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Case editrici a pagamento: un'indagine che rivela come trattano gli scrittori

Case editrici a pagamento: un'indagine che rivela come trattano gli scrittoriLe case editrici a pagamento sono un tumore per gli scrittori, se parte di questi si salveranno, altri purtroppo incontreranno la morte interiore verso la scrittura. Vi sembra un paragone azzardato? Leggete l’indagine che ho condotto nei mesi scorsi (i primi dati sono stati pubblicati pochi giorni fa da Lettera43, ringrazio il giornalista Stefano Iannaccone), prima è necessaria una premessa importante.

Il viaggio intrapreso non nasce dal nulla, il blog di Sul Romanzo si è occupato spesso di questo tema, e molte sono le persone che negli anni hanno contribuito a formare una consapevolezza più allargata sul mondo EAP (Editoria A Pagamento), da Linda Rando a Loredana Lipperini, a Scrittori in Causa, solo per fare qualche esempio. Quanto vi sto per esporre rappresenta il frutto dei dati raccolti nel tempo e della disponibilità di una trentina di persone che mi hanno aiutato a riempire un file excel costruito ad hoc.

Se i lettori pensano di trovare di seguito liste di proscrizione, si fermino qui, non è un articolo che farà nomi. Se qualcuno sta già brontolando, invito a una maggiore serietà, abbandonando il tipico atteggiamento italiano qualunquista. Se non si fanno nomi e cognomi non significa che la ricerca non abbia valore, dipende, come per ogni cosa, dagli obiettivi. Si consideri, inoltre, che quanto ho fatto mi esporrebbe alla facile denuncia per diffamazione che 151 editori potrebbero muovermi contro nel caso li nominassi, costringendomi a difendermi nelle sedi opportune. Io desidero informare, non perdere tempo e denaro con chi comunque non cambierà idea e continuerà a sentirsi editore spennando innumerevoli polli. Il mio obiettivo è riflettere su un sistema ben diffuso in Italia, per taluni aspetti protetto da opportunismi e ignoranza, come tenterò di spiegare con dati precisi.  

La domanda da cui la ricerca è iniziata

L’anno scorso ho avuto un’idea, mi sono chiesto: per quale ragione in Italia, nonostante la non poca informazione online, le case editrici a pagamento continuano a essere vive e vegete, e a essere presenti in numerosi eventi di editoria e letteratura? I sospetti che avevo erano tanti, non ultimo che vi fosse una serie di relazioni in grado di sostenere un sistema poco noto ai più e assai remunerativo. Ho così approfondito ulteriormente l’argomento e organizzato un piano di battaglia per penetrare l’acqua torbida che incontravo.

Mi serviva il cavallo di Troia, non c’era altra soluzione. Ho aperto un mio vecchio file e ho tirato fuori uno dei miei orribili romanzetti giovanili. Non solo. Ho inserito nel romanzo una decina di incongruenze che mi sono appuntato, tre esempi: un’amputazione della gamba sinistra subita da un personaggio nella prima parte del testo, nella seconda parte la gamba amputata è la destra; un viaggio in auto da Venezia a Milano in un’ora e mezza; un iPhone in un ricordo dei primi anni Novanta. Impossibile non notare il “cambio” di gamba, ridicolo pensare di compiere quel viaggio in così poco tempo e il primo iPhone è datato 2007. 

Case editrici a pagamento: un'indagine che rivela come trattano gli scrittoriHo iniziato alla fine del 2013, sotto falso nome, a inviare il romanzo inedito a poche decine di case editrici a pagamento e nei mesi successivi, notando che mi rispondevano tutte, ho proseguito con l’esperimento con altre case editrici fino alla scorsa estate, ottenendo lo stesso risultato, come le ho scelte? In tre modi: facendo riferimento a una lista che si trova con facilità online, a un saggio di editoria e sulla base delle tante storie sentite negli anni da scrittori che mi hanno contattato per vari motivi.
Facendo riferimento ai dati del 2012 (perché quelli avevo alla fine del 2013), in Italia furono 4.534 case editrici a pubblicare almeno un titolo e 1.187 più di 10 titoli in un anno. Ho inviato il mio cavallo di Troia a 152 case editrici a pagamento che sapevo appartenere al gruppo delle 1.187.
 

La risposta ‒ da pochi giorni a tre settimane circa ‒ è stata unanime, 152 case editrici mi proponevano la pubblicazione del mio romanzo (ci sanno fare con il marketing, numerose case editrici mi hanno anche proposto da subito una possibile quarta di copertina e un piano di lancio per il libro, già mostrato nella copertina in un file allegato alla mail con nome e cognome acchiappa orgoglio!). Il mio sorriso compiaciuto durava alcuni secondi perché dovevo subito dare avvio alla seconda fase, chiedere loro di visionare il contratto editoriale (tante case editrici lo inviano subito, non tutte) e fare una telefonata per delucidazioni (occasione ghiotta per me, da agente letterario mi sono divertito a metterli in difficoltà). Purtroppo durante una telefonata una persona mi ha riconosciuto (mi aveva sentito parlare al Salone del Libro di Torino e mi segue su Facebook, ha fatto due più due), perciò la mia ricerca si basa su 151 case editrici che pubblicano più di dieci titoli all’anno, il 12,7% di 1.187 case editrici.  

