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Case editrici a pagamento: un'indagine che rivela come trattano gli scrittori

Case editrici a pagamento: un'indagine che rivela come trattano gli scrittoriLe case editrici a pagamento sono un tumore per gli scrittori, se parte di questi si salveranno, altri purtroppo incontreranno la morte interiore verso la scrittura. Vi sembra un paragone azzardato? Leggete l’indagine che ho condotto nei mesi scorsi (i primi dati sono stati pubblicati pochi giorni fa da Lettera43, ringrazio il giornalista Stefano Iannaccone), prima è necessaria una premessa importante.

Il viaggio intrapreso non nasce dal nulla, il blog di Sul Romanzo si è occupato spesso di questo tema, e molte sono le persone che negli anni hanno contribuito a formare una consapevolezza più allargata sul mondo EAP (Editoria A Pagamento), da Linda Rando a Loredana Lipperini, a Scrittori in Causa, solo per fare qualche esempio. Quanto vi sto per esporre rappresenta il frutto dei dati raccolti nel tempo e della disponibilità di una trentina di persone che mi hanno aiutato a riempire un file excel costruito ad hoc.

Se i lettori pensano di trovare di seguito liste di proscrizione, si fermino qui, non è un articolo che farà nomi. Se qualcuno sta già brontolando, invito a una maggiore serietà, abbandonando il tipico atteggiamento italiano qualunquista. Se non si fanno nomi e cognomi non significa che la ricerca non abbia valore, dipende, come per ogni cosa, dagli obiettivi. Si consideri, inoltre, che quanto ho fatto mi esporrebbe alla facile denuncia per diffamazione che 151 editori potrebbero muovermi contro nel caso li nominassi, costringendomi a difendermi nelle sedi opportune. Io desidero informare, non perdere tempo e denaro con chi comunque non cambierà idea e continuerà a sentirsi editore spennando innumerevoli polli. Il mio obiettivo è riflettere su un sistema ben diffuso in Italia, per taluni aspetti protetto da opportunismi e ignoranza, come tenterò di spiegare con dati precisi.  

La domanda da cui la ricerca è iniziata

L’anno scorso ho avuto un’idea, mi sono chiesto: per quale ragione in Italia, nonostante la non poca informazione online, le case editrici a pagamento continuano a essere vive e vegete, e a essere presenti in numerosi eventi di editoria e letteratura? I sospetti che avevo erano tanti, non ultimo che vi fosse una serie di relazioni in grado di sostenere un sistema poco noto ai più e assai remunerativo. Ho così approfondito ulteriormente l’argomento e organizzato un piano di battaglia per penetrare l’acqua torbida che incontravo.

Mi serviva il cavallo di Troia, non c’era altra soluzione. Ho aperto un mio vecchio file e ho tirato fuori uno dei miei orribili romanzetti giovanili. Non solo. Ho inserito nel romanzo una decina di incongruenze che mi sono appuntato, tre esempi: un’amputazione della gamba sinistra subita da un personaggio nella prima parte del testo, nella seconda parte la gamba amputata è la destra; un viaggio in auto da Venezia a Milano in un’ora e mezza; un iPhone in un ricordo dei primi anni Novanta. Impossibile non notare il “cambio” di gamba, ridicolo pensare di compiere quel viaggio in così poco tempo e il primo iPhone è datato 2007. 

Case editrici a pagamento: un'indagine che rivela come trattano gli scrittoriHo iniziato alla fine del 2013, sotto falso nome, a inviare il romanzo inedito a poche decine di case editrici a pagamento e nei mesi successivi, notando che mi rispondevano tutte, ho proseguito con l’esperimento con altre case editrici fino alla scorsa estate, ottenendo lo stesso risultato, come le ho scelte? In tre modi: facendo riferimento a una lista che si trova con facilità online, a un saggio di editoria e sulla base delle tante storie sentite negli anni da scrittori che mi hanno contattato per vari motivi.
Facendo riferimento ai dati del 2012 (perché quelli avevo alla fine del 2013), in Italia furono 4.534 case editrici a pubblicare almeno un titolo e 1.187 più di 10 titoli in un anno. Ho inviato il mio cavallo di Troia a 152 case editrici a pagamento che sapevo appartenere al gruppo delle 1.187.
 

La risposta ‒ da pochi giorni a tre settimane circa ‒ è stata unanime, 152 case editrici mi proponevano la pubblicazione del mio romanzo (ci sanno fare con il marketing, numerose case editrici mi hanno anche proposto da subito una possibile quarta di copertina e un piano di lancio per il libro, già mostrato nella copertina in un file allegato alla mail con nome e cognome acchiappa orgoglio!). Il mio sorriso compiaciuto durava alcuni secondi perché dovevo subito dare avvio alla seconda fase, chiedere loro di visionare il contratto editoriale (tante case editrici lo inviano subito, non tutte) e fare una telefonata per delucidazioni (occasione ghiotta per me, da agente letterario mi sono divertito a metterli in difficoltà). Purtroppo durante una telefonata una persona mi ha riconosciuto (mi aveva sentito parlare al Salone del Libro di Torino e mi segue su Facebook, ha fatto due più due), perciò la mia ricerca si basa su 151 case editrici che pubblicano più di dieci titoli all’anno, il 12,7% di 1.187 case editrici.  

 

Il ruolo ambiguo dell’AIE

Digressione, che rivela un contesto dai tratti imbarazzanti. Se andate nel sito dell’AIE (Associazione Italiana Editori), precisamente nella sezione Chi Siamo, si può leggere: «Tra i suoi obiettivi l’Associazione si prefigge di rappresentare e tutelare gli editori, di favorirne la crescita professionale, rimuovere gli ostacoli allo sviluppo di un moderno mercato editoriale, di contrastare i fenomeni di illegalità e mancato rispetto del diritto d’autore». Tenete a mente quanto segue: «Rimuovere gli ostacoli allo sviluppo di un moderno mercato editoriale». Nella medesima pagina, sulla sidebar a destra, si legge: «Gli editori aderenti all’AIE rappresentano il 90% del mercato librario italiano». Avete letto bene, il 90% del mercato, quindi è verosimile pensare che l’AIE rappresenti tantissime case editrici a pagamento, è una tesi non confutabile. Eppure, se si considerano le recenti dichiarazioni di Marco Polillo, presidente dell’AIE, non si sa bene cosa pensare: «Non credo che al nostro interno ci siano realtà che realizzano dei margini con il contributo dell'autore».

Fermatevi! Non tirate facili conclusioni.

