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“Che parlino le pietre” di David Machado

Che parlino le pietreDavid Machado è un giovane scrittore portoghese che, qualche anno fa, ha esordito come narratore “adulto” (scrive anche per bambini) con un libro di racconti. Siccome anche in letteratura esistono i fondisti e i centometristi, si è poi rivelato decisamente più a suo agio sulle lunghe distanze, con il romanzo Il favoloso teatro del gigante, ed è da poco tornato in libreria, sia in Portogallo che in Italia, con un altro romanzo, Che parlino le pietre (Cavallo di Ferro, 2013, trad. di F. Bertolazzi).

Come i narratori di razza che incominciano a credere nella propria capacità di incantare con le parole, Machado riempie le sue storie di metafore metanarrative e proclami reiterati sull’importanza, appunto, del narrare. In questo ricorda un po’ scrittori come Baricco o quei fadisti portoghesi che in ogni quartina infilano la parola “fado”: canto il Fado perché è il mio fato cantare... il Fato (in portoghese è la stessa parola); narro per ricordare, perché è importante ricordare per poi narrare. Il rischio è che il gioco si aggrovigli nell’autoreferenzialità. Machado lo corre per un progetto ambizioso.

L’intreccio di storie che componeva il suo primo libro aveva come teatro, effettivamente “favoloso”, la cittadina fittizia di Lagares, ubicata da qualche parte nell’estremo nord del Portogallo. In questo secondo libro l’autore apre le danze in un ambiente del tutto diverso e up-to-date: siamo a Lisbona e c’è un ragazzino, in un cortile scolastico, che sta quasi strangolando un compagno per una storiaccia di amichette e sgarbi a base di foto scattate col telefonino. Ma la rabbia di Valdemar, ragazzo obeso che gode nel sentire le vene del collo dell’amico nelle sue mani, viene da lontano, da una storia di soprusi che si riallaccia ai soprusi della Storia, con un nonno strappato all’altare del suo matrimonio e coinvolto in una losca vicenda di tradimenti e repressione politica ai tempi della dittatura di Salazar e, dall’altro lato della frontiera, di Francisco Franco.

Si dà il caso che anche questo nonno sia di Lagares, ed ecco che Machado tenta di gettare un ponte tra il qui di Lisbona e un altrove mitologico, facendone poi automaticamente un ponte tra ieri e oggi, tra il presente, non sempre presente a se stesso, e un passato che non passa mai del tutto. Così la storia portoghese del XX secolo diventa un luogo esotico e crudele, un far west franco-salazarista dove si spara, si picchia, si soffre e si muore. Dove memoria e fantasia si confondono, e la storia può essere foriera di verità insopportabili o di bazzecole. Anche Machado è un giovane narratore dell’inesperienza (categoria storica che Antonio Scurati ha descritto in La letteratura dell’inesperienza e che io ho provato ad applicare a qualche giovane scrittore portoghese qui e qui) che cerca di intercettare la Storia maiuscola della sua nazione attraverso l’arte del narrare storie. Non a caso il bel rapporto tra i personaggi si instaura fra nipote e nonno, punti cardinali di ogni universo narratologico famigliare. Forse con una dose eccessiva di idealismo tesa a nobilitare una rabbia adolescenziale normalmente più farraginosa.

Il tentativo di unire i due mondi è in fondo il tentativo di uno scrittore di uscire, ma non del tutto, dallo spazio chiuso del primo romanzo (i frantoi – che è poi il significato di Lagares – erano universi concentrazionari per lavoratori-schiavi prima della loro conversione in ristoranti alla moda). L’autore lo fa ancora con notevole eleganza personale, ma in questo libro ogni tanto cade nel guado che sta cercando di attraversare e un po’ si sporca. Poco male. In Portogallo lo dice anche il proverbio che chi esce con la pioggia si bagna.

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