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Che cos’è la vita felice? Intervista a Elena Varvello

Che cos’è la vita felice? Intervista a Elena VarvelloParlando di La vita felice di Elena Varvello (Einaudi), è difficile rinunciare a citare suo incipit folgorante:

«Nell’agosto del 1978, l’estate in cui incontrai Anna Trabuio, mio padre portò nei boschi una ragazza. Si era fermato col furgone sul ciglio della strada prima del tramonto, le aveva chiesto dove stesse andando, le aveva detto di salire. Lo videro viaggiare a fari spenti in direzione del paese, ma poi lasciò la strada, prese un sentiero ripido e sconnesso e la costrinse a scendere, la trascinò con sé».

 

Il cuore del romanzo è già nelle primissime righe: Elia, voce narrante, è ormai adulto mentre ricorda l’estate che cambia per sempre la sua vita. Ha sedici anni e suo padre Ettore perde il lavoro nel cotonificio che ha chiuso. Nel frattempo, appena fuori dal paese viene ritrovato il corpo di un bambino scomparso, è stato legato mani e piedi, denudato e soffocato. Da questo momento niente è più come prima; Ettore non è lo stesso (l’ansia, l’ipotesi che ci sia un complotto dietro la chiusura della fabbrica, il vuoto) e nemmeno la loro famiglia lo sarà. La moglie Marta, madre di Elia, gli sta accanto amorevole fino alla notte che l’incipit annuncia. La ragazza e il bosco. Dovremo aspettare la fine del libro per conoscerne forse i dettagli, e sarà un lungo viaggio nell’immaginazione di Elia, grazie al montaggio serrato e perfetto che Elena Varvello crea fra la narrazione del passato e i flashback che Elia immagina di quella notte.

« Guardai la luce dell’inverno, oltre il portone del garage, il cielo limpido e la neve. E poi mi tornò in mente.

Sei andato a darci un’occhiata?

Dove?

Laggiù.»

 

Intanto, per Elia, quella del 1978, non è solo “l’estate dei segreti”: Elia conosce Stefano e sua madre Anna.L’amicizia di questo ragazzo ruvido, ansioso di ritornare dalla città da cui proviene, senza un padre, rompe la solitudine a cui Elia è abituato. Così, quella del 1978 diventa anche l’estate dei tuffi al torrente, delle sigarette al sole. Anna Trabuio ha solo 36 anni, ma un passato pieno di burrasche, ripensamenti, strade cieche. Elia si avvicina a lei come attratto da un magnete. Eccola, l’estate della prima educazione sentimentale.

La vita felice segna il passaggio di Elena Varvello alla casa editrice Einaudi (collana Struzzi) dall’editore Fandango, con cui aveva debuttato con la raccolta di racconti L’economia delle cose e proseguito con il romanzo La luce perfetta del giorno. Il rapporto con il nuovo editore ha determinato un’asciugatura importante della prima versione del manoscritto, che è passato (anche grazie alla collaborazione dell’editor Marco Peano) dalle iniziali 450 pagine a quelle che abbiamo sotto gli occhi; 186 pagine che, oltre a essere numericamente più esigue, sono essenziali e misuratissime.

Un passaggio felice, appunto, ci racconta Elena Varvello, quando la incontriamo a Milano, poco prima di una presentazione pubblica del romanzo.

 

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In alcune interviste ha raccontato di aver impiegato oltre cinque anni per scrivere questa storia. Come è andata e che cosa è accaduto nel frattempo?

Tutto è incominciato un paio di mesi dopo la morte di mio padre. Sentivo l’esigenza di raccontare la storia del padre di Elia, che è simile al mio solo in minima parte, ma lo è nei gesti, nella sofferenza. Allo stesso tempo, volevo raccontare me stessa come figlia di un padre del genere. Volevo parlare di qualcosa che avesse a che fare con il “raccontare le storie”. Perché quello che accade nel libro ci viene raccontato da Elia. È qualcosa che Elia prova a immaginare.