Permettetemi di aggiungere un elemento. Se avete la pazienza di leggere lo Statuto dell’associazione, scoprirete che «le quote annuali di ciascun socio effettivo sono determinate in base al fatturato relativo all’attività editoriale. La quota è crescente in relazione al predetto fatturato, ma non in modo proporzionale». Avete capito, vero? Adesso potete tirare una prima conclusione, credo che non occorra esplicitarla. Le tabelline le abbiamo studiate tutti a scuola. Ma ai più confusi possiamo dire che spennare migliaia di polli, meglio se migliaia di migliaia, è un vantaggio enorme per l’AIE: più fatturati, più quote considerevoli, tutti più contenti, eccetto gli scrittori. Non importa come ci si rapporta al mercato editoriale, non importa se subiscono trattamenti terribili gli scrittori, non importa i mezzi messi in campo, perché, come è dichiarato, l’importante è «rimuovere gli ostacoli allo sviluppo di un moderno mercato editoriale». Figuriamoci se non fosse stato così. So che queste mie parole non faranno piacere all’associazione, però bisogna che qualcuno scriva nero su bianco quale è la verità, perché negli anni ho visto troppa gente girare attorno al tema senza centrare il punto, che è e rimane una questione economica che avvantaggia qualcuno. Inutile lamentarsi, per esempio, della presenza numerosa degli editori a pagamento al Salone del Libro di Torino o a Più libri più liberi di Roma, anche in quei casi, non sono i soli, il fattore che scatena tanti troppi silenzi da chi potrebbe condizionare certe pratiche è e rimane una questione economica: qualche ingenuo pensa che gli stand in fiera siano gratuiti?

 

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Telefonate imbarazzanti alle case editrici

Ho cominciato a telefonare agli editori, una mail di risposta serviva per dichiarare che ero un po’ confuso rispetto a certe voci del contratto, ottenevo il numero di telefono e fissavo una chiamata. Reazione simile nell’approccio: parole di apprezzamento verso il romanzo e capacità di negoziazione che si sviluppava in due obiettivi:

1-      Mettermi a mio agio.

2-      Portarmi quanto prima alla firma del contratto.

Io stavo al gioco all’inizio e poi tentavo di portare ogni interlocutore verso i punti critici dei contratti, in qualche caso voci contrattuali al limite del legale, con una chiara impostazione svantaggiosa per l’autore, e non sto soltanto parlando di percentuali di vendita, no, problemi su diversi fronti: notizie vaghe sulla prima tiratura, il diritto di opzione vincolante per gli autori (per esempio: in caso di un secondo libro medesime condizioni contrattuali da rispettare e obbligo di pubblicazione con lo stesso editore, perciò a pagamento e ulteriori esborsi di denaro in caso di rifiuto), il diritto di prelazione spesso personalizzato in maniera furba (sperando di non dover rispondere a troppe domande dell’autore su questi punti che condizionano le future pubblicazioni), i rendiconti (se non è esplicitata una data, l’editore fa un po’ come vuole, per non parlare della mancanza frequente delle modalità attraverso cui pagherà; altra voce poco chiara: “su richiesta dell’autore”, come a dire: se non lo chiedi, non ti mando nulla), gli obblighi dell’editore (l’abilità di renderli precisi laddove non servirebbe e assai vaghi nelle cose che invece contano davvero).

 

Case editrici a pagamento: quanto pagano gli autoriQuanto pagano gli autori

Il contributo da parte dell’autore è, in media, di 1.370 euro per le 151 case editrici:

22% sotto le 1.000 euro
67% fra 1.000 euro e 2.000 euro
11% sopra le 2.000 euro.

Il minimo di 699 euro e il massimo di 4.800 euro (possibilità di rateizzazione, in un paio di casi fino a 15 rate mensili). Il discorso, ovviamente, qui si complica perché alcune case editrici impongono un acquisto di 100 o 200 o 250 o 300 volumi, altre case editrici (molte meno) non impongono acquisti ma si concentrano soltanto sulla supposta distribuzione del volume nelle librerie. C’è chi ti dice: «Parte dei volumi che acquisti te li vendi da solo» e invece altri: «Non ti obbligo all’acquisto, tu paghi e io ti distribuisco il libro». In quest’ultimo caso le copie in omaggio tendono a essere di più, fino a 25, quando nel primo gruppo le copie in omaggio sono fra cinque e dieci.


Ecco il colpo di genio di 89 case editrici su 151: al raggiungimento di un numero di copie variabile fra 500 e 800 l’editore si impegna a rimborsare l’intera somma versata all’inizio. L’autore a questo punto cosa pensa? Che cosa vuoi che sia arrivare a 500 copie vendute, si organizza qualche serata in biblioteca o in libreria e in poco tempo si rientra con le spese. L’editore fa bene i suoi conti, ci guadagna in ogni caso, rischio zero.

 

Quanto pagano gli editori

In termini di percentuale si va da un 7% a un 14% sul prezzo di copertina al netto dell’IVA (la media è il 10%). Parte dei contratti, a fronte di un’ostentata precisione, indica le migliorie di percentuali dopo un certo numero di copie vendute, senza tuttavia specificare le modalità attraverso cui l’autore può verificare il superamento effettivo dei numeri esplicitati. Come a dire: ti premio alzando la percentuale se vendi di più ma non ti dico quando ciò accadrà. Comodo, anzi furbo, perché per un editore è banale burocrazia impelagare un rendiconto dentro una voce come la resa, quantificando ciò che serve in resa appunto per non rivelare che un numero prestabilito di copie vendute è stato raggiunto. Impossibile verificare con precisione per l’autore.


Fattore non secondario: il codice ISBN è garantito dalla maggioranza delle case editrici, mentre 19 delle 151 non garantiscono neanche questo, se si vuole l’ISBN bisogna sborsare altri soldi. 

 

Distribuzione: chi l’ha vista?

Un aspetto che tanti autori paganti non considerano a sufficienza è la distribuzione. Tutte le case editrici contattate si vantano delle loro distribuzioni nazionali con PDE o con Messaggerie, allora ho pensato di organizzare un file excel interessante: scegliere quattro titoli per ogni casa editrice delle 151 (titoli editi da non più di sei mesi rispetto al momento della ricerca e da non meno di tre mesi, quest’ultimo dato per dare modo di mettere in moto l’eventuale macchina di distribuzione che possiede tempi viscosi rispetto al giorno di pubblicazione di un libro) e verificare nelle librerie italiane la loro presenza. Ringrazio circa trenta persone che mi hanno molto aiutato per questa operazione che da solo sarebbe stata impossibile. Sto parlando di 604 titoli pubblicati e la loro presenza in decine di librerie italiane: da Trento a Palermo, da Lecce a Imperia, da Trieste a Bologna, da Macerata a Latina. Sapete che cosa è emerso? Un quadro a dir poco sgradevole: la stragrande maggioranza dei libri non è mai arrivata nelle librerie, in definitiva i libri non esistono fisicamente (eccetto quelli acquistati dall’autore, nei casi in cui è stato imposto l’acquisto di volumi).