 

Il ruolo ambiguo dell’AIE

Digressione, che rivela un contesto dai tratti imbarazzanti. Se andate nel sito dell’AIE (Associazione Italiana Editori), precisamente nella sezione Chi Siamo, si può leggere: «Tra i suoi obiettivi l’Associazione si prefigge di rappresentare e tutelare gli editori, di favorirne la crescita professionale, rimuovere gli ostacoli allo sviluppo di un moderno mercato editoriale, di contrastare i fenomeni di illegalità e mancato rispetto del diritto d’autore». Tenete a mente quanto segue: «Rimuovere gli ostacoli allo sviluppo di un moderno mercato editoriale». Nella medesima pagina, sulla sidebar a destra, si legge: «Gli editori aderenti all’AIE rappresentano il 90% del mercato librario italiano». Avete letto bene, il 90% del mercato, quindi è verosimile pensare che l’AIE rappresenti tantissime case editrici a pagamento, è una tesi non confutabile. Eppure, se si considerano le recenti dichiarazioni di Marco Polillo, presidente dell’AIE, non si sa bene cosa pensare: «Non credo che al nostro interno ci siano realtà che realizzano dei margini con il contributo dell'autore».

Fermatevi! Non tirate facili conclusioni.

Permettetemi di aggiungere un elemento. Se avete la pazienza di leggere lo Statuto dell’associazione, scoprirete che «le quote annuali di ciascun socio effettivo sono determinate in base al fatturato relativo all’attività editoriale. La quota è crescente in relazione al predetto fatturato, ma non in modo proporzionale». Avete capito, vero? Adesso potete tirare una prima conclusione, credo che non occorra esplicitarla. Le tabelline le abbiamo studiate tutti a scuola. Ma ai più confusi possiamo dire che spennare migliaia di polli, meglio se migliaia di migliaia, è un vantaggio enorme per l’AIE: più fatturati, più quote considerevoli, tutti più contenti, eccetto gli scrittori. Non importa come ci si rapporta al mercato editoriale, non importa se subiscono trattamenti terribili gli scrittori, non importa i mezzi messi in campo, perché, come è dichiarato, l’importante è «rimuovere gli ostacoli allo sviluppo di un moderno mercato editoriale». Figuriamoci se non fosse stato così. So che queste mie parole non faranno piacere all’associazione, però bisogna che qualcuno scriva nero su bianco quale è la verità, perché negli anni ho visto troppa gente girare attorno al tema senza centrare il punto, che è e rimane una questione economica che avvantaggia qualcuno. Inutile lamentarsi, per esempio, della presenza numerosa degli editori a pagamento al Salone del Libro di Torino o a Più libri più liberi di Roma, anche in quei casi, non sono i soli, il fattore che scatena tanti troppi silenzi da chi potrebbe condizionare certe pratiche è e rimane una questione economica: qualche ingenuo pensa che gli stand in fiera siano gratuiti?

 

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Telefonate imbarazzanti alle case editrici

Ho cominciato a telefonare agli editori, una mail di risposta serviva per dichiarare che ero un po’ confuso rispetto a certe voci del contratto, ottenevo il numero di telefono e fissavo una chiamata. Reazione simile nell’approccio: parole di apprezzamento verso il romanzo e capacità di negoziazione che si sviluppava in due obiettivi:

1-      Mettermi a mio agio.

2-      Portarmi quanto prima alla firma del contratto.

Io stavo al gioco all’inizio e poi tentavo di portare ogni interlocutore verso i punti critici dei contratti, in qualche caso voci contrattuali al limite del legale, con una chiara impostazione svantaggiosa per l’autore, e non sto soltanto parlando di percentuali di vendita, no, problemi su diversi fronti: notizie vaghe sulla prima tiratura, il diritto di opzione vincolante per gli autori (per esempio: in caso di un secondo libro medesime condizioni contrattuali da rispettare e obbligo di pubblicazione con lo stesso editore, perciò a pagamento e ulteriori esborsi di denaro in caso di rifiuto), il diritto di prelazione spesso personalizzato in maniera furba (sperando di non dover rispondere a troppe domande dell’autore su questi punti che condizionano le future pubblicazioni), i rendiconti (se non è esplicitata una data, l’editore fa un po’ come vuole, per non parlare della mancanza frequente delle modalità attraverso cui pagherà; altra voce poco chiara: “su richiesta dell’autore”, come a dire: se non lo chiedi, non ti mando nulla), gli obblighi dell’editore (l’abilità di renderli precisi laddove non servirebbe e assai vaghi nelle cose che invece contano davvero).

 

Case editrici a pagamento: quanto pagano gli autoriQuanto pagano gli autori

Il contributo da parte dell’autore è, in media, di 1.370 euro per le 151 case editrici:

22% sotto le 1.000 euro
67% fra 1.000 euro e 2.000 euro
11% sopra le 2.000 euro.

Il minimo di 699 euro e il massimo di 4.800 euro (possibilità di rateizzazione, in un paio di casi fino a 15 rate mensili). Il discorso, ovviamente, qui si complica perché alcune case editrici impongono un acquisto di 100 o 200 o 250 o 300 volumi, altre case editrici (molte meno) non impongono acquisti ma si concentrano soltanto sulla supposta distribuzione del volume nelle librerie. C’è chi ti dice: «Parte dei volumi che acquisti te li vendi da solo» e invece altri: «Non ti obbligo all’acquisto, tu paghi e io ti distribuisco il libro». In quest’ultimo caso le copie in omaggio tendono a essere di più, fino a 25, quando nel primo gruppo le copie in omaggio sono fra cinque e dieci.


