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Case editrici, scrittori e surrealismo – parte III

Case editrici, scrittori e surrealismo – parte IIIA cura di Alberto Gherardi, Alessandro Greco, Morgan Palmas

 

(leggi la seconda puntata)

 

Alberto: La creatività degli scrittori italiani è un argomento meraviglioso, che anzitutto suddividerei per le due categorie principali in termini di visibilità: autori affermati, e autori diciamo così del “sottobosco” (esordienti e autori consolidati anche di ottimo livello ma non noti al grande pubblico). Parto da questi ultimi: secondo me la loro creatività è troppo mortificata dalla voglia tremenda che quasi tutti hanno di vedere in giro un libro con sopra il proprio nome. Nella corsa forsennata alla pubblicazione, credo si lascino indietro troppe cose, e almeno una è estremamente importante: l’identità artistica. È un dato di fatto quello per cui se scrivi una cosina per la massa mocciana puoi ottenere una pubblicazione più facile, soprattutto se al contempo sei abile nei contatti. E allora, in questo contesto, c’è per tutti la tentazione di abbassarsi a sempre maggiori compromessi, letterari e non solo. Questo, fra le altre cose, porta a un proliferare di storie e prose spesso uguali, indistinguibili, qualitativamente parlando all’insegna del “minimo sindacale”, perché tanto poi più del testo è importante la fase dei contatti per arrivare all’obiettivo unico, che è la pubblicazione. Alcuni editori contribuiscono a questo “regalando” la pubblicazione o addirittura incentivandola con iniziative abbastanza stucchevoli (alle quali ho partecipato anch’io, sia chiaro) tipo concorsi per racconti con pubblicazione finale dell’antologia, o altre cose simili come quelle fatte dall’editore Franco Forte via web (365 racconti di fantascienza, 365 racconti fantasy, 365 racconti erotici, una sega al giorno leva il pensiero di torno) che non servono a nulla se non a dare il contentino a centinaia di autori (al tempo stesso acquirenti e venditori del libro ai loro amici) e far guadagnare nel frattempo un po’ di quattrini al furbo editore. Magari c’è qualcosa di buono, lì dentro. Anzi, di sicuro. Ma tutto si perde nel desolante nulla del non letto e non sentito, non lascia il minimo segno letterario.

Gli autori creativi, invece, quelli che non hanno più l’ansia dell’esordio, quelli che magari hanno già qualche buon libro alle spalle ma al tempo stesso soffrono per lo spazio ancora limitato in cui gravitano dal punto di vista letterario, sono invece quelli che stanno peggio di tutti. Se azzardano, rischiano di non essere capiti neppure dall’editore che dovrebbe pubblicarli. Se stanno sul sicuro, col compitino, non sono artisticamente contenti e probabilmente non ottengono più di quello che hanno già, ovvero una rispettabile carriera con uscite di libri cadenzate, che però appunto non li soddisfa appieno, soprattutto quando vedono librerie e classifiche piene di libri altrui, soprattutto quelli insulsi.

Per costoro il panorama è molto triste. Mi auguro che resistano alle tentazioni, perché la letteratura italiana ha comunque bisogno di scrittori coraggiosi, quelli che non barattano l’arte con l’apparenza.

 

Morgan: Dal mio punto di vista esistono obiettivi diversi: c’è chi punta a lasciare un segno nella letteratura, c’è chi punta alla visibilità, chi ai soldi, chi vive tutte le fasi insieme o si illude di viverle. Sarà per la mia attività lavorativa, sarà per il consiglio di Tolstoj sul concentrarsi nella scrittura, accantonando le piaghe editoriali che inquinano l’arte, forse sono sempre più disinteressato a lamentarmi di chi produce merce più che libri. E che cosa pensi delle possibilità offerte dalle nuove tecnologie?