Inoltre c’è un ricordo; una frase che mio padre mi ha detto poco prima di morire: «La cosa più triste è che nessuno racconterà mai la mia storia». Non intendeva la sua in particolare, ma la storia di “persone come lui”. Persone che per il mondo non rappresentano nulla. E allora ho iniziato. Ma come sempre, si scrive nel buio. Perciò io non avevo idea di che cosa sarebbe successo. Per questo mi ci sono voluti mesi e poi anni.

 

Ha avuto dei ripensamenti?

In una prima fase mi sono posta molte domande e mi sentivo anche un po’ in colpa per il fatto di raccontare di lui. Anche se era narrativa, appunto. Poi ho avuto dei problemi, perché sapevo già, l’ho saputo molto presto, che quell’uomo avrebbe portato la ragazza nei boschi. Temevo di scoprire che cosa le avrebbe fatto. In gioco non c’era soltanto la verità narrativa, ma anche l’immagine di mio padre. Il mio timore era di sovraccaricare di violenza la figura di un uomo che non aveva mai fatto niente di simile. Per cui non c’è stato un ripensamento, c’è stato il dubbio. Il dubbio su fino a che punto Ettore avrebbe potuto spingersi su quella strada. Fino a che ho capito che probabilmente sarebbe successo qualcosa che non doveva farmi paura. Perché tutto quello che quest’uomo fa viene detto all’inizio, ma non viene detto subito come va a finire la storia.

Che cos’è la vita felice? Intervista a Elena Varvello

Le parti del libro in cui Elia prova a immaginare che cosa sia successo in quella notte, nel bosco, sono fra le più impegnative e toccanti. La vicenda prende poi una certa piega e il lettore si trova davanti alla possibilità di un riconoscimento, una specie di agnizione, di qualche cosa che riguarda la natura umana.

Volevo raschiare via un certo immaginario che è sempre più presente da un punto di vista mediatico, e che schiaccia le persone che compiono certi gesti (anche violenti, tragici) in una dimensione mostruosa. Avevo il problema di restituire umanità. E non potevo far altro che prendere il punto di vista di quell’uomo, anche se attraverso le parole di suo figlio. Potevo essere presente dentro la sua testa. Le parti riguardanti la notte nel bosco sono quelle che mi hanno fatto più paura e mi hanno fatta piangere. Piangevo perché mi sembrava di aver capito, attraverso la narrazione, qualche cosa che riguardava una persona che amavo molto. Ma lo avevo capito troppo tardi e soltanto attraverso una storia.

Del resto, io non riesco più a capire nulla del mondo che non passi attraverso le storie. Quindi le parti che danno più “fame”, in un certo senso, a chi legge sono state per me le più difficili. Per il lettore, accanto alla voglia di sapere, c’è anche il timore di quello che potrebbe succedere.

 

Nel libro aleggia una profonda compassione per tutti i personaggi. Molto forte, in particolare, verso il personaggio di Marta, la madre di Elia. Pensa che questo sentimento sia alla base della sua scrittura, oppure è nato dentro e per questa storia in particolare?

Probabilmente è una delle ragioni per cui scrivo storie. Scrivere mi consente due cose: la prima è cercare di capire ciò che non posso capire altrimenti. E la seconda è quella di trovare un luogo in cui per me è possibile astenermi dal giudizio. Spero, credo, che non ci sia giudizio nei confronti di nessuno dei personaggi e anche nel momento in cui c’è, che poi si sgretoli. Elia giudica sua madre, da ragazzino, per poi capirla e compatirla quando sarà adulto. Per me questo è il senso di raccontare storie. Al di là di quello che poi succede. In fondo, mi pare di star lavorando a una sorta di trilogia, che ha a che fare con il perdono, con la compassione, con l’amore come mescolanza di queste due qualità umane. La mia impressione è che la scrittura consenta questo, e che di rimando anche la lettura lo consenta. Non parlo della lettura di questo libro: in generale, la lettura rende possibile lo sviluppo di quest’organo (perché io lo vedo come un organo), ovvero quella parte di noi che dovremmo rafforzare e che poi coincide con la capacità di sentire come un personaggio. Nel momento in cui tu senti come un personaggio, acuisci un certo tipo di sensibilità, ed è più facile sentire anche nella vita. Il luogo della scrittura è ripulito dal giudizio.