Ecco il colpo di genio di 89 case editrici su 151: al raggiungimento di un numero di copie variabile fra 500 e 800 l’editore si impegna a rimborsare l’intera somma versata all’inizio. L’autore a questo punto cosa pensa? Che cosa vuoi che sia arrivare a 500 copie vendute, si organizza qualche serata in biblioteca o in libreria e in poco tempo si rientra con le spese. L’editore fa bene i suoi conti, ci guadagna in ogni caso, rischio zero.

 

Quanto pagano gli editori

In termini di percentuale si va da un 7% a un 14% sul prezzo di copertina al netto dell’IVA (la media è il 10%). Parte dei contratti, a fronte di un’ostentata precisione, indica le migliorie di percentuali dopo un certo numero di copie vendute, senza tuttavia specificare le modalità attraverso cui l’autore può verificare il superamento effettivo dei numeri esplicitati. Come a dire: ti premio alzando la percentuale se vendi di più ma non ti dico quando ciò accadrà. Comodo, anzi furbo, perché per un editore è banale burocrazia impelagare un rendiconto dentro una voce come la resa, quantificando ciò che serve in resa appunto per non rivelare che un numero prestabilito di copie vendute è stato raggiunto. Impossibile verificare con precisione per l’autore.


Fattore non secondario: il codice ISBN è garantito dalla maggioranza delle case editrici, mentre 19 delle 151 non garantiscono neanche questo, se si vuole l’ISBN bisogna sborsare altri soldi. 

 

Distribuzione: chi l’ha vista?

Un aspetto che tanti autori paganti non considerano a sufficienza è la distribuzione. Tutte le case editrici contattate si vantano delle loro distribuzioni nazionali con PDE o con Messaggerie, allora ho pensato di organizzare un file excel interessante: scegliere quattro titoli per ogni casa editrice delle 151 (titoli editi da non più di sei mesi rispetto al momento della ricerca e da non meno di tre mesi, quest’ultimo dato per dare modo di mettere in moto l’eventuale macchina di distribuzione che possiede tempi viscosi rispetto al giorno di pubblicazione di un libro) e verificare nelle librerie italiane la loro presenza. Ringrazio circa trenta persone che mi hanno molto aiutato per questa operazione che da solo sarebbe stata impossibile. Sto parlando di 604 titoli pubblicati e la loro presenza in decine di librerie italiane: da Trento a Palermo, da Lecce a Imperia, da Trieste a Bologna, da Macerata a Latina. Sapete che cosa è emerso? Un quadro a dir poco sgradevole: la stragrande maggioranza dei libri non è mai arrivata nelle librerie, in definitiva i libri non esistono fisicamente (eccetto quelli acquistati dall’autore, nei casi in cui è stato imposto l’acquisto di volumi).

Qualche dato. La presenza, se di presenza possiamo parlare, concerne 23 titoli su 604 (3,8% del totale), 23 titoli che sono stati trovati in alcune librerie, per il resto il vuoto cosmico. Volete ridere, o forse piangere? Mi sono incuriosito osservando i dati e ho fatto diverse telefonate per chiudere il cerchio, sapete in quali librerie erano presenti quei 23 titoli? In 16 casi su 23 esclusivamente nella regione di residenza dell’autore (pochi click e trovavo con facilità il dato che mi serviva), in sette casi su 23 non ho potuto verificare questo parametro (o perché non capivo la città di residenza dell’autore oppure in tre casi perché gli autori risiedono all’estero). In ogni caso fa molto riflettere il dato, sembra che l’editore mandi almeno una copia in una libreria non lontana dal domicilio dell’autore, così da poter dire: «Se vai nella libreria X, potrai constatare che lì vendono il tuo libro», un modo per far star zitto lo scrittore. Se non sono geni del male questi, qualcuno mi spieghi dove trovarli.  
Risultato finale: 604 meno 23 uguale 581, in altre parole 581 titoli non sono mai arrivati nelle librerie. Bingo! A dispetto delle pompose voci contrattuali sulla promozione (qualche editore inserisce addirittura una lista di presenze del libro alle fiere di Torino o Roma, e perfino in alcuni casi a quella internazionale di Francoforte), la realtà è una: il libro non è distribuito nell’86% dei casi, quanto basta per farsi un’idea della serietà delle case editrici a pagamento, quelle che, in parte, secondo l’AIE, dovrebbero far parte di un «moderno mercato editoriale».    
 

Errore di misurazione o paradigma prevedibile

Qualcuno potrebbe dire: hai scelto i titoli sbagliati, la casa editrice ha altri titoli. Una critica che avevo già pensato e così ho chiesto ai miei collaboratori di porre la seguente domanda nei casi di NON presenza di un titolo: «Ha mai avuto in libreria qualche titolo di questa casa editrice?». La risposta è stata negativa nell’ordine del 98% dei casi. Penso che non vi sia altro da aggiungere poiché il quadro è chiaro, anzi chiarissimo.
Le case editrici a pagamento sono interessate a far firmare il contratto agli autori ma poi non distribuiscono il libro.  