 

Alberto: Ora, le nuove tecnologie potrebbero in realtà costituire una possibilità di cambiamento (o una minaccia, per chi sguazza nello status quo come i grossi gruppi che tu Morgan citavi prima). Vedi ad esempio la possibilità odierna per un autore di farsi un libro fregandosene degli editori e rivolgendosi ai siti di auto-pubblicazione, quelli che senza tante fregnacce sulla presunta vendibilità stampano il tuo manoscritto dopo averti persino fatto scegliere copertina e titolo. Paghi il servizio di stampa, e loro te lo fanno. Cartolai del quartierino all’ennesima potenza, chiaramente; ma almeno non se la tirano da editori incompresi.

Solo che dal punto di vista artistico trovo la cosa alquanto triste.

E comunque credo fallirà anche questa alternativa. Oggi bisogna ammettere che ci sono forme di svago, di intrattenimento, più immediate di un libro di narrativa: le console, i giochi al pc, i social network, l’immortale cinema o le meravigliose serie tv americane. Dove vuoi che vada un libro, da solo?

Se chi lavora a un libro (scrittore ed editore col suo staff) non riesce a far percepire all’utente, anche e soprattutto quello giovane, che il libro ha una marcia in più almeno per un dato aspetto, non ci sarà mai reale speranza di competizione, e la narrativa (sia cartacea che digitale) si ridurrà sempre più a prodotto di nicchia. E gli editori dovrebbero anche “riprendersi” le librerie. Una libreria non può ridursi a quello che è diventata oggi. Dovrebbe essere un vero centro culturale, vivo, preparato, propositivo. Non certo con i metodi antichi, ma anche e soprattutto con le nuove tecnologie. Questo a mio parere sarebbe il vero passo in avanti. I consorzi, le fusioni editoriali non cambiano la sostanza delle cose.

Nel frattempo, i lettori ora giovani che stiamo perdendo per sempre sono l’aspetto più malinconico di tutta la vicenda.

 

Alessandro: Beh, se me lo consenti copia&incollerei la risposta di Alberto perché ha detto ciò che esattamente penso. Condivido persino la punteggiatura. Posso solo aggiungere che concordo anche con la suddivisione in “noti e “sottobosco” e i compromessi assurdi (di editing, di diritti d’autore miseri o inesistenti ecc.) che questi ultimi accettano pur di vedere un ammasso di pagine con sopra il proprio nome e cognome.

 

Morgan: Io invece mi trovo in disaccordo almeno su due punti. Gli editori dovrebbero riprendersi le librerie? Mi auguro di avere interpretato male, ma credo che alcuni editori abbiano già preso troppo, vedi le operazioni librerie Mondadori o Feltrinelli. Logiche di mercato rispettabili, benché sia palese quanto un editore possa andare dritto dritto nella vetrina di una libreria se il marchio è il medesimo: minori costi di distribuzione con l’accentramento organizzativo delle risorse, minori costi di promozione nelle librerie, aumento della visibilità dei propri libri, minor numero di rese, solo per citare alcuni fattori, ce ne sono altri, come la politica degli sconti che non si possono attuare con la stessa forza nelle librerie indipendenti. Poi, Alberto dici che, e tu, Alessandro, concordi, il self-publishing non è un’alternativa valida, io credo invece il contrario, e lasciatemi riflettere non in base alla qualità (argomento serissimo, ne parliamo dopo), quanto invece a una necessità di mercato. Sempre più gente scrive, sempre più gente vuole pubblicare, gli editori non possono accogliere l’invasione dei barbari – non è ironia la mia, ma una constatazione di tremenda forza numerica –, perché i lettori in Italia non si sono moltiplicati negli ultimi anni. Le vie possibili sono due: vanity press o self-publishing. Qui in Italia siamo ancora agli albori della nuova era, nei paese anglosassoni la musica è diversa: lulu.com, fra i tanti, sta sbancando.

Che cosa ne pensate? E, ripeto, senza per ora considerare la qualità che rappresenta il nucleo, ne parliamo dopo, ragioniamo di numeri, di mercato, di tendenze. Un passo alla volta.

 

[La prossima puntata sarà online mercoledì 13 febbraio 2013]

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