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Cavallette, Camembert e Amanda Lear. Intervista a Salvador Dalì

Cavallette, Camembert e Amanda Lear. Intervista a Salvador DalìPoniamo una domanda ai nostri lettori: se vi mostrassimo un'immagine di un artista con i baffi all'insù, chi vi verrebbe in mente?

Siamo certi che per la maggior parte di voi la risposta è immediata: Salvador Dalì.

Abbiamo incontrato il marchese catalano in un bar, intento ad ascoltare con l'i-pod il suo pezzo preferito, Tristano e Isotta di Wagner, osservando con nostalgia l'immagine che lo ritraeva assieme al suo grande amico Federico Garcia Lorca.

 

 

Buongiorno, signor Dalì, un onore poterla intervistare. Bellissima questa foto: lei è molto legato a Garcia Lorca, vero?

 

Cavallette, Camembert e Amanda Lear. Intervista a Salvador Dalì

 

Sì, eravamo molto legati. Un amore erotico e tragico, perché da me non ricambiato.Non ero omosessuale, non potei accontentarlo. Eppure, sentivo quale grande poeta lui fosse, avrei dovuto concedergli qualcosa. Mi dedicò anche un'ode.

 

Che rapporto ha con la letteratura? Le piace leggere?

In due anni esaurii la ricca biblioteca di mio padre. Il Dizionario filosofico di Voltaire fu l'opera che mi impressionò maggiormente, mentre Così parlò Zaratustra di Nietzsche mi diede l'impressione che, in quel campo, avrei potuto fare meglio. Il mio autore prediletto era Kant, benché non capissi una parola di quel che leggevo. Sentivo che un uomo come Kant, capace di scrivere libri così importanti e così inutili, doveva essere una specie di angelo. Descartes arrivò tardi e lo utilizzai per costruire le basi delle mie ricerche personali. Avevo cominciato a leggere i filosofi per gioco, e finii per piangere sulle loro tesi.

 

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La differenza tra un quadro di Dalì e quello di un qualsiasi altro pittore?

I seimila dollari: i miei quadri partono dai seimila dollari.

 

Che rapporto ha con i soldi?

Sono la cosa che mi interessano di più al mondo.

 

Lei ne ha molti?

Non so quanti ne ho, ma sono la cosa che mi hanno reso molto potente perché ho potuto fare e dire quello che volevo.

 

Possiamo dire che sono il suo più grande amore?

Il primo amore è la mia sposa Gala, quella che ha influito di più nella mia vita. Dopo viene l'oro, il denaro.

 

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Crede di più ai soldi o a Dio?

Ah no, Dio non lo conosco perché nessuno me l'ha mai presentato. L'unica cosa che mi esalta è la fede.

 

Lei si considera un uomo serio?

No, un essere tragico.

 

Ritornando a sua moglie Gala: perché la colpì di più rispetto a tutte le altre, che sappiamo essere state molte?

Cavallette, Camembert e Amanda Lear. Intervista a Salvador Dalì

Gala mi colpì per il suo viso intelligentissimo. Mi confessò che sulle prime mi aveva giudicato una creatura insopportabile perché i capelli laccati e un'eleganza eccessiva mi davano un'untuosità da professionista. Il buon pittore, che aspira a creare autentici capolavori, deve innanzitutto sposarsi con mia moglie. Poiché Gala è colei con la quale, prendendola in matrimonio, potrà vivere continuamente come con un'amante e che adorerà la sua pittura, consigliando senza orgoglio. Io chiamo mia moglie: Gala, Gradiva, Oliva, Lionete, Scoiattolo, Tapiro, Piccolo negus, Ape, Campanella di pelliccia.

Gala e io continuavamo a vivere soli, come io ho vissuto solo durante l'infanzia e l'adolescenza. Eravamo distanti dagli artisti di Montparnasse, dagli intossicati, dagli eleganti, dai surrealisti, dai comunisti, dai monarchici, dai pazzi, dai borghesi.

 

Lei non è certo noto per la sua gentilezza. Ad esempio, Amanda Lear racconta che, appena la vide, la definì «un bellissimo teschio». Non pensa che a volte l’arroganza non paghi…

Cavallette, Camembert e Amanda Lear. Intervista a Salvador Dalì

Penso che ogni mattina mi sveglio e, guardandomi allo specchio, provo sempre lo stesso e immenso piacere: quello di essere Salvador Dalì.