Qualche dato. La presenza, se di presenza possiamo parlare, concerne 23 titoli su 604 (3,8% del totale), 23 titoli che sono stati trovati in alcune librerie, per il resto il vuoto cosmico. Volete ridere, o forse piangere? Mi sono incuriosito osservando i dati e ho fatto diverse telefonate per chiudere il cerchio, sapete in quali librerie erano presenti quei 23 titoli? In 16 casi su 23 esclusivamente nella regione di residenza dell’autore (pochi click e trovavo con facilità il dato che mi serviva), in sette casi su 23 non ho potuto verificare questo parametro (o perché non capivo la città di residenza dell’autore oppure in tre casi perché gli autori risiedono all’estero). In ogni caso fa molto riflettere il dato, sembra che l’editore mandi almeno una copia in una libreria non lontana dal domicilio dell’autore, così da poter dire: «Se vai nella libreria X, potrai constatare che lì vendono il tuo libro», un modo per far star zitto lo scrittore. Se non sono geni del male questi, qualcuno mi spieghi dove trovarli.  
Risultato finale: 604 meno 23 uguale 581, in altre parole 581 titoli non sono mai arrivati nelle librerie. Bingo! A dispetto delle pompose voci contrattuali sulla promozione (qualche editore inserisce addirittura una lista di presenze del libro alle fiere di Torino o Roma, e perfino in alcuni casi a quella internazionale di Francoforte), la realtà è una: il libro non è distribuito nell’86% dei casi, quanto basta per farsi un’idea della serietà delle case editrici a pagamento, quelle che, in parte, secondo l’AIE, dovrebbero far parte di un «moderno mercato editoriale».    
 

Errore di misurazione o paradigma prevedibile

Qualcuno potrebbe dire: hai scelto i titoli sbagliati, la casa editrice ha altri titoli. Una critica che avevo già pensato e così ho chiesto ai miei collaboratori di porre la seguente domanda nei casi di NON presenza di un titolo: «Ha mai avuto in libreria qualche titolo di questa casa editrice?». La risposta è stata negativa nell’ordine del 98% dei casi. Penso che non vi sia altro da aggiungere poiché il quadro è chiaro, anzi chiarissimo.
Le case editrici a pagamento sono interessate a far firmare il contratto agli autori ma poi non distribuiscono il libro.  

 

Editoria a pagamento: concorsi letterariPremi organizzati dalle case editrici a pagamento per donarsi autorevolezza

Tema su cui ho fatto alcune ricerche, anche se non approfondite. Non sono poche le case editrici a pagamento che organizzano concorsi e premi letterari, efficace modalità per darsi un tono e per far credere ai polli di avere l’autorevolezza critica in ambito editoriale.

Ho scoperto 14 delle 151 case editrici a pagamento coinvolte in tali operazioni, non posso sapere se altre del gruppo abbiano pratiche simili, la ricerca non è facile da compiere. Ci sono sempre un premio in denaro e una serie di attività che conducono alla casa editrice. 

 

Conclusioni

Il paragone con il tumore di cui vi parlavo all’inizio, con grandissimo rispetto per i malati di tumore, sia chiaro, vi sembra ora azzardato? Migliaia e migliaia di aspiranti scrittori illusi da editori a pagamento, una valanga di soldi che mantiene un sistema, dall’associazione di categoria alle fiere editoriali, oltre ai singoli editori, un business dai contorni poco chiari che spero questo articolo sia riuscito, per taluni aspetti, a mostrare.

Sto preparando per il blog di Sul Romanzo una serie di articoli dedicati ai contratti editoriali, esistono voci di contratto da esplorare con attenzione e ho deciso di parlarne, da un lato, perché comincio a essere stanco di scrittori che mi contattano per chiedermi un’opinione su documenti che hanno firmato, dall’altro lato, perché in futuro vorrei indirizzare gli aspiranti scrittori verso una sezione del sito nella quale trovare tante informazioni utili per rapportarsi con gli editori.
Ultima cosa: non pensate, dopo avere letto fino a qui, che io divida gli editori in puri ed EAP, perché commettereste un errore di valutazione, pure fra i puri non mancano le delusioni. Per ora mi limito a chiedervi di far conoscere l’articolo ai vostri amici aspiranti scrittori, in futuro proverò a raccontarvi altri lati del bellissimo e bizzarro mondo dell’editoria.
Attenti agli editori a pagamento, sono case editrici serie?!

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Commenti

Francesca, ha ragione, il sistema di distribuzione nelle librerie apre infinite discussioni su come un libro arriva - se arriva - al "consumatore" finale. Un argomento da affrontare e che rivelerebbe non poche operazioni "furbe" per GARANTIRE una posizione di sopravvivenza a molti...
Magari più avanti parleremo anche di questo, grazie.

Gentile (e informatissima Francesca),
il tuo commento è davvero illuminante. Ogni autore ignoto o aspirante tale può trarne le conclusioni che vuole: intelligentibus pauca.
Se non sei stato un BR, se non sei già uno famoso o tristemente famoso, se non sconti 20 anni per pedofilia, se non sei un'ex modella con le labbra a canotto, se non ti intervista la Gruber, se, per farla breve, non sei nessuno e non resisti alla voglia di vedere la tua opera prendere forma, (ammesso che tu abbia scritto un'altra Divina Commedia, un ciclo dei Vinti, o qualcosa del genere), inutile puntare su un editore serio che andrebbe comunque in rovina investendo sul tuo lavoro (ammesso che voglia prenderlo in considerazione). Stampalo con un amico tipografo, regalalo agli amici, mandalo alle biblioteche e ai giornali e ai siti della tua zona, poi goditi la notorietà di venti venticinque minuti che l'iniziativa ti può dare. Oppure lascia perdere, dedicati alla nobile arte del modellismo, al giardinaggio, alla visione di film hard, alla mistica medioevale, insomma, per farla breve, a tutto ciò che può darti piacere. Oppure sparati e spera di essere un nuovo Morselli edito da Feltrinelli o Mondadori o Bompiani e via discorrendo. I tuoi eredi godranno dei quaranta quarantacinque minuti di notorietà (ma puoi essere un fortunato e arrivare a un'ora ora e mezza) che oggi è riservata alla LETTERATURA.