 

Come sono arrivati i personaggi secondari di La vita felice?

Non ho memoria della loro comparsa. So che in qualche modo desideravo che Elia trovasse qualcuno con cui attraversare questo momento e che non lo facesse da solo. In quanto autrice sento molte cose, fra cui quella di accompagnare i personaggi nel luogo dove devono andare. Ho cercato di dare a Elia dei compagni perché mi rattristava che fosse solo. E sono arrivati anche con la loro ruvidezza (ad esempio Stefano è un amico complicato). Ma alla fine avevo la sensazione che si tuffassero insieme. Tuffarsi insieme racconta anche un po’ l’adolescenza. Quando sei adolescente, cresci insieme agli altri senza i genitori, che vengono tenuti fuori. Però hai sempre qualcuno con cui tuffarti, con cui oltrepassare un limite.

 

Molti parlano di La vita felice come un romanzo di formazione. Lei è d’accordo?

È un romanzo di formazione non soltanto di Elia e del suo passaggio di crescita. È una formazione, nel senso del passaggio di accettazione verso i propri genitori. Siamo tutti figli. Fino a un certo punto l’unica cosa che tu vuoi è scappare. Cerchi una porta da cui uscire. Poi, col tempo ti fermi, soprattutto quando i tuoi genitori non ci sono più, e pensi: ok, solo adesso capisco. E allora, da un lato, La vita felice è la formazione di Elia da solo col suo amico Stefano, che è un coetaneo. Ma è anche quello del rapporto fra Elia e suo padre Ettore. E sua madre.

C’è una frase che mi ha richiesto lacrime e sangue. Vai a dare un’occhiata laggiù, gli dice suo padre. A un certo è importante che i figli guardino dentro ai propri genitori. Anche se… chissà che cosa troveranno? Forse è questo a fare paura.

 

Ed è anche un’educazione sentimentale?

Sì, perché Elia avvicinandosi ad Anna, una donna di trentasei anni, si avvicina a questa cosa che noi chiamiamo amore. Non volevo che accadesse con una sua coetanea. Volevo che fosse un tipo di relazione che tenesse insieme l’amore, la tenerezza e in fondo la maternità. Posto che noi donne siamo sempre anche madri nei confronti degli uomini, Anna è davvero pure un po’ madre di Elia, e nello stesso tempo è un corpo desiderato, una specie di rifugio…

C’è chi ha definito questo romanzo un noir, ma ho qualche problema ad accettare questa definizione. E allora l’ho chiamato a un certo punto “thriller involontario”. Con ironia, dato che il problema non è “chi scoprirà che cosa”, bensì il perché.

 

«Fu il fallimento del cotonificio l’inizio della fine». A che punto dell’elaborazione della storia è arrivato questo elemento? Intendo dire, l’ambiente, inteso come luogo fisico (campagna, fuori città) ma anche sociale (una provincia segnata da una crisi del secondo settore).

Sapevo che il romanzo si sarebbe ambientato fuori città. Per una questione di sguardo. Per qualche strana ragione per me la provincia, il microcosmo, il piccolo paese dimenticato e sconosciuto è un territorio ricchissimo di cose, che sono tutte molto evidenti, non c’è il rumore di sottofondo della città. Sotto c’è silenzio. Quindi, da un lato, è il mio sguardo che tende a posarsi sempre su luoghi così. E dall’altro lo spopolamento, il fallimento del cotonificio era molto importante e determinante. Per gli uomini la perdita del lavoro è qualcosa di molto più profondo. È la perdita di sé stessi. Per mio padre è stato così. Lui mi chiedeva spesso: sono un fallimento secondo te? E allora avevo bisogno che qualcosa accadesse, ad alimentare un’ombra che Ettore aveva già dentro di sé, di un fallimento che non fosse solo suo come uomo. Ma che fosse un fallimento sociale, legato all’identità. Inoltre il cotonificio di cui parlo ha chiuso davvero. Quello è stato un momento in cui il processo di industrializzazione in Italia ha perso la parte discendente della parabola. Da un certo punto di vista, volevo parlare anche dell’inizio di questo movimento discendente, che sembra non fermarsi, dal 1978 a oggi, e che ha lasciato tante vittime.