 

Editoria a pagamento: concorsi letterariPremi organizzati dalle case editrici a pagamento per donarsi autorevolezza

Tema su cui ho fatto alcune ricerche, anche se non approfondite. Non sono poche le case editrici a pagamento che organizzano concorsi e premi letterari, efficace modalità per darsi un tono e per far credere ai polli di avere l’autorevolezza critica in ambito editoriale.

Ho scoperto 14 delle 151 case editrici a pagamento coinvolte in tali operazioni, non posso sapere se altre del gruppo abbiano pratiche simili, la ricerca non è facile da compiere. Ci sono sempre un premio in denaro e una serie di attività che conducono alla casa editrice. 

 

Conclusioni

Il paragone con il tumore di cui vi parlavo all’inizio, con grandissimo rispetto per i malati di tumore, sia chiaro, vi sembra ora azzardato? Migliaia e migliaia di aspiranti scrittori illusi da editori a pagamento, una valanga di soldi che mantiene un sistema, dall’associazione di categoria alle fiere editoriali, oltre ai singoli editori, un business dai contorni poco chiari che spero questo articolo sia riuscito, per taluni aspetti, a mostrare.

Sto preparando per il blog di Sul Romanzo una serie di articoli dedicati ai contratti editoriali, esistono voci di contratto da esplorare con attenzione e ho deciso di parlarne, da un lato, perché comincio a essere stanco di scrittori che mi contattano per chiedermi un’opinione su documenti che hanno firmato, dall’altro lato, perché in futuro vorrei indirizzare gli aspiranti scrittori verso una sezione del sito nella quale trovare tante informazioni utili per rapportarsi con gli editori.
Ultima cosa: non pensate, dopo avere letto fino a qui, che io divida gli editori in puri ed EAP, perché commettereste un errore di valutazione, pure fra i puri non mancano le delusioni. Per ora mi limito a chiedervi di far conoscere l’articolo ai vostri amici aspiranti scrittori, in futuro proverò a raccontarvi altri lati del bellissimo e bizzarro mondo dell’editoria.
Attenti agli editori a pagamento, sono case editrici serie?!

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Commenti

Ciao Morgan,
interessante la tua inchiesta... ma...
Ma avrei preferito leggere i nomi di queste case editrici. Se tu le hai intervistate, hai dei documenti che ti mettono al sicuro, e questo trasformerebbe il tuo pezzo "di colore" in un testo di denuncia.
È ora che tanti ingenui aprano gli occhi, e che tanti truffatori cambino attività.
Io continuo a ricevere news di persone ingannate da questa o quella "Vanity Press".
Grazie comunque, e buon lavoro
Flaminia P. Mancinelli

Grazie Flaminia per le tue parole di apprezzamento.
Esperienze passate mi hanno insegnato a usare la prudenza, i motivi li ho esplicitati all'inizio dell'articolo.

Inchiesta interessante ma c'è un ma, la mia esperienza.
Ho pubblicato il mio primo romanzo con un editore "a contributo", che mi ha proposto un pacchetto pubblicitario (spot televisivo e radiofonico, fiere del libro, supporto alle mie presentazioni pubbliche e altro) e un'ampia rete di distribuzione soprattutto online. Anche se al momento che ho firmato già sapevo che poteva essere così bello, perché prima approdare a loro, avevo mandato la mia opera a decine e decine di altri editori "dai più grandi ai più piccoli", ottenendo qualcosa molto peggiore di "la sua opera non rientra nelle nostre linee editoriali", il silenzio assoluto, il nulla, assodando che con tutta probabilità gli editori puri cestinano direttamente qualsiasi comunicazione gli arrivi dagli esordienti, senza scriverlo esplicitamente nelle loro pagine web per non sembrare cattivi; quindi la mia verità è "GLI ESORDIENTI NON SE LI FILA NESSUNO A PARTE GLI AVVOLTOI".
Ci tengo a precisare che comunque al momento il mio editore si è comportato abbastanza correttamente, attendo il resoconto vendite forse Marzo o Aprile.

Esperienza interessante, ma c'è un ma.
Se è così soddisfatto di aver pubblicato con un editore a pagamento, perché non indica il suo nome, il titolo del libro e l'editore in questione?

Sodisfatto non è assolutamente il termine esatto, "rassegnato" caso mai.
Probabilmente mi sono espresso male. A mio dire "gli editori a pagamento prosperano perché i cosi detti puri nella stragrande maggioranza dei casi non rispondono agli esordienti, magari con una pesante critica sull'opera a loro presentata".
Commentare da anonimo è umiliante ma attualmente "mi sono consegnato nelle loro mani", comunque ti assicuro che alla fine di questa mia esperienza, non mancherò di raccontare la mia esperienza dettagliatamente, perché "talvolta una sconfitta insegna più di mille vittorie"

Grazie per la sua testimonianza.
Per la verità ci sono decine di esordienti che pubblicano ogni anno anche con la grande editoria.

Ti posso garantire che gli editori che pubblicano autori esordienti esistono. Serve solo un po' di pazienza per trovarli.

Ti posso garantire che ci sono autori che pubblicano con Case Editrici Non a Pagamento e lo scrivo a lettere maiuscole, perché sono quelle che sanno fare bene il proprio lavoro! Io sono un'autrice che ha pubblicato con una piccola CE, ma seria e che mi ha dato l'opportunità di farmi conoscere un po' attraverso presentazioni sparse per tutta Italia.
Loro non mi hanno mai PROMESSO "mari e monti", ma hanno AGITO!