Buongiorno, vorrei iniziare il mio commento con una frase forse un tantino provocatoria: i truffatori esistono perché trovano sempre gente disposta a farsi truffare.
Ergo: le "case editrici" (le virgolette sono d'obbligo) a pagamento esistono perché trovano sempre aspiranti scrittori disposti a farsi spennare vivi pur di vedere i loro lavori impaginati sotto le sembianze fisiche di un libro e con il loro nome bene in vista sulla copertina, per poi poter declamare ad amici e parenti: "ehi, guardate, ho pubblicato, sono uno scrittore".
Io tutto sommato, pure nel mio narcisismo e nella mia forte autostima, mi considero una persona dall'intelligenza normale, cioè non credo di essere un genio e non mi sento un essere superiore, e allora mi domando: ma perché non ho mai preso nemmeno lontanamente in considerazione neppure il più fioco barlume di pallidissima idea di pubblicare a pagamento?
Eppure, quando ho spedito i miei primi lavori, e anche quello che adesso è diventato il mio primo romanzo pubblicato (con una casa editrice vera) a diverse editori, sono stato contattato anche da qualcuna di queste squallide associazioni a delinquere, che mi hanno proposto contratti "editoriali" molto vantaggiosi.
Vantaggiosi per loro, ovviamente.
Altrettanto ovviamente, non li ho degnati di una risposta, non ho sprecato nemmeno una frazione di secondo del mio tempo per interloquire con siffatta feccia.
Ma io avevo il vantaggio di essere al corrente dell'esistenza di questo marciume, e se ho spedito le mie opere a qualcuna di queste tristi realtà è stato solo perché ho trovato il loro indirizzo fra le case editrici e non sono stato in grado di verificare prima la loro onestà e la loro trasparenza.
Ora, io credo che un aspirante scrittore dovrebbe essere consapevole del fatto che se scende a compromessi con sé stesso abbassandosi a pagare pur di essere... no, stavo per scrivere pur di essere pubblicato ma non è questa la realtà, non si tratta di pubblicazione ma di semplice lavoro tipografico con l'aggravante della truffa poiché queste tipografie tentano di far credere di essere delle case editrici con tutti i crismi in regola, comunque, dicevo, se un aspirante scrittore è disposto a scendere a questo tipo di compromessi pur di appagare il proprio ego, dovrebbe essere conscio del fatto che è e resterà per sempre uno sfigato cronico.
Chiedo scusa per la durezza, ma oggi, con internet e con tutte le informazioni cui abbiamo accesso e che ci permettono, o ci dovrebbero permettere, di documentarci e di erudirci su ogni aspetto dell'umana bassezza, non è più ammissibile porsi nelle condizioni di farsi fregare in quel modo. Ricordiamoci che se nessuno fosse disposto a farsi pubblicare a pagamento, queste simpatiche realtà sarebbero costrette a chiudere i battenti in men che non si dica.

Grazie Morgan. Grazie per l'esaustiva inchiesta pubblicata. Il mio manoscritto, è da 1 anno fermo nel cassetto, dopo la richiesta in denaro di 2 editori contattati. Tanta energia per scrivere che da alla luce il parto dell'anima e poi? Cosa fare in questo paese per sopravvivere? Un caro saluto a tutti i presenti

Un solo, breve, sintetico commento... Lei ha dato velatamente (forse pensando indirettamente) del 'cretino ingenuo' ad ogni scrittore che ha firmato consensualmente i vari e (molti onesti) contratti di compartecipazione editoriale. E non è proprio così!!!
La storia insegna che Moravia, Bukoski, J. K. Rowling -solo per citarne tre- hanno pubblicato il loro primo libro in questo 'malsano' modo.

Claudia, un commento altrettanto breve: a furia di citare sempre i soliti nomi (questa volta mancavano all'appello Saba e Proust) per salvare una miriade di pseudo-editori che si fanno pagare per stampare libri dietro pagamento da parte dello scrittore, si rasenta il ridicolo: perché i 4-5 nomi che si citano, quale percentuale rappresentano rispetto alla quantità di opere pubblicate da questi stampatori a pagamento che si spacciano per editori? E soprattutto rasenta la malafede: lei può essere certa che gli autori, che di volta in volta citate, ora potrebbero avallare un sistema come quello dell'editoria a pagamento che lei difende utilizzandoli come sponsorship? E, a questo proposito, sulla Rowling: è proprio sicura che abbia pubblicato a proprie spese? E se anche l'avesse fatto, è certa che difenderebbe il sistema dell'editoria a pagamento dopo quest'esperienza: http://www.elle.it/Magazine/J.K.-Rowling-denuncia-la-Publish-America?
Un bagno di umiltà, poi, sarebbe il caso di farlo: il fatto che Moravia, Saba, Svevo e pochi altri abbiano pubblicato a pagamento, non fa di tutti gli autori a pagamento dei futuri Moravia, Saba, Svevo.
Siamo realisti, onesti e soprattutto meno ridicoli, per favore.

Claudia, non conosco esattamente le vicende editoriali di Bukoski e di Rowling, ma per quanto riguarda Moravia mi risulta che abbia iniziato la sua carriera di scrittore auto pubblicandosi, cioè in pratica facendo l'editore di sé stesso, che è cosa ben diversa dal cadere nelle grinfie di squallidi truffatori che si spacciano per case editrici mentre in realtà non sono altro che delle tipografie.
Io ho pubblicato il mio primo libro con una casa editrice piccola ma molto seria e che non mi ha chiesto né un centesimo di contributo né l'acquisto di un certo numero di copie, anzi, come autore ho avuto diritto, da contatto, a tre copie omaggio, mentre percepisco il 10% sul prezzo di copertina per ogni copia venduta, quale diritto d'autore. Questa è editoria. Ciò nonostante non ho nulla contro il self publishing, ci sono delle ottime piattaforme online che permettono a chiunque di auto pubblicarsi con modica spesa e non è escluso che io stesso possa farvi ricorso occasionalmente, in futuro, anche se rimango orientato verso l'editoria tradizionale, ma questo significa auto prodursi, in pratica lo scrittore diventa imprenditore di sé stesso (ma non lo è sempre, del resto?) e investe sulla propria opera per renderla pubblica.
E fin qui ci siamo.
Ma farsi pubblicare da una di queste pseudo case editrici, che promettono mari e monti obbligando l'autore all'acquisto di qualche centinaia di copie, con ciò realizzando già il loro calcolato profitto, senza poi dare in cambio assolutamente nulla, mi pare davvero una grossa stupidaggine.

Claudia, credo anche Moccia. Saluti. :)

Ciao Morgan.
Tutto vero, anzi verissimo.
Però ti invito a riflettere su un fatto estremamente sgradevole: esattamente su questa pagina, nello spazio dove appaiono le inserzioni pubblicitarie di adSense Google, vengono mostrate pubblicità di case editrici a pagamento.
Ora, tu mi dirai che voi non siete responsabili di ciò che Google inserisce nella sua rete display, e questo è vero, ma è altrettanto vero che scrivere un articolo sulle case editrici a pagamento e poi pubblicizzarle nella stessa pagina e sul proprio stesso sito è, quantomeno, paradossale e grottesco, non trovi?

