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Charlotte Brontë e la friendzone. Riflessioni semiserie su “Villette”

Charlotte Brontë e la friendzone. Riflessioni semiserie su “Villette”Da sempre le sorelle Brontë (Charlotte, Emily e Anne) esercitano un grande fascino su chi, come la sottoscritta, non solo è appassionato di letteratura inglese, ma tenta anche – spesso malamente – di soffocare il proprio animo tormentato e un po’ romantico tuffandosi tra le pagine di un libro. Classiconi come Cime Tempestose, Agnes Grey e Jane Eyre popolano la nostra fantasia e le nostre librerie da tempo immemore, ma non sono le uniche fatiche letterarie di quelle prodi fanciulle dello Yorkshire del XIX secolo.

Tra le opere di Charlotte, ad esempio, compare Villette, un piccolissimo e leggerissimo romanzo di sole 530 pagine pubblicato nel 1853. Ne avete mai sentito parlare? No? Non disperate, ora poniamo subito rimedio a questa lacuna che forse è meno imperdonabile di quel che pensate.

Iniziamo col dire che Villetteè un romanzo dai forti toni autobiografici. Se poi abbiamo letto Jane Eyre, non ci viene difficile ritrovare quel fil rougeche lega quasi tutte le opere di Charlotte. La chiamiamo col suo nome di battesimo, perché è impossibile non entrare in confidenza con la maggiore delle sorelle Brontë dopo aver affrontato anche solo i primi capitoli di questo romanzo. Charlotte soffre. Charlotte è angosciata e si tormenta. Charlotte è vittima di quel fenomeno di cui, ahimé, anche molti di noi hanno dovuto subire almeno una volta nella vita. Max Pezzali, ai tempi, liquidava la cosa come La regola dell’amico, ma i giovani oggi la chiamano “friendzone”.

 

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Dicesi “friendzone” quella curiosa dinamica sociale che si verifica quando, in un rapporto tra due persone, una vorrebbe mantenere un rapporto di sola amicizia con l’altra, quando quest’ultima vorrebbe, invece, una relazione sentimentale o sessuale. Qui lo dichiariamo, dunque, Villetteè il romanzo vittoriano sulla friendzone per eccellenza e il disagio di Charlotte traspare fin dalle prime pagine.

Charlotte Brontë e la friendzone. Riflessioni semiserie su “Villette”

Villette è l’ultimo romanzo di Charlotte ed è anche l’unico che vedrà la luce senza beneficiare delle revisioni ed influenze di Emily e Anne, morte, rispettivamente tra il 1848 e il 1849. E si vede, eccome se si vede. Sebbene il suo stile sia decisamente più ricercato, più maturo e raffinato è anche tremendamente difficile da affrontare. Ma questa è anche la bellezza della scrittura di Charlotte e che ci rivela moltissimo della sua personalità. A differenza delle sue sorelle, infatti, Charlotte non scrive semplicemente per diletto personale: Charlotte vuole che le sue opere vengano pubblicate, vuole la fama, o più semplicemente, un riscatto personale.

Le donne della middle classdel XIX secoloavevano, infatti, due possibilità, una volta superata l’infanzia (e visti i tempi non era una cosa così scontata): il matrimonio oppure una carriera come governante/istitutrice. Intraprendere altre professioni era ritenuto impensabile, se non oltraggioso e la stessa Charlotte se ne rende presto conto, quando non solo si verrà rifiutare il manoscritto di The Professor, ma si sentirà dire da Sir Robert Southey –una vera e propria autorità in campo letterario, a quel tempo – che la letteratura per una donna può essere solo un passatempo e non una carriera vera e propria.

Ma Charlotte da vera paladina fa proprio il concetto de “don’t let the bastards grind you down” (salutiamo calorosamente Alan Sillitoee Margaret Atwood) e continua a scrivere. Userà uno pseudonimo – Currer Bell – per tutta la vita, ma non si arrende e nel frattempo, per sopravvivere, intraprenderà la carriera di istitutrice. Dopo aver insegnato in Inghilterra per qualche tempo, e con magri risultati, Charlotte partirà per il Belgio insieme a Emily per migliorare il suo francese. Proprio a Bruxelles, mentre è studentessa presso il Pensionnat Héger, Charlotte si innamora del suo professore e padrone di casa, Constantin Héger, un intellettuale che è ancora conosciuto in Belgio. Héger, però, è sposato, è padre di cinque figli e, soprattutto, non ricambierà mai il sentimento di Charlotte. La delusione è atroce, ma fortunatamente per noi (o quasi), Charlotte decide di trasformare il suo dolore in un romanzo.

Ecco, dunque, Villette, la cui protagonista, Lucy Snowe ci ricorda tantissimo colei che l’ha creata. Esattamente come la sua autrice, Lucy Snowe è una ragazza appartenente alla classe media che, dopo una serie di vicissitudini non sempre chiare, decide di prendere in mano il proprio destino lasciando l’Inghilterra per il Belgio. Qui, si ritroverà, più per un colpo di fortuna che per altro, a insegnare inglese nella scuola per fanciulle gestita da Madame Beck. Qui Lucy Snowe si innamorerà non una, ma ben due volte, rimanendo in entrambi i casi a bocca asciutta. La prima volta verrà brutalmente friendzonata, la seconda invece sarà uno di quei casi di “amore impossibile” in cui nessuno capisce perché, esattamente, le cose non abbiano funzionato. Nel personaggio di Monsieur Paul Emmanuel, i critici vi hanno riconosciuto i tratti di Monsieur Héger, ma nonostante nel romanzo i sentimenti siano effettivamente ricambiati, la cosa non va in porto. Lucy, però, ci tiene a farci sapere che, in fondo, le va bene anche così. Non ci crede nessuno, Lucy, ci dispiace.

 

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Il fatto che nemmeno il personaggio abbia un lieto fine dal punto di vista sentimentale ce la dice lunga su quanto Charlotte stesse soffrendo in quel momento. A un certo punto del romanzo, ad esempio, Lucy, febbricitante e semi agonizzante, entra in una chiesa per cercare conforto nella Confessione. Lo stesso farà Charlotte, durante i suoi giorni di sofferenza amorosa in Belgio. Ora, occorre fare una precisazione: Charlotte, così come Lucy, era un solido membro della Chiesa anglicana. Suo padre era un Pastore e solo l’idea di poter frequentare un edificio cattolico per scopi diversi dal turismo, equivaleva al procurarsi un biglietto di sola andata per l’Inferno. Il fatto che Charlotte entri in chiesa e si confessi e faccia fare la stessa esperienza al suo personaggio è interessante e oltremodo illuminante. Per la serenità della famiglia, lo diciamo, Charlotte non si convertirà mai, anzi infarcirà Villettedi commenti non esattamente lusinghieri nei confronti del cattolicesimo.

È un romanzo che trasuda sofferenza, dunque, ed è, come dicevamo, un romanzo molto autobiografico. Villette sa essere estremamente profondo ed incredibilmente moderno, soprattutto per le tecniche narrative utilizzate dall’autrice. Charlotte è famosa per la sua arguzia e per il suo sapiente uso di ironia ed elementi che strizzano l’occhio al genere gotico – nel nostro caso parliamo, ad esempio, di suore fantasma e di suggestive tempeste – oltre che per il suo tipico modo di rivolgersi direttamente ai lettori. Tutti elementi che ritroviamo anche in Jane Eyre, così come anche il tema dell’educazione.

Charlotte Brontë e la friendzone. Riflessioni semiserie su “Villette”

Ma è nel personaggio stesso di Lucy che Charlotte dà il meglio e il peggio di sé, a seconda delle nostre inclinazioni. Lucy Snowe – come sembra suggerirci il suo stesso cognome – è fredda come la neve, o meglio, è sostanzialmente apatica. Facciamo veramente fatica a sintonizzarci con lei perché nonostante sia lei a narrarci gli avvenimenti in prima persona, non sempre ci racconta tutta la verità di ciò che le accade. Se da un lato questa tecnica di Charlotte è assolutamente geniale, dall’altro può risultare incredibilmente esasperante. Ci si sente più attratti dalle frivolezze di Ginevra Fanshawe e dalle lagne di Polly De Bassompierre, che compaiono in scena molto meno rispetto alla protagonista e che conosciamo solo attraverso i suoi occhi.

Dobbiamo allora considerare Charlotte e Lucy come due facce della stessa medaglia? Ci rifiutiamo di crederlo. È possibile riconoscere una determinazione in entrambe, questo è certo, così come ci è ormai chiaro che a un certo punto della sua esistenza Charlotte abbia condiviso lo stesso tipo di vuoto interiore che sembra albergare in Lucy da tempo immemore e che è destinato a perdurare. Ma affermare che le due siano la stessa persona, ci sembra un po’ eccessivo.

Villettenon è un romanzo semplice, questo lo abbiamo capito, e soprattutto non è per tutti. Bisogna avere la disposizione d’animo necessaria non solo per affrontarne la mole – 500 pagine sono sempre 500 pagine – ma soprattutto per affrontarne il tenore. Persino se sentiamo di avere una qualche affinità con Lucy o siamo naturalmente portati alla friendzone, dopo i primi capitoli potremmo aver voglia di esclamare “Anche meno, Charlotte, anche meno!”.

 

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Ma questa non è una buona ragione per non dargli una possibilità. Ogni lettura è soggettiva, nessun lettore è uguale a un altro e anche da un romanzo complesso come Villettepossono nascere interessanti spunti di riflessione. Potremmo, quindi, non essere d’accordo con Virginia Woolf, ad esempio, quando affermava che Villettefosse il miglior romanzo di Charlotte Brontë, o neppure con George Eliot che lo riteneva addirittura migliore di Jane Eyre. Quello su cui tutti saremo d’accordo, senza ombra di dubbio, è che Charlotte Brontë rimane un’autrice straordinaria e un ancor più straordinario esempio di come da ogni difficoltà che la vita ci mette davanti è possibile ricavare, alla fine, qualcosa di buono.

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