Ottimo articolo. Per ciò che riguarda i *concorsi letterari* diciamo che costituiscono uno specchietto per le allodole e un'ottima maniera per procacciarsi carne fresca, oltre che, ovviamente, soldi. I concorsi letterari validi sono pochissimi, quasi rari, quasi estinti.

Grazie.
Esatto, proprio così.

Si sa che quando il sole della cultura è basso i nani paiono giganti e in questo democratico sistema dove tutti possono essere e fare tutto è inevitabile che nascano furbetti pronti a spolpare le loro prede.
Solo una nota, però: la maggior parte delle librerie non prende con sé titoli di autori sconosciuti, esordienti e pubblicati da case editrici piccole. Prendo la mia personale esperienza: il mio libro, nel momento del lancio, è stato distribuito nelle grandi catene come Feltrinelli, Mondadori (non solo della mia regione). Ora, che succede: se dopo qualche settimana anzi, dopo qualche giorno, il libro non si vende – perché o hai un amico che se lo va subito a comprare oppure attendi che qualche curioso non venga folgorato dal titolo o dalla copertina – il libro ritorna da dov’è partito. Ed ecco che la piccola casa editrice viene visitata – così come lo Scrooge di “Canto di Natale” con i suoi fantasmi - da pesanti scatoloni targati Mondadori o Feltrinelli o Vatteneapesca con all’interno i propri libri che non hanno fatto in tempo a poggiare il deretano sullo scaffale che già tornavano nel buio dei camion di distribuzione. Così, a differenza del personaggio di Dickens, che dopo aver incontrato i fantasmi diventa più buono, le case editrici diventano più cattive, si riempiono di scoraggio e di frustrazione e pur di “tirare a campà” ecco che il “dindindin” della saccoccia,
magra, dell’aspirante autore diventa l’unica speranza.
Indi, perciò il fattore “libreria” è anch’esso importante e ha le sue pecche. E' anche vero che se ogni libreria dovesse prendere con sé ogni libro che ogni giorno viene pubblicato, non basterebbe l' Area 51 della NASA.
Da scrittore sento che oggi c’è una totale mediocrità sia in chi scrive che in chi pubblica: lo scrittore che non è scrittore, ma cultore dei dio Onan, cerca la gloria e pur di trovarla sborsa denaro, lo stesso denaro che le case editrici hanno come guru, come meta, come obbiettivo. Sì al denaro, no alla qualità. Ma “Fides et Ratio” troveranno di nuovo la porta aperta delle nostre coscienze, così tanto bisognose di solletico, lo stesso che tu Morgan hai prodotto con questa tua ricerca. Grazie e Tanti Sorrisi! Fausto

Il significato di questo pezzo, secondo me, sta nell'invito ricolto a chi vuole entrare nello sfavillante mondo dell'editoria o degli scrittori: valutate bene, informatevi, internet offre numerosi strumenti per controllare la reputazione di chi vuole farvi diventare famosi e poi decidete se affidarvi a questo o a quello.
Il fare nomi, credo, sia poco utile, sia perché molta gente ha la querela facile, sia perché oramai sarebbe l'ora di usare un po' più di intelligenza nel gestirsi.
Poi, i nomi... sono sempre i soliti noti.

Io ho fatto una prova di distribuzione con un solo libro di un unico "editore" e l'ho cercato in quasi tutte le librerie indicate come fiduciarie dall'editore stesso. Risultato: il libro non era presente in nessuna delle librerie che mi hanno risposto. Se avessi voluto ordinarlo avrei dovuto pagare 5 euro di spese di spedizione, o alla libreria, o direttamente all'editore, se avessi acquistato dal loro sito.
Ciliegina sulla torta, il romanzo in questione era presente solo in una libreria della provincia di provenienza della scrittrice. Anch'io avevo pesato fosse perché il diabolico editore l'avesse mandato per far contenta l'autrice, ma mi è venuto il fondato sospetto che fosse stato portato dall'autrice stessa.
Una libreria "fiduciaria", infatti, mi aveva detto di avere tre libri di quell'editore (che ne vanta più di 1800 in catalogo, in meno di due anni di vita!) perché erano stati portati lì dagli autori stessi.

Questo è un aspetto interessante che avevo considerato. Tuttavia non era possibile chiedere alle singole librerie se l'autore stesso aveva portato fisicamente il libro. C'è questo rischio, sì. Se fosse così in qualche caso, i dati rivelati nell'indagine andrebbero ad aumentare la quota di titoli non distribuiti dagli editori, donando ancor più consistenza al mio ragionamento.
Grazie per questa testimonianza.

@Robadaself, ma era un editore a pagamento?

per quanto mi riguarda era un servizio di print on demand, l'autrice invece sosteneva fosse un editore, e che non le avesse chiesto alcun contributo. alcuni lo indicavano come editore a doppio binario, alcuni autori avevano avuto richieste di acquisto copie, altri no. alcuni dicevano che se rifiutavi l'acquisto copie ti proponevano un contratto free.

Bravo Morgan.
C'è poi chi ti piazza nelle librerie, anche molto bene, ma. . .a pagamento, con prelazione, e diritti di opzioni "tiranni".
Penso che il caso lo conosci.
Un ibrido capzioso.