Luca, ti spiego qual è la politica di Sul Romanzo. Tanto per essere precisi.
Google Adsense paga in parte minima le spese del sito (dominio, server, licenze, ecc.).
Google Adsense permette di mettere in blocco alcuni inserzionisti. Da sempre, quando vedo editori a pagamento, li blocco. Operazione che faccio circa una volta a settimana, perché sono tanti gli editori a pagamento presenti su Google Adsense (anche se non bisogna confondere gli editori a pagamento con il self-publishing, che sono cose diverse).
In sostanza, non posso fare lo sceriffo ogni minuto dei 1440 minuti del giorno, posso però bloccare qualcuno quando mi accorgo che si presenta nelle inserzioni. O faccio lo sceriffo o lavoro.
Grazie per la tua critica, vera, concreta, e spero che tu abbia capito il contesto.

Grazie Morgan di questa interessante inchiesta, prodiga di molti punti di riflessione e dettagliata nell'analisi di alcune dinamiche che sovrintendono i rapporti tra autori, editori e altre figure che gravitano nel "mondo editoriale" (lo metto tra virgolette perché mi ispiro a una concezione di mondo editoriale nel senso più nobile del termine, là dove nel tuo articolo emergono visioni distorte o ampiamente deteriorate del medesimo).
Desidero chiosare che per quanto riguarda il ricorso, nel tuo post, all'espressione "tumore" per il fenomeno EAP, pur trattandosi di una terminologia intesa a scuotere e risvegliare la coscienza sopita del lettore, è secondo il mio parere e in questo contesto più che opportuna e appropriata. Che cos'è, infatti, il tumore (o neoplasia) se non una formazione abnorme che sovverte l'equilibrio di un normale tessuto organico, compromettendone le sue funzioni peculiari? Non si può dire lo stesso di un mondo editoriale compromesso nelle sue funzioni nevralgiche, avvitato su logiche di profitto immediato, di circonvezione d’incapace (o di capace consenziente) e di concreto sfruttamento del potenziale umano e creativo col ricorso a strumenti complessi di vincolo contrattuale?
C'è molta informazione sul web e - giustamente - ci sono orde di autori che per ragionevoli (e assai meno ragionevoli) motivazioni sottoscrivono contratti con EAP. Quel che emerge di inquietante, nei dati che esponi, è che esistono associazioni di categoria come AIE che permettono più o meno indirettamente a questo ampio segmento di realtà editoriali di continuare a prosperare e operare nel mercato. Ma non vi sembra che quel che vi è di "distorto", di "abnorme" e "cancerogeno" in questo stato di cose sia il venir meno ad alcuni principi cardine dell'etica professionale e del rapporto “sano e prospero” tra autore e editore? Quali sono gli aspetti che più mi fanno specie?
1. Che l’opera, che dovrebbe essere al centro del processo creativo e produttivo editoriale, spesso non viene neanche letta e valutata nei suoi aspetti formali e nella qualità del messaggio che veicola.
2. Che si cerchi di fare leva sull’ego o sulle legittime aspirazioni di un autore per vincolarlo a un contratto capestro, sovente sbilanciato a esclusivo vantaggio dell’editore (numero di copie vendute da raggiungere, come negli esempi che illustri, perché l’autore cominci a guadagnare percentuali maggiori sulle vendite); non parliamo dei diritti di opzione e di prelazione, ma la cosa che più è svilente e senza possibilità di un rapporto di trasparenza è la possibilità effettiva, per l’autore, di tracciare il numero di copie vendute e di controllare che i rendiconti dell’editore siano onesti. Purtroppo è tutto così nebuloso per l’autore, sempre a netto sfavore dell’autore.
3. Distribuzione: una vera croce. Per i piccoli editori avvalersi di grandi catene distributive come PDE o Messaggerie vuol dire spesso farsi un autogol, subire le loro leggi o regole nel mare magnum della distribuzione. Spesso il distributore fa il bello e cattivo tempo; valuta in base alle proprie esperienze e polso del mercato quali titoli nel catalogo dell’editore hanno le potenzialità per essere proposti e quali no; sovente rifornisce di certi titoli quelle librerie che esplicitamente li hanno richiesti (sto parlando del segmento della piccola e media editoria) e comunque il passaggio e breve. Anche per quei titoli che approdano speranzosi nello scaffale di una libreria, se non c’è un adeguato ufficio stampa, una solida campagna di promozione o qualche sporadica presentazione che muovono il testo hai voglia… passano e scompaiono rapidamente!
4. Vogliamo parlare degli uffici stampa? Quanti uffici stampa che non siano abborracciati o improvvisati hanno gli editori EAP? Campa cavallo…
5. I premi letterari sono spesso costruiti ad arte per conferirsi autorevolezza, come riporti. E non è solo appannaggio di editori EAP palesemente individuabili, anche in base ai criteri che evidenzi, caro Morgan. Ci sono molti casi di editori a doppio binario e grandi insospettabili che giocano sporco. Non faccio nomi perché la prudenza è d’obbligo, in questo caso, per le motivazioni che adduci in apertura del tuo articolo, ma personalmente mi sono visto richiedere dal commerciale di un editore di un certo rilievo una somma di 7.000 euro qualche tempo fa, per pubblicare un mio libro, con le motivazioni computate (difficile contingenza dell’editoria, i grandi gruppi che non osano rischiare di investire in autori più o meno esordienti e non da ultimo il fatto che pubblicare con loro voleva dire entrare con un certo peso specifico in un paio di premi letterari prestigiosi). Come no?
In questo scenario a dir poco desolante non manca chi fa ancora il proprio lavoro con passione e professionalità, ma per le situazioni che ho sottolineato non ritengo che il termine “tumore” sia un termine azzardato.

Alberto, credo che vi sia poco da aggiungere a quanto scrivi e grazie per le parole di apprezzamento.
L'unica strada è informarsi, cercare di comprendere con attenzione e raccogliere dati.

Da quanto letto fin qua, se la voglia di scrivere permane (per quanto acciaccata), quella di pubblicare cola a picco. Non ci resta che sperare in un 2015 migliore. AIUGURI!

