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Che cosa vediamo quando leggiamo – Per una fenomenologia della lettura

Che cosa vediamo quando leggiamo – Per una fenomenologia della letturaChe cosa vediamo quando leggiamo di Peter Mendelsund (2020, editore Corraini, traduzione di Maria Teresa de Palma) è un’esplorazione unica e completamente illustrata di quella che viene chiamata fenomenologia della lettura.

In quest’originale saggio Peter Mendelsund, che è art director associato presso l’editore Alfred A. Knopf e di Pantheon Books, indaga in modo provocatorio e insolito la maniera in cui noi lettori comprendiamo l’atto della lettura. Egli sostiene che la lettura è un atto di co-creazione e che le nostre impressioni su personaggi e luoghi devono tanto alla nostra memoria e alla nostra esperienza quanto al potere descrittivo dell’autore che stiamo leggendo.

Tolstoj ha davvero descritto Anna Karenina? Melville ci ha mai veramente detto che aspetto abbia Ismaele? Forse Melville aveva in mente un’immagine specifica del suo Ismaele. Forse somigliava a qualcuno che aveva conosciuto nei suoi anni in mare. Ma quell’immagine non è quella che abbiamo noi di Ismaele: il volto che gli assegneremo potrebbe dipendere, per esempio, dal nostro umore in quel giorno e cambiare da un capitolo all’altro.

 

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Le raccolte di immagini sparse nelle pagine che leggiamo – un ricciolo, un orecchio grazioso, una bocca carnosa – e altri indizi ci aiutano a creare un’immagine del personaggio, ma in realtà il nostro approccio alla conoscenza di un personaggio ha poco a che fare con la nostra capacità di immaginarlo concretamente. Mendelsund unisce il suo talento visivo e letterario per cercare di spiegare cosa esattamente accade nel nostro cervello quando leggiamo e indaga, attraverso parole e immagini, ciò che vediamo quando leggiamo un testo e da dove vengono quelle immagini.

Che cosa vediamo quando leggiamo – Per una fenomenologia della lettura

Per scherzo ci propone un’immagine di Anna Karenina ricavata tramite un software per identikit di polizia, sulla base della descrizione che ne dà Tolstoj nel testo. Ovviamente quell’immagine non corrisponde all’idea che ognuno di noi si è fatto di Anna Karenina perché, quando leggiamo, ci immaginiamo molte cose che, in realtà, non ci vengono dette, ma sono create dalla nostra fantasia. Le caratteristiche di un personaggio aiutano a delinearne i contorni ma non ci aiutano davvero a immaginarlo come persona. È proprio quello che il testo non dice a sollecitare la nostra immaginazione. E quindi la domanda è: forse immaginiamo più chiaramente quanto più un autore è criptico e sfuggente? Laurence Sterne, nel suo Vita e opinioni di Tristram Shandy, gentiluomo, definisce in modo molto interessante la collaborazione che esiste tra lo scrittore e il lettore per quanto riguarda il processo di immaginazione di ciò che si legge:

«La scrittura […] non è che un nome diverso che si dà alla conversazione. Proprio come chi sa di essere in buona compagnia non si azzarderebbe a parlare a raffica e a dire tutto di sé, così nessun autore che capisce bene quali siano i limiti del decoro e della buona educazione supporrebbe di poter pensare a tutto. La maggiore e più sincera dimostrazione di rispetto che si può concedere alla mente del lettore consiste nel condividere con lui, in modo amichevole, questo compito e permettere anche a lui di immaginare qualcosa, come fa l’autore stesso».

 

Quando leggiamo, il mondo che ci circonda e il mondo suggerito dal libro si sovrappongono, è come se entrassimo nel libro lasciando che le immagini fluiscano nella nostra mente dando vita al “nostro” personaggio.

La lettura è simile a un mondo a occhi chiusi e avviene al di là di una sorta di palpebra. Kafka non voleva che né sulla copertina né in nessuna altra parte de La metamorfosi ci fosse un’immagine o un disegno del «suo insetto», perché ciò che gli interessava era, forse, lasciare al lettore il compito di tracciare poco a poco il profilo di questa creatura, dal punto di vista dell’insetto stesso.

Il contesto di una parola è importante e il suo significato dipende da quelle che la circondano. In questo senso le parole assomigliano alle note musicali. Perché le frasi e le parole di un libro abbiano senso, Mendelsund afferma che, mentre leggiamo, dobbiamo fare delle previsioni e giocare d’anticipo; immaginiamo quello che ci viene detto di vedere in quel momento ma immaginiamo anche «quello che ci verrà detto di vedere più avanti». Gli scrittori ci raccontano storie e ci suggeriscono come leggere queste storie. Da un romanzo non solo si può trarre una metodologia di lettura ma anche una modalità di conoscenza perché l’autore ci insegna non solo come immaginare, ma anche quando e quanto immaginare.

 

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Che cosa vediamo quando leggiamo ci regala una prospettiva nuova e affascinante dell’esperienza della lettura grazie anche a una prosa lucida e scorrevole e a immagini sorprendenti in una brillante fusione di filosofia, psicologia, teoria letteraria e arte visiva. In diciannove capitoli, Mendelsund prende in considerazione argomenti come la relazione tra lettura e tempo, abilità, acutezza visiva, fantasia, sinestesia raggiungendo ampiamente il suo obiettivo e cioè quello di produrre una meditazione eccentrica e divertente dell'atto miracoloso della lettura.


Per la prima foto, copyright: Lenin Estrada su Unsplash.

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