Bisognerebbe proibire, ad esempio che una marea di concorsi si pubblicizzino con il nome di un famoso poeta o scrittore. Oggi va di moda Alda Merini! Io sono incappata in chi ha tentato di truffarmi! Dico tentato perchè mi è suonato un campanello di allarme quando mi è arrivato il contratto da firmare e rispedire che non corrispondeva affatto alle cose dette per telefono. E poi, siccome non sono scema, quando mi sono sentita incensata ho fatto una domanda e ho scoperto che neanche un verso era stato letto. Però hanno provato lo stesso ad imbrogliarmi, inviando contrassegno un plico! Io non avevo firmato nè rispedito alcunchè e quindi...! Questo perchè a me importava nulla pubblicare per essere famosa e guadagnare soldi. Ho partecipato solo per l'insistenza di una amica che poi è stata imbrogliata.direi che loro fanno affidamento proprio sulla scarsa autocritica di chi scrive e sulla illusione spesso creatasi in web! Pagare pochi euro per avere 5mila "mi piace" crea l'illusione di essere famosi. Se invece scrivi solo per te stesso, questo non accade.

Dimenticavo, ho letto le poesie dichiarate vincitrici! Non si capiva se erano parole che sono scivolate lungo il foglio a caso, una accozzaglia di ..non saprei neanche se definirli criptogrammi o tratte aprendo a casaccio un vocabolario! Non avrei avuto dubbi se almeno una potesse definirsi poesia o pensieri trasmessi ma quei componimenti, secondo me non erano di nessuno! Nella mia vita ho letto e leggo ancora molto ma, tranne in certe poesie lette alla rovescia non ho mai trovato tanto materiale comico! Ah, forse era un concorso per farse e non me ne sono accorto?

A me pare una scoperta molto facile. Gli editori scientifici (grandi case editrici) pubblicano con i soldi o dei singoli autori o dei loro dipartimenti di appartenenza. la casa editrice non corre nessun rischio. Se vende bene altrimenti bene lo stesso (anche per questo poi la distribuzione è proprio minima). L'autore o il dipartimento praticamente (e con diverse formule giuridiche) acquistano copie del libro. Da che lavoro all'università solo una volta mi è capitato di scrivere un libro senza autofinanziamento. Per cui nessuna meraviglia.
Infine, francamente farei attenzione a parlare di truffa (se ho capito in particolare con riferimento alla mancata distribuzione): se mi rivolgo a una casa editrice sconosciuta, oppure che si limita a operare in un piccolo territorio perché poi mi stupisco se il mio libro non è nelle librerie (feltrinelli, mondadori o che so io)? Non voglio con questo salvare il "sistema", però mi chiederei, su un piano forse sociologico, il perché del loro boom.
Non so, forse del tutto impropriamente mi viene da fare il paragone con il boom (negli anni ottonata) delle scuole "recupero anni" e (oggi) delle università telematiche. E' l'offerta a generare la domanda o viceversa?

Dite pure quello che volete, ma quando si associano, non solo le case editrice a pagamento, ma anche qualsiasi altra cosa, ad un tumore, allora il paragone non solo mi sembra azzardato, ma del tutto inopportuno perché, a chi ha avuto esperienze dirette con questa malattia, un tumore fa venire in mente qualcosa che può evolvere e trasformarsi in formazione maligna e nei casi irrisolvibili condurre alla morte non solo metaforica, non solo interna, ma alla morte tout court.
E visto che la scrittura è fatta di parole, allora forse è bene farne un uso accorto per evitare di urtare la sensibilità di chi attraverso quel male ci è passato, direttamente o indirettamente.
Perdonatemi lo sfogo diretto ma il termine tumore viene troppo spesso usato in maniera impropria un po' ovunque nei contesti più vari.

Pur non volendo difendere l'autore, la invito a dare un'occhiata anche qui: http://www.treccani.it/vocabolario/tumore/.
La parola tumore rimanda anche ad "Alterigia, superbia; atteggiamento dell’animo gonfio di superbia", e credo che, nel contesto dell'articolo, ci stia meglio della connotazione medica che lei, in modo abbastanza restrittivo, vede.

Lei dà per scontato che l'autore non conosca "direttamente o indirettamente" l'argomento tumori. E dato che conosco Morgan da circa quindici anni, mi spiace comunicarle che in questo caso ha proprio preso un granchio, direttamente e indirettamente.
Scusa Morgan, non ce l'ho fatta leggendo le parole dell'anonimo.

Anonomo: non era certo mia intenzione offendere i malati, infatti, se legge nella parte finale dell'indagine, sono stato abbastanza preciso su questo. Se lei si è sentito offeso, mi scuso.
Luca: forse ho sbagliato io, grazie del suo commento.
Letizia: grazie.

Al netto del terribile accostamento con il tumore (evitabile e abbastanza inutile) mi sfugge il senso di questo disamina sull'editoria a pagamento.
Esiste? Da sempre. Anche Moravia, Saba e Proust si sono pagati le loro opere prime.
Non vi piace? Non pubblicate con stampeditori e non comprate i loro libri. E se proprio volete, pubblicate il vostro libro in formato ebook e mettetevi in gioco.
Vi interessa difendere grafomani che finiscono nelle grinfie di stampatori senza scrupoli? Siete certi che questi grafomani vogliano essere difesi e salvati, o forse a molti di loro piace avere il proprio libro da mostrare con orgoglio a mamma e zia?
Mi pare che internet dia tutte le informazioni per diffidare di queste case editrici, con nomi, cognomi e indirizzi.
E poi sulle migliaia di autori che pagano per pubblicare (c'è scritto qui sono che sono migliaia) quante segnalazioni vi arrivano? Dieci, cento? Questa mi pare una domanda sensata. E "parecchie" non è una risposta sensata.