Leggo questo interessante articolo che pero' deficita giornalisticamente dei soggeti criticati. Cioe' il nome delle case editrici. Quindi. Questo articolo non esiste. E' come se uno scrivesse: "Arrestato un mafioso...ma non dico il nome..."...Opppure: "Quel politico sta rubando..."..Ma non scrive il nome...Nessuna validita' giornalistica e soprattutto nessuna credibillità ''. Se lei decide di fare un articolo-denuncia non puo' esimersi dal fare nomi e cognomi. E' suo dovere. Oppure lei teme, diciamo, una cinquantina di querele? Concludo. Lei attacca l'editoria indipendente. Ok. E' una sua legittima scelta. Abbia però anche il coraggio di scrivere uno pseudo articolo sulle, chimamole, major, dell'editoria. Che di misfatti ne compino. Eccome se compiono. Faccia dunque un atto di coraggio vero. Attacchi la Mondadori, la Feltrinelli, la Bompiani, la Rcs. Insomma faccia lei. Troppo facile attaccare l'editoria indipendente. Ad esempio in crisi di distribuzione perche' schiacciata dalle cosidette case editrici importanti. E si adegui ai tempi. Esiste anche e soprattutto la distribuzione online. Dove si trova anche un libro autostampato. E soprattutto abbia la decenza di firmarsi non con un ridicolo pseudonimo. Ma con il suo nome e cognome. Ah gia' dimenticavo. Se lei e' Morgan....io sono Zorro. Pessimo modo di fare dell'informazione e' quello di sparare senza dire a chi si spara. Nomi e cognomi. Nomi delle case editrici. Altrimenti quello che lei ha scritto e' fuffa da social. Distinti saluti. Topo Gigio. Ps Tra parentesi lei afferma un falso storico dicendo che le case editrici indipendenti chiedono una somma di denaro per stampare un libro. E sono pronto a dimostrarglielo facendo i nomi delle case editrici che non chiedono una lira. Attendo solo che lei si firmi con nome e cognome dopodichè mi firmerò con nome e cognome e le indicherò atrettante cento case editrici indipendenti che non chiedono una lira e che non usano gli sporchi trucchetti che lei racconta. Attendo con fiducia.

Mi pare, sinceramente, che lei non conosca l'argomento EAP. E se lo conosce, lo conosce da un angolo con confini molto stretti.
In primo luogo, mi chiamo Morgan Palmas, intuisco che per lei possa sembrare un nome esotico di fantasia, ma così sono presente all'anagrafe.
Esordisce parlando di giornalismo, forse è una sua prospettiva, nessuno qui vuole fare giornalismo, io non sono un giornalista.
Mi pare di essere stato chiaro all'inizio dell'articolo, non voglio querele da editori infastiditi, volevo soltanto porre l'attenzione su un sistema che è insano e che continua, nonostante tutto, a fare business.
Inoltre, verso la fine dell'articolo, ho anche menzionato l'editoria NON EAP, dicendo appunto che non troviamo dall'altra parte la purezza...
Ora però mi dica una cosa, altrimenti si rischia di fare confusione: che cosa è per lei una casa editrice indipendente?
Saluti.
Morgan Palmas

Vede signor Morgan Palmas. Mi scuso per aver scambiato il suo nome e cognome per uno pseudonimo.Dicevo. Dicevo vede signor Palmas io non le spiego nulla. Perche' lei sa benissimo, spero, cosa sia una casa editrice indipendente.Troverei oblsoleta una spiegazione. Che lei non sia un giornallista, mi creda, non avevo dubbi. Pero' lei ha fatto un'inchiesta. Di stampo giornalistico. E va benissimo. Pero'. Se lei ha avuto il coraggio di prendere per i fondelli un centinaio di editori. La invito ancora a fare i nomi di questi editori e delle loro case editrici. Che fa? Tira un cazzotto e poi scappa? Altrimenti. E gilelo ripeto. Tutto quello che ha scritto potrebbe essere un romanzo. Inventato. E nemmeno scritto troppo bene. Lei attacca )vigliaccamente) la piccola editoria. Ma si guarda bene di attaccare la grande editoria. Sono anche autore Mondadori. Ecco. Attacchi la Mondadori che sta risucchiando miriadi di case editrici con trucchetti da codice penale. Cioe' attacchi Sillvio Berlusconi. Ma lei non lo fara'. E se lo fara' chapeau. Ma non lo fara'. Lei puo' ergersi a paladino. Lei qua riceve dei consensi. Facile eh?.Lei gioca facile e sporco. Ci siamo capiti? No?. Ok. Lei sta facendo il gioco di chissa' quale casa editrice. Non so se volontariamente o involontariamente. Propendo per la prima ipotesi. Mi firmo Álvaro de Campos. Tanto Pessoa i nomi li cambiava. Quando lei fara nomi e cognomi io mettero' il mio nome e cognome. Signor..in arte Morgan.Arte? Ps. sappia che lei e' in odore di querela. Un forte odore. Non e' una minaccia. E' un avviso di garanzia. E il risarcimento non naviga sulle diecimila euro. Ma sulle duecentomila euro. Dicesi diffamazione. Dicesi uso di falsa identita'. Quindi si va dal codice civile al penale. Succede signore mio.Quando si pensa che il w sia terra di tutti e di nessuno. E che non viga nessuna legge. Indistinti saluti. E mi perdoni per eventuali refusi.

L'impressione è che non troveremo mai un compromesso lei e io.
A dire il vero, non sono state rare le occasioni in cui ho parlato pubblicamente di qualche furbizia della grande editoria, anche della Mondadori, che lei cita.
Non ho scritto nell'articolo di avere risentimenti verso la piccola editoria, ma ho palesato certe pratiche di parte della piccola editoria. Vi sono piccoli editori corretti, seri, colti, che fanno business vero, non sulla pelle degli scrittori.
Mi ripeto, non farò nomi, per i motivi espressi chiaramente al'inizio dell'articolo. Non ho altro da aggiungere su questo. Mi dispiace che lei non capisca e accetti i motivi, ma tant'è.
L'odore di querela lo conosco, in passato ho ricevuto via mail minacce più o meno velate da alcuni editori a pagamento, per non parlare delle azioni deliranti di qualche scrittore egotico.
Sono convinto di non averla persuasa con le mie ragioni, non si preoccupi, non importa, neanche lei ha convinto me.
La saluto cordialmente.

Vede Morgan. Io non voglio convincere, a differenza sua, ne' lei, ne' nessuno. Ho solo espresso la mia diasapprovazione per un'inchiesta fatta con i piedi. Perche'. Mi scusi l'ossessivita'. Lei non cita le fonti. Quindi, ed e' lei a dirmelo, lei non lo fa perche' teme querele.Why? E perche' dovrebbe essere querelato se lei ritiene di nulla aver scritto di male e di non aver diffamato nessuno? Le minacce sono odiose. E di minacce non ne parliamo nemmeno. Una querela si fa. Una denuncia si fa. Non si minaccia. Non so chi le ha scritto queste sciocchezze. Mi spiace per lei e per chi si e' macchiato di queste stupidita'. Ripeto, mi scusi, la minacce sono pure loro perseguibili dalla legge. Le querele o le denunce no. Il confrontarsi non sempre significa capirsi.. Ci siamo confrontati. Lei ha tratto le sue conclusioni. Io le mie. Tutto qua. La saluto cordialmente.