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L’amore è un sentimento che ha molte declinazioni in questo romanzo (amore materno, filiale, amore per una donna più grande). Vorrei chiederle un commento a questa frase di Marta, la madre di Elia: « È questo che deve tenerti legato alle persone, Elia. Il bene. Il resto è solo quello che crediamo di meritare, e non vale granché, la maggior parte delle volte».

Questa frase è complessa. La prima è che il bene dovrebbe tenerci legato alle persone. Non la delusione, non l’aspettativa. Non il desiderio di un tornaconto, ma il bene. La seconda parte è più misteriosa. Il resto è quello che crediamo di meritare e non vale granché. Ho cominciato a riflettere su questo pensando che troppo spesso noi chiediamo agli altri se ci amano. Noi pensiamo di meritarci amore. E per contro, sappiamo molto meno del bene che siamo disposti a dare. E credo che il personaggio di Marta sia l’unico che abbia capito tutto questo.

Però devo dire la verità, è una frase che ancora non capisco fino in fondo. Mi chiedo: che cosa avrà voluto veramente dire? Eppure, sento che ha ragione.

 

Quindi i personaggi sfuggono di mano all’autore…

Certo. Non ricordo di aver scritto questa frase. So che una parte di me mi ha spinto a scrivere questa frase. La parte di me che si chiama come lei. Però so che il fatto che Marta arrivasse a dire questa frase è uno dei momenti centrali del libro,

 

Come avete deciso il titolo, La vita felice?

All’inizio c’era un titolo obbrobrioso, non me lo ricordo neanche. Però mi pareva molto bello. Ma era davvero pessimo. La vita felice è arrivato quando ho cominciato chiedermi che cosa significhi davvero la felicità, dal momento che Anna ripete spesso a Elia: «Tu avrai una vita felice, non importa quello che è successo intorno a te. Anche se intorno a te tutto è franato, tu hai ancora questa possibilità». A poco a poco, sono arrivate anche le ultime frasi del libro.

È ovvio poi che quel titolo, su quella copertina, è una domanda. La domanda è: che cos’è la vita felice? Forse ciascuno di noi dovrebbe parametrarla a sé stesso. Non è un diritto, è un regalo. Ma forse dovremmo dare qualcosa “in cambio”. In fondo, è uno di quei titoli che a un certo punto diventano irrinunciabili.

Che cos’è la vita felice? Intervista a Elena Varvello

Il suo editore paragona La vita felice a La settimana bianca, di Carrère. Luca Ricci lo ha definito un “romanzo carveriano”. Lei stessa, in un pezzo suggestivo sulla sua scrittura, ha indicato due esempi letterari che le sono attualmente cari: Stoner di John Williams e la Trilogia della Pianura di Kent Haruf. Ci può parlare delle confluenze ideali che ci sono in questo libro?

Se in questo romanzo è presente Carver, non è a livello stilistico né narrativo (lui non si riconoscerebbe). D’altra parte, Carver è stato uno dei miei padri immaginari. Penso lo sia stato in un certo momento della mia vita, perché mi ha aiutata a convincermi del fatto che raccontare di quelli che vengono definiti donne e uomini qualunque non sia un problema. Anzi che sia giusto farlo. Lui non è l’unico, lo fanno Elizabeth Strout e Alice Munro e molti altri.