Se poi la battaglia è "di principio" dovreste connettervi con il 2014 e entrare nell'ordine di idee che oggi, più di ieri, il libro è un prodotto (si, un prodotto) double face, sia da parte lettore che da parte autore. Molte forme artistiche sono prodotti bidirezionali fruitore-autore (direi tutte le forme artistiche) proprio perché l'arte, o quella che è stata sdoganata come tale, è diventata pop. Quindi un musicista paga per il suo master e va a suonare in un locale per una birra, e a volte deve pure pagarsela, e un pittore si compra tele, pennelli e colori, dipinge le sue opere e poi noleggia uno spazio espositivo e si fa dare il patrocinio dal comune (a titolo gratuito) per mostrarle. Se poi il musicista, o il pittore, è bravo davvero e ha qualcosa da raccontare il mercato, forse, lo premierà. O forse no, perché il mercato è saturo di qualsiasi cosa, ivi compresi bravi artisti, anche bravissimi, che non sanno muoversi nel modo giusto e per questo non vengono "riconosciuti".
Come dite? Mozart lo pagava l'imperatore e i colori per Michelangelo li pagava il papa? Si, certo. Giusto un paio di anni fa...

Va da se che se ritenete che un autore abbia subito una truffa, e sicuramente accade, dovete insistere affinché denunci il tutto alle autorità competenti (la denuncia è gratuita e la truffa è un reato penale, basta recarsi dai carabinieri).

Detto questo pregherei l'autore di questo articolo, molto meticoloso nella sua ricerca, di farne una simile sulle grandi major dell'editoria, sulla politica delle rese, su come e quando le librerie pagano gli editori e su dove gli editori stampano i loro libri. E magari su qualche editore "vero" che chiede all'autore di acquistare 1000 copie del suo libro e poi si rifiuta di inviare una cartella stampa per un evento dello stesso autore.

Ah, non sono un editore e mi occupo di scrittura solo per hobby. E mi piace essere informato oltre che guardare le cose in maniera circolare.

L'argomento su Moravia, Saba e gli altri è un non argomento, se mi permette. La stampa digitale ancora non era nata, c'era un mondo editoriale del tutto diverso e artigianale, con costi molto più alti, per non parlare del numero esiguo di scrittori rispetto a oggi.

Se nota, nell'articolo non ho mai parlato nel dettaglio del punto di vista degli scrittori, per un motivo: volevo concentrarmi sugli editori a pagamento, dal loro punto di vista.

Non si preoccupi e grazie per la sua proposta, ho altre piccole indagini che in futuro presenteremo su Sul Romanzo.

Salve, interessante e utile. In piccolo feci anch'io la stessa cosa per valutare come pubblicare. Inviai sia alle EPA - la lista credo sia la stessa della vostra indagine - sia alle NOEPA. I risultati coincisero con i vostri, perciò decisi di aspettare la risposta delle NOEPA, alcune anche tra le più importanti CE di grandezza media. Ricevetti alcune risposte NOEPA, alcune di apprezzamento, ma in comune la considerazione di non commerciabilità. Qui arriva il momento che un esordiente opta per una scelta EPA, tra quelle che si sono presentate con contratti che sembrano i più interessanti. Su questo mi sono consultato con altri esordienti, che si trovavano o si erano trovati nella stessa condizione. COSA FARE? Cercare di avere un giudizio autorevole - io l'ho chiesto a scrittori e agenti noti - e semmai auto pubblicare, ma dopo un lavoro di editing professionale, correzione di bozze e una buona copertina. Per rispondere a SISMA, Moravia, Saba e Proust, si pagarono la pubblicazione, auto pubblicandosi; perciò mettendoci la faccia senza editori intermediari, allora chi li pubblicò si chiamavano tipografi e non editori.
Dopo l'esperienza vissuta credo che sia necessario che si faccia chiarezza non accettando le EPA alle fiere significative. Questo sarebbe facilmente possibile solo se la AIE decida una volta per tutte di non associarle, mettendo condizioni oggettive, per l'iscrizione, che le possano identificare come tali. Questo incoraggerebbe anche i critici o giornalisti - volontari o a pagamento - a non esprimere giudizi di pubblicazioni EPA. Sto leggendo un romanzo di un esordiente commentato e consigliato da diversi giornali locali e non; la storia non regge in molti punti, troppo sincronismi storici già spiegati diversamente dalla storiografia, azioni non verosimili, italiano tipo parlato di studente mediocre, evidentemente "stampato" senza valutazioni critiche ed editing. Oggi un Moravia auto pubblicato forse non sarebbe stato notato - allora scrivevano e auto pubblicavano in pochi. Credo si debba dare un maggior ruolo alla valutazione intermedia - agenzie letterarie - che per essere credibili, in un periodo di aumento delle stesse, non debbano essere lasciate alla sola selezione del "mercato". La soluzione potrebbe essere che le CE facilitino la creazione di rete di esse, come loro riferimento, creando un ulteriore filtro, insomma le CE dovrebbero rinunciare alla scelta pre-selettivo e indicare quali agenzie sono di loro gradimento per una selezione di primo livello. Credo che così si riducano molti i libri "fuffa" in circolazione. Lasciare ad Amazon o a commercianti simili l'auto pubblicazione si creerà il mito del pubblicare facile ed economico, altro pericolo che cammina a braccetto con le EPA: costano perciò si autopubblica, e semmai solo in ebook e con Amazon, senza alcuna lavorazione che rispetti il lettore. Io ho deciso di auto pubblicare, dopo editing, correzione di bozze e lavorazione copertina con una piattaforma on demand.