non sono molto d'accordo con quanto esposto nell'articolo. La mia esperienza personale è stata positiva; ho esordito anni fa con Besa Editrice, a pagamento, che distribuiva con Pde; dopo due libri, a causa del costo elevato richiestomi da Besa (1.500 euro per un libro in cambio di 100 copie!) ho provato Aletti (per un libro solo): buona la veste tipografica, ma inconsistente la distribuzione. Sono così approdato a Robin Edizioni (sino allo scorso anno con sede a Roma, ed ora a Torino), con la quale ho pubblicato già sette libri, ed i prossimi due (primavera e autunno 2015) sono già sotto contratto. Esperienza assolutamente positiva: contratto serio e dettagliato, contributo di pubblicazione iniziale poco oneroso e poi calato sino ad un costo bassissimo negli anni, contributo che in realtà si traduce nell'obbligo di acquisto di un certo numero di copie (inizialmente 100, poi 70, poi 50, a prezzo scontato rispetto a quello di copertina), riconoscimento (e pagamento ormai in anticipo senza aspettare i dati del distributore) dei diritti di autore; buona la distribuzione con Messaggerie. Ho avuto modo di notare come i libri della Robin (tra cui i miei) arrivano nelle librerie, ed in particolare li ho trovati nel circuito Feltrinelli. E, soprattutto, un buon riscontro di vendite; un mio libro è arrivato persino in Usa (Florida) dove mi ha fatto conoscere, perché ricevetti, circa tre anni fa, una mail di complimenti da una lettrice italiana che vive colà (ex console italiano). E' ovvio che "bisogna fare la gavetta", così come è comprensibile che le case editrici non sono enti di beneficenza ma attività commerciali, ed hanno dapprima bisogno di verificare se un autore è vendibile, anziché farsene carico soltanto dei costi di pubblicazione e gestione. Chi volesse maggiori informazioni, può cercarmi tramite messaggio su Facebook, come "Dedo Di Francesco". Auguri a tutti !!!

bella inchiesta

è drammatico vedere quanta gente che è stata TRUFFATA da questi FALSI EDITORI (perché di ciò si tratta), continui in parte a difenderli, alimentando l'omertà che fa prosperare chi si approfitta dei sogni della gente.

e ugualmente tale difesa si alimenti della vulgata che vuole i veri editori "sordi" agli esordienti, quando in realtà in Italia si sovrapubblica, quando in realtà tutti i direttori di collana vivono nella speranza di trovare qualcosa di decente tra gli invii, e il fatto è solo che il 99% degli esordienti mandano schifezze inqualificabili.

è essenziale ribadire con forza che pubblicare con contributo, a pagamento, con acquisto copie da contratto, NON È PUBBLICARE. Gli editori pagano, non si fanno pagare. I libri fatti dalle EAP non esistono, sono TUTTI pure e semplici truffe (nonché tumori, dice bene l'autore, per la dignità e la reputazione di chi ne pubblica uno uno, nonché per la scena editoriale) ed è mille volte meglio prendere mille porte in faccia dagli editori veri che togliersi la grama soddisfazione di vedere il proprio nome su una cover facendosi fottere da questi delinquenti.

Bell'articolo.
Vorrei aggiungere solo un piccolo appunto.
Allo stato attuale dei fatti nessun autore ha modo di verificare effettivamente l'ammontare delle vendite del suo titolo se non che tramite i resoconti ufficiali dell'editore.
E questo lo dico da editore che paga annualmente i diritti ai suoi autori con modalità illustrate da contratto e che registra il numero di copie stampate nel momento stesso in cui espleta i suoi obblighi verso la rete nazionale bibliotecaria.
In realtà, a parte il caso dell'autore che riesca a visionare direttamente il magazzino, le bolle attive e i resi (ipotesi che io asseconderei, tra le altre cose), trovo davvero difficile per il singolo avere la certezza matematica del venduto.

Salve Morgan, sono anni che giro e rigiro on line e oltre, per avere delle soddisfazioni coi miei manoscritti, premetto scrivo poesie e racconti brevi, mi hanno inserito in due raccolte di poeti contemporanei, ovviamente pagando e senza nessun guadagno, anche perché il prezzo di copertina è molto caro per dei perfetti sconosciuti. Detto questo quale potrebbe essere una soluzione più efficace? A parte smettere di pagare queste case editrici? Grazie

Salve. Ci sono molte verità in quello che scrivi e te lo posso garantire dalle mia esperienze decennali con editori della piccola editoria a pagamento e della media_ grande (questi ultimi non mi hanno fatto pagare nulla ma non mi hanno mai corrisposto i ricavati delle vendite...). Ma se io non avessi pagato per essere pubblicato le prime volte, le mie creazioni artistiche (in venti anni di lavoro) sarebbero rimaste nel cassetto, mentre ora diversi lettori (anche esperti) mi ringraziano per aver loro donato dei momenti di piacevole lettura. Daltronde anche Moravia pubblicò a pagamento. Quindi se uno ha del talento a un certo momento non avrà più bisogno della eap; il ché non significa che i suoi problemi con gli editori seri (?!) siano finiti, anzi...

Non ho letto tutti i commenti, tanti, per cui non so se quello che sto per dire è già stato detto. Io pubblico con una piccola casa editrice (sono già al quinto romanzo) e ogni volta che esce l'ultimo, come tutti gli esordienti o piccoli scrittori sconosciuti ai più, la grande speranza di essere scoperto e lanciato si accende come un fuoco d'artificio nel cuore, e altrettanto immediatamente scompare nel nulla. C'è anche da dire una cosa importante; io l'ho sperimentata personalmente con la mia casa editrice e girando per diverse librerie di varie regioni chiedendo il mio libro. Lei, la casa editrice, ha un contratto con un DISTRIBUTORE NAZIONALE, dicono o il più importante o tra quelli. Ed è questo il "tumore". Il distributore si avvale dei vari sub-agenti dislocati nelle varie regioni, come la mia: il Veneto. L'impiegato (lo chiamo così, per fingere di dargli un'importanza) al mattino esce per fare il giro dai suoi clienti (librerie) e, me lo hanno detto tutti i librai, perché ne conosco tanti. Questo tipo arriva con un catalogo grande come le vecchie enciclopedie Treccani, quindi già in situazione di mal disposizione da parte del libraio per il tempo che gli dovrà dedicare. Dopo ore di cernita il negoziante fa il suo ordine, spesso pilotato da quel signore che vive di provvigioni e quindi tende a vendere i titoli che "marciano" veloci e da soli. E dove sta il "tumore" che quel tizio che vive di provvigioni, non sa neppure chi sono io, non sa neppure che ho scritto dei romanzi e soprattutto non sa neppure che la mia casa editrice ha anche degli altri autori magari anche cento vole migliori di me, per carità. Insomma, non sa un cavolo di niente se non cercare di vendere i titoli che lui non ha mai letto e forse non leggerà mai, ma che gli permettono, senza molta fatica, di fargli guadagnare qualche spicciolo di provvigione. E qui è il "tumore", a causa di quell' "impiegato" la libreria - le librerie non sanno neppure che io esisto, che esiste il mio libro perché l'impiegato, prima di uscire con la sua "Treccani" ha fatto una cernita. Una cernita così a caso, e guarda un po' il mio libro non appartiene ai primi in classifica (provvigioni sicure) e lui, il mio titolo lo ha lasciato a casa sua. Come lo so? Ho girato decine di librerie con il libro in mano. Una veloce lettura del codice a barre da parte del libraio e la risposta sempre uguale da tutti: "Non ci è mai stato proposto" (da parte dell'impiegato, ndr). Se lo incontro quel tizio...
Solo per curiosità. Io ho omaggiato il libraio con una copia del mio ultimo libro. Lui ne ha ordinati 5/6 in conto vendita. Dopo 10 gg sono ripassato e mi ha ringraziato perché ne aveva vendute oltre la metà. Ha ordinato altri due miei titoli. Preciso, in questo caso non è colpa della casa editrice. E' piccola ma attenta e non ho mai pagato nulla per pubblicare.

