatività lungo i corridoi ormai fatiscenti, e se gli artisti si rassegnano a non avere dimora legittima fuori da queste mura, in realtà la loro capacità di esprimere sentimenti universali come il senso di emarginazione e il desiderio di libertà, include anche noi nella loro tribù.

L'arte, per essere compiuta, richiede la partecipazione del pubblico: apriamo dunque le porte del Chelsea Hotel e facciamo risuonare le sue vibrazioni.


La foto che ritrae il Chelsea Hotel è di faungg's photo.

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