Grazie per questo articolo. Purtroppo ho imparato nel corso degli anni a mie spese. Un editore che, poiché della mia zona, credevo moralmente sano, mi ha fatto pagare 100 copie a prezzo di copertina, cioé quello che ha richiesto per la pubblicazione che poi é corrisposto alle 100 copie, nessuna postata in libreria e quando gli ho chiesto altre copie che lui oltretutto avrebbe buttato al macero, mi ha detto che avrei dovuto pagarle al prezzo di copertina. Ma la prima truffa l'ho evitato proprio all'inizio della mia avventura di scrittrice, un editore mi avrebbe stampato gratis un libro, quando poi, nel rileggerlo mi sono accorta che c'erano degli errori che all'editore non sarebbero dovuti sfuggire, ho avuto il dubbio che non avesse letto nulla e quando sono stata molto chiara sul fatto che,quindi, era gratis e quando dovevamo fissare un appuntamento per incontrarci, non l'ho più visto, né sentito, avrei altri episodi, un editore di roma, mai sentito che per tra anni ha continuato ad invogliarmi dicendo che gli risultava che fossi una valente scrittrice: figuriamoci.anche lui voleva fare un contratto capestro.

Ok, tutto bello, tutto vero. Ma come qualcuno ha fatto notare nei commenti, è sfuggito un particolare non secondario: parlando (se così si può dire) con autori che sono "cascati" nelle grinfie dell'EAP, ho capito che la maggior parte di loro non si sente truffato. Pare che sia un ripiego per vari motivi (tempi di attesa, rifiuti continui, sfiducia, rifiuto di editing e via dicendo) e non sempre considerato deplorevole. Ho letto di autori pronti a ri-pubblicare con EAP. Insomma, tutto bello, tutto vero, ma io la smetterei di difendere gli autori che ci "cascano".
L'hai detto: la rete pullula di informazioni in merito, di avvertimenti, di raccomandazioni. Alla fine è quasi inutile continuare a dirlo, anche se concordo che rinfrescare la memoria ogni tanto sia necessario, soprattutto per le nuove leve. Ciò che manca, concorderai, è uno studio più o meno serio che esplori la mente degli autori paganti. Allora sì che ci capiremmo qualcosa di più.

Salve, anche io mi occupo di editoria, da quasi 9 anni. Volevo fare una specifica all'articolo, riguardo il sistema della distribuzione. Ho lavorato per anni in una CE nazionale che, fino a quando c'ero io, non chiedeva un soldo per pubblicare, garantito perché me ne occupavo io direttamente.

I libri finivano poi da PDE con tanto di scheda tecnica (sempre fatta da me, di concerto con l'editore). Dopo 3 mesi arrivavano i dati di PRENOTAZIONE (non vendita, ma prenotati) dei libri... e io ogni volta rimanevo basita.

In oltre 2000 librerie di catena trattate da PDE, spessissimo arrivavano dati tra le 50 e le 200 copie di prenotato, in TUTTA ITALIA! Raramente, per i titoli per bambini, si superavano di poco le 500 copie. Una sola volta ho visto un prenotato sul nazionale di 1200 copie, era un titolo su un fatto di cronaca e un instant book.

Il che mi fa dire questo: su 2000 librerie coperte da PDE, in media solo 2-300 hanno UNA SOLA copia di quel libro. Vai a capire dove diavolo si trova e in quale scaffale! Poi le vendite sono bel altra cosa... una volta, un titolo (anch'esso senza contributo), dopo un anno è ritornato in resa con uno scontrinato di 7 (sette) copie vendute!

Troppo semplice, dunque, questa frase: "la stragrande maggioranza dei libri non è mai arrivata nelle librerie, in definitiva i libri non esistono fisicamente (eccetto quelli acquistati dall’autore, nei casi in cui è stato imposto l’acquisto di volumi)".

I dati che ho riportato sopra si riferiscono a titoli senza contributo, distribuiti da PDE per conto di un editore nazionale, tra l'altro anche piuttosto conosciuto.

La distribuzione VERA, in Italia, la fanno solo i seguenti gruppi: Mondadori, Feltrinelli, Giunti, Mauri Spagnol, Rizzoli. Il resto è di fatto fuori dal giro e dal mercato, che chieda soldi o meno agli autori.

L'oligopolio delle major schiaccia i medi e i piccoli editori, anche quelli che non chiedono nulla e si caricano le spese sulle spalle. Quindi, la presenza in libreria a me sembra il dato meno importante di quelli riportati nell'articolo, visto che ha meccanismi praticamente da suicidio, per gli editori fuori dai grandi gruppi.

Saluti,
Francesca

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