Quali libri ci sono dentro a questo libro? Penso che ci siano tutti i libri che ho amato, tutti. Dovrei prendere la vita felice e per ogni passaggio potrei dire: qui c’è Fenoglio, qui Munro… ma sono frammenti. Dopodiché, quello che succede è che in sei anni questi frammenti compongono un quadro unico. Ineffabile.

Il gioco dell’apparentamento semplifica, in qualche modo costringe, anche se forse ce n’è bisogno. Direi che ha ragione Fois quando dice che ogni libro di ciascuno di noi è una “biblioteca ambulante”. È vero, è pieno di altri libri in piccoli frammenti. Ed è tutto quello che tu hai imparato. E io credo che ognuno di noi impari leggendo.

 

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La sua vita di scrittrice è andata pari passo con quella di insegnante di scrittura alla Scuola Holden. Questo ha influenzato la sua scrittura? E che rapporto ha con l’insegnamento?

Penso che mi abbia influenzata in questo senso: parlando di scrittura e praticando questo mestiere c’è il rischio di pensare di “saperlo fare”. Assumendo il ruolo dell’insegnante si pensa di avere una lezione precisa da impartire. In realtà, per me l’insegnamento funziona all’inverso, mi rendo conto di scoprire che cos’è quello che non so. È tutto meno che un percorso di certezza. È un percorso di continua indagine, nel tentativo di mostrare una cosa primaria: nonostante gli anni che passano, nessuno di noi (e in questo Carver aveva ragione) smette di essere un principiante. Mi sembra di insegnare per ricordare a noi stessi di non avere certezze. E che, storia per storia, dobbiamo trovare una risposta sempre diversa. Questo ha reso l’insegnamento incredibilmente importante.

Mi rendo conto che posso parlare di “punto di vista” e di “dialogo”, ma poi capisco che devo parlare del loro dialogo, del loro punto di vista; e la risposta è diversa.

Ora sono alle prese con una nuova storia, di cui non so molto.Ho passato quasi sei anni a scrivere un’altra storia. Mi trovo in una condizione in cui non so come fare, non ho alcuna certezza. È spaventoso e magnifico. Se scrivere è, come diceva Carver, è scalpellare il marmo. Ma ogni pezzo di marmo è diverso dall’altro. Occorre capire quella storia, il senso di quella storia. Perciò non si finisce mai. Non sapendo come si fa, lo si fa. E questo è un bel mestiere.

Col tempo ho imparato ad annusare i libri di chi pensa di avere in mano il mestiere. Diffido moltissimo quando sento l’autore che dice: Guardami. Haruf invece, ad esempio, è un autore che non sento mai. Sento i suoi personaggi, ma non lui. Penso che questa sia una strada giusta.

 

A bruciapelo: romanzo o racconto? Quale preferisce leggere e quale scrivere?  

Sei anni fa ti avrei risposto in entrambi i casi: racconto. Ero inossidabile. Era anche una questione politica; in Italia si diceva che i racconti non vendessero e che bisognasse lasciar perdere. E allora pensavo: farò solo questo. Ma il romanzo è incredibilmente più simile alla vita. Quindi scrivo ancora qualche racconto, e credo che il racconto chieda una maggior prossimità alla perfezione. Ma non c’è niente di più simile alla vita che questi “oggetti” che chiamiamo romanzi. Quindi la mia risposta è: i romanzi.

Del romanzo mi piacciono le imperfezioni, il capitolo seguente migliore di quello precedente. Questo alternarsi di imperfezione e bellezza mi sembra assolutamente mimetico rispetto all’esistenza. La perfezione è qualche cosa che ho dimenticato. Però leggo ancora racconti, ma sono diventata quello che odiavo quando li scrivevo. Mi trovo a chiedere: e prima? E dopo? Perché ce n’è ancora di storie di raccontare. Tutto ciò non ha che fare con la lunghezza. Spero di scrivere un romanzo ancora più breve di La vita felice. Penso, per esempio, a Benedizione, sempre di Kent Haruf. Si sarebbe potuto scrivere un racconto di quella storia, ma sono così belle quelle giornate che si ripetono.


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