A mio avviso c'è molta gente che pur di apparire farebbe di tutto, il problema non è della case editrici a pagamento, ma degli aspiranti scrittori. Se uno o più editori seri rifiutano un romanzo, un motivo ci sarà.

caro Morgan,
Sono d'accordo con quasi tutto quello che hai scritto. Solo un punto mi lascia perplesso ed è quello della distribuzione. Sono un piccolo editore no eap, tutti i miei titoli sono accuratamente scelti, corretti ed editati. Ma essere presenti a tappeto a scaffale in tutte o nella maggior parte delle librerie italiane è impossibile. I grandi distributori nazionali hanno delle condizioni d'accesso davvero proibitive. Ciò significa che se sbagli un paio di titoli sei praticamente fallito. Io mi avvalgo di un distributore nazionale che mi permette di essere presente in alcune librerie o ordinabile, di essere presente sui circuiti online come Ibs o Amazon. A questo punto la mia domanda è: lasciamo che in Italia l'editoria sia fatta solo dai grandi gruppi editoriali? Se così fosse per gli esordienti, in soldini, non ci sarebbe praticamente spazio

Alessio, la distribuzione è un tema così ramificato che per venirne a capo, come sai, servirebbero accese discussioni, se non altro perché le concentrazioni di potere sono sempre più pressanti e i costi guidano le scelte di tanti piccoli editori NO EAP. Ho visto negli anni spiriti assai accesi sui punti di vista differenti.
Il problema, nel caso di EAP, è che i titoli non arrivano nelle librerie perché l'obiettivo non è quello, ma produrre moneta nella fase precedente.
I grandi gruppi fanno la loro parte, qui come in altri paesi, i piccoli devono trovare nuove vie nelle librerie anche indipendenti, organizzando ciò che i grandi gruppi non fanno quasi più, mi verrebbe da dire un lavoro di personalizzazione che va oltre l'approccio di massa, muovendosi sul territorio in autonomia, riprendendo a fare attività che un tempo erano più diffuse.

Grazie per quello che hai scritto. Condivido tutto. Descrivi la realtà.
Desolante e cruda. Meschina. Fermare questo schifo, non è facile. Però provarci è d 'obbligo. Conta sul mio aiuto.

Sicuramente un indagine "editoriale" che merita attenzione bravo dici una verita' interessante!! Interessa la tipica (s)vista culturale che si affida alla notorieta' di chi si illude di essere senza avere! Inversione di ruolo che contrasta From?! Voglio aggiungere, oggi come ieri, il personaggio "noto" o piu' popolare ha consenso perche' puo' marcare un numero consistente di pubblico. Ben venga ad esempio il calcio! Ben venga l'attore nouvel autore! Ben venga anche l'assassino famoso in tv che vuole scrivere una autobiografia, le sue memorie noir! Quanti fans ha Totti? Quanti libri egli ha pubblicato e quanto ha incassato con i diritti d'autore per le vendite? Il povero Montale (Eugenio) all'inizio della sua carriera letteraria ha dovuto autofinanziare le sue pubblucazioni, anche oggi molti autori hanno sborsato soldi per autoproduzioni che non hanno pregio e restano un masso di cartaccia, hai ragione tu sono gonzi o polli! Perche'"non godono popolarita'. Ma....ai
tempi di Montale probabilmente l'ambiente letterario era fervido e godeva dei benefici di persone che attendevano le novita',
attendevano la crescita dei nuovi autori perche' scrivere e poter attivarsi anche in una ricerca intellettuale era una cresciti per la conoscenza non una vocazione utilizzata per il business. Non bisogna quindi dare torto ai commerci di case editrici o di saponi o di tutu' per ballerine....un po' di autonomia nel capire e nel sciegliere e' un fatto di coscienza.....anche un volantino pubblicitario puo' contenere un messaggio fstto o scritto ad arte. Gli intelligentoni che si spacciano per super critici all'interno dei nidi della cultura televisiva o giornalistica, anche loro prediligono il successo senza troppi sforzi e puntano ai grandi numeri che si ottengono (purtroppo) nel circuito delle pubblicazioni a pagamento anche in termini di scambio di
favore a volte anche di lobby.

Entro per la prima volta nelle discussioni aperte nel sito che ho scoperto da poco. Interessante la discussione e la distinzione tra editori a pagamento e non. Ma il problema, a mio avviso è un altro. Chi scrive lo fa per il piacere di scrivere. Tra tanti dilettanti alla fine è possibile che qualcuno diventi professionista. Ma la gran parte resterà tra i dilettanti. C'è diletto nello scrivere e c'è diletto nel farsi leggere. E qui sta il problema. Se ti accontenti degli amici, l'autopubblicazione è più che sufficiente. Se invece vuoi verificare se ti può venire piacere anche dalla lettura da parte di sconosciuti non puoi fare a meno dell'editore. A pagamento o free non fa differenza. Non vedo infatti nulla di scandaloso nel fatto che un imprenditore editore chieda una compartecipazione al rischio d'impresa del lancio del mio libro. Il problema vero è se l'editore che si prende in carico il mio libro crede di poterlo far diventare una opportunità di business per sè e quindi se dispone di mezzi e di un sistema di relazioni adeguato. Se mi pubblica Mondadori, il nome stesso dell'editore è sufficiente. Ma se mi pubblica lo Sconosciuto Editore, per quanto abbia un bravo editor e un bravo grafico, mi fermerò alla soddisfazione di avere un bel libro. Che relazioni ha Lo Sconosciuto, e a che livello, per garantirmi recensioni, pubblicità, partecipazioni ecc.ecc.? E' in grado di avvicinare gli "sconosciuti" alla lettura del mio libro? L'editore tradizionale stampava un certo numero di copie, ora con la stampa digitale l'Editore si può fermare alla stampa virtuale, e il mio bel libro muore sul suo sito. E' su questo metro della capacità di promozione che giudicherei gli editori, oltre che sul fatto che chiedano o meno una compartecipazione finanziaria all'autore.

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