 

L'umiltà è sempre il suo punto di forza. Lei come ha capito di essere un genio?

Non l'ho saputo all'improvviso, ma l'ho scoperto soprattutto dicendolo continuativamente. Dalì è un genio angelico, a differenza di Picasso che era genio demoniaco. Picasso era un comunista. Io no.

 

Capisco. C'era qualcuno che le piaceva, tra gli artisti intendo? Per esempio, io sono di Vicenza: se le dicessi Palladio, era un artista di suo gradimento?

Palladio fu un artista molto daliniano per le sue false prospettive. Io vivo in una perpetua falsa prospettiva. Vorrei un applauso adesso.

 

Ehm sì. Qual è la cosa che lei detesta maggiormente?

La semplicità.

 

Direi che ripensando a cosa accadde nel lontano 1969 a Parigilei e la semplicità viaggiavate in due mondi paralleli. Lei, che bambino era?

 

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A sei anni volevo essere Napoleone: non lo sono diventato. A quindici anni volevo essere Dalì, e lo sono diventato. A venticinque anni volevo diventare il pittore più sensazionale del mondo, e ci sono riuscito. In casa ero il dittatore, niente era abbastanza buono per me. Una volta, all'Epifania, ricevetti un abito da re, compresa la corona dorata, con grossi topazi. Durante i mesi successivi non lasciai mai il mio travestimento, e quando le serve mi cacciavano dalla cucina restavo immobile, interamente abbigliato da re, con uno scettro in una mano e un battipanni di cuoio nell'altra, sconvolto dal desiderio di picchiare furiosamente quelle donne.

 

Non commento questa sua ultima frase. Ė vero che lei trascorreva molte ore da solo?

Certo che sì. Avevo un tale bisogno di isolarmi che, quando ero piccolo, ancor prima di finire il pasto, ero incapace di restare fermo sulla mia seggiola, e mi allontanavo. Il mio unico scopo era quello di trascorrere del tempo da solo. A scuola divenni aggressivo contro chiunque minacciasse la mia solitudine. I bimbi che trovavano il coraggio di avvicinarsi a me, venivano accolti da un'occhiata talmente carica di odio da metterli in fuga, e così approfittavo della ricreazione per immergermi nel mio innato e immacolato mondo personale. Ma l'immacolata purezza di questo mio mondo fu ben presto distrutta: a farla svanire bastò l'immagine femminile.

 

In quale occasione si potrebbe sentire fuori luogo? Ci sarà qualcosa che la imbarazza?

Fortunatamente non sono uno di quelli che corrono il rischio, sorridendo, di mostrare fra i denti pezzettini orribili e degradanti di spinaci. La mia superiorità non dipende da un maggior talento nello spazzolarmi la dentatura, bensì dal fatto ch'io non mangio spinaci. Quindi attribuisco agli spinaci e, più in generale, al cibo essenziali valori di ordine morale ed estetico.

 

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In che senso?

Mi piace mangiare cose ben formate, ben definite, e tali che l'intelligenza possa comprenderle. Detesto gli spinaci per il loro carattere orribilmente amorfo. I crostacei contrastano con gli spinaci: è per questo che mi piacciono alla follia. Il loro massimo pregio consiste sempre nel guscio, scheletro esterno, che realizza materialmente un'idea brillante: portare le proprie ossa all'esterno e non, secondo l'uso corrente, all'interno.

 

Ammetto che in quel che dice c'è qualcosa di geniale.

Non a caso quando dovetti superare un esame di storia dell'arte all'Accademia di belle arti a Madrid mi alzai e dissi ai professori: «Chiedo scusa, ma io sono infinitamente più intelligente di questi tre esaminatori e rifiuto dunque di venir giudicato da loro. Conosco l'argomento troppo bene».

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Non ci posso credere. E poi, bocciato spero?

Venni citato davanti al consiglio di disciplina ed espulso dalla scuola. Così finì la mia carriera scolastica.

 

Una delle opere più discusse e scandalose è sicuramente Il grande masturbatore. Lasciando da parte il tema rappresentato che so potrebbe essere da lei spiegato nei minimi dettagli, vorrei chiederle: perché quelle orripilanti cavallette che, solamente nel guardarle, mi fanno venire la pelle d'oca?

Cavallette, Camembert e Amanda Lear. Intervista a Salvador Dalì

 

[sorride] Orrore di tutti gli orrori! Il loro balzo paralizzante si riflette in un terrore che mi scuote sin dal profondo! Orrore, incubo, carnefice della vita di Salvador Dalì.

 

Ma sta scherzando? Scusi ma, detto da lei che pare sempre un uomo di grande coraggio, fa un po' sorridere...

 

Se mi trovassi sull'orlo del precipizio, con una grossa cavalletta alle spalle, salterei nel vuoto per sfuggirle. L'origine di questo terrore costituisce ancora un enigma. Da piccolo adoravo le cavallette e ne andavo volentieri a caccia. Aprivo con delizia le loro ali. Ma un giorno pescai un piccolissimo pesce, detto comunemente "bavoso", e lo strinsi forte nel pugno per impedirgli di scivolar via. Solo la piccola testa emergeva dalla mia mano, e la guardai da vicino. All'improvviso, lanciando un urlo, lo scagliai lontano e scoppiai in pianto. Aveva un muso da cavalletta! E così dovettero proibire agli altri bambini di lanciarmele addosso. Ricorsi a uno stratagemma per liberami dai miei persecutori: inventai la contro-cavalletta. Si trattava di una semplice cocotte, un galletto ritagliato nella carta bianca; e cominciai a fingere spasmi anche peggiori, in presenza della cocotte, di quelli provocati dalle cavallette, e non appena i miei compagni cominciarono a mostrarmene di continuo strillavo come se mi volessero sgozzare. Fui quindi liberato dalle cavallette, e assalito dalle cocotte.

 

Altra opera che più incuriosisce è La tentazione di Sant'Antonio: perché quegli elefanti deformati?

Cavallette, Camembert e Amanda Lear. Intervista a Salvador Dalì

L’elefante rappresenta la distorsione dello spazio. Le zampe lunghe ed esili contrastano l’idea dell’assenza di peso con la struttura (in presenza della struttura). Dipingo immagini che mi riempiono di gioia, che creo con assoluta naturalezza, senza la minima preoccupazione per l’estetica, faccio cose che mi ispirano un’emozione profonda e tento di dipingerle con onestà.

 

Un'altra sua opera tra le più ammirate è La persistenza della memoria, dove compaiono i famosi orologi "molli". Da cosa trasse ispirazione?

Cavallette, Camembert e Amanda Lear. Intervista a Salvador Dalì

 

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Il giorno in cui decisi di dipingere orologi, li dipinsi molli. Accadde una sera che mi sentivo stanco e avevo un leggero mal di testa, il che mi succede alquanto di rado. Volevamo andare al cinema con alcuni amici e invece, all’ultimo momento, io decisi di rimanere a casa. Gala, però, uscì lo stesso mentre io pensavo di andare subito a letto. A completamento della cena avevamo mangiato un camembert molto forte e, dopo che tutti se ne furono andati, io rimasi a lungo seduto a tavola, a meditare sul problema filosofico dell’ipermollezza posto da quel formaggio. Mi alzai, andai nel mio atelier, com’era mia abitudine, accesi la luce per gettare un ultimo sguardo sul dipinto cui stavo lavorando. Il quadro rappresentava una veduta di Port Lligat; gli scogli giacevano in una luce alborea, trasparente, malinconica e, in primo piano, si vedeva un ulivo dai rami tagliati e privi di foglie. Sapevo che l’atmosfera che mi era riuscito di creare in quel dipinto doveva servire come sfondo a un’idea, ma non sapevo ancora quale sarebbe stata. Stavo già per spegnere la luce, quando d’un tratto, vidi la soluzione. Vidi due orologi molli uno dei quali pendeva miserevolmente dal ramo dell’ulivo. Nonostante il mal di testa fosse ora tanto intenso da tormentarmi, preparai febbrilmente la tavolozza e mi misi al lavoro. Quando, due ore dopo, Gala tornò dal cinema, il quadro, che sarebbe diventato uno dei più famosi, era terminato.

 

Vuole lasciare un messaggio ai nostri lettori?

Non aver paura della perfezione: non la raggiungerai mai.

 

Ringraziamo Dalì per averci concesso questa esclusiva intervista.

Sottofondo: «Accendetemi la tv, che voglio sapere